Osservatorio Fondazione Bruno Visentini - Ceradi

Lotta all’evasione per mantenere pensioni e appalti

di Luciano Monti

(EPA)

3' di lettura

La settimana scorsa si sono tenute a Roma una serie di celebrazioni per il 60° compleanno del progetto di integrazione europea, iniziato proprio nella capitale italiana con la firma dei trattati. In considerazione di questo evento, che dovrebbe essere stato un momento di riflessione sul futuro dell’Europa, il presidente della Commissione Jean -Claude Juncker ha pubblicato il Libro bianco sul futuro dell’Europa: le strade per l’unità nell’Ue a 27 che prospetta cinque possibili percorsi e traguarda l’Unione europea al 2025.

Il contenuto, le prospettive e i limiti di questo documento sono stati già illustrati su questo giornale tra gli altri da Sergio Fabbrini e Alberto Quadrio Curzio. Poco si è detto invece circa la risoluzione del Parlamento europeo del 19 gennaio 2017 su un pilastro europeo dei diritti sociali (2016/2095(Ini)) passata del tutto inosservata e invece, a differenza del Libro bianco, densa di contenuti e spunti normativi.

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Il presupposto della risoluzione adottata è che, il modello sociale europeo (affrontato marginalmente e solo in alcune delle opzioni del citato Libro bianco) ha garantito pace, sicurezza e prosperità ampiamente condivisa per molti decenni, ma ha subito un duro colpo a causa del protrarsi della crisi.

«Quasi 2mila miliardi di euro del denaro dei contribuenti sono stati impiegati come aiuti di Stato per il settore finanziario nel 2008-14», ricorda il relatore Maria João Rodrigues al parlamento europeo, «innescando una crisi del debito sovrano in diversi Stati membri. Al contempo, molti Stati membri sono stati costretti ad attuare rigide misure di risanamento di bilancio e di svalutazione interna, soprattutto a causa della mancanza di meccanismi comuni di stabilizzazione all’interno dell’incompleta Unione economica e monetaria europea. Tali politiche si sono tradotte in gravi disagi sociali che tuttora permangono in molti Paesi».

Lo scenario prospettato è dunque quello che senza un quadro sociale comune, gli Stati membri saranno destinati a restare intrappolati in una concorrenza distruttiva fondata su una gara al ribasso degli standard sociali. La proposta del Parlamento europeo è dunque quella di concentrarsi sul una azione condivisa di convergenza sociale verso l’alto.

Ma come? Investendo sulle giovani generazioni perché, sono ancora le parole del relatore: «Le idee e l’energia dei giovani saranno particolarmente importanti per aggiornare e innovare le strutture dello Stato sociale e garantire una prosperità ampiamente condivisa». Ancora il relatore sottolinea come “i millennial” rappresentano in media la generazione più istruita che l’Europa abbia mai avuto, ma devono confrontarsi con transizioni dalla scuola al mondo del lavoro ben più lunghe e precarie rispetto alle precedenti generazioni, cosa che ne sta distruggendo l’enorme potenziale. Occorre impedire questa grande perdita sociale organizzando meglio la loro inclusione economica, sociale e politica». La risoluzione dunque sottolinea l’importanza di un vero e proprio “investimento sociale” mediante un’offerta pubblica (e relativo sostegno) di servizi che consentano a tutti di partecipare all’economia e alla società durante tutto l’arco della vita, partendo da una buona assistenza all’infanzia, l’istruzione sino all’apprendimento permanente e regimi di reddito minimo e la solidarietà intergenerazionale (lettera B dei considerando) nell’ambito di quello che taluni prefigurano come un vero e proprio mercato unico del Welfare.

In campo per questa partita non solo lo Stato ma anche il terzo settore. Sul tema fiscale (vedi §40 della citata risoluzione) in particolare si evidenzia come i fenomeni attuali della produzione ad alta intensità di capitale e l’importante contributo delle attività immateriali alla creazione di valore aggiunto implichino la necessità di ampliare la base finanziaria per i sistemi di previdenza sociale, con il principio della neutralità fiscale, al fine di fornire una protezione sociale adeguata e servizi di qualità per tutti. Ciò dovrebbe essere possibile mediante una transizione verso altre fonti di entrate fiscali, esortando gli Stati membri a valutare le loro esigenze in proposito e ricordando che l’accumulo dei diritti di sicurezza sociale attraverso il lavoro è un aspetto importante del lavoro dignitoso e contribuisce in modo significativo alla stabilità economica e sociale.

Nel ricordare infine che la lotta all’evasione e all’elusione fiscale è estremamente importante per garantire un adeguato livello di investimenti pubblici nonché la sostenibilità dei sistemi di protezione sociale il parlamento europeo invita i Paesi membri a ridurre l’attuale cuneo fiscale preservando la sostenibilità e l’adeguatezza dei regimi di previdenza sociale nazionali. Un’agenda di lavoro insomma, che speriamo i capi di governo convenuti a Roma la settimana scorsa siano riusciti quantomeno a mettere a calendario. Se si può discutere sui percorsi per arrivare al 2025, sul pilastro sociale si dovrebbe trovare subito un’intesa.

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