in passerella ai tempi del covid

Louis Vuitton sfila a Shanghai davanti a un pubblico esclusivamente cinese, ma lo streaming è globale

Saltato l’appuntamento «fisico» di Parigi, la maison francese porta la collezione uomo disegnata da Virgil Abloh sulle rive del fiume Huangpu, con uno show dominato da influenze green e aspirazioni sartoriali

di Angelo Flaccavento

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Saltato l’appuntamento «fisico» di Parigi, la maison francese porta la collezione uomo disegnata da Virgil Abloh sulle rive del fiume Huangpu, con uno show dominato da influenze green e aspirazioni sartoriali


3' di lettura

Le attuali difficoltà nei viaggi e negli spostamenti hanno convinto i guru della moda che se il pubblico non può andare alla sfilata allora sarà la sfilata ad andare dal pubblico: in forma di video, o magari di scatola. O meglio ancora in guisa di show pop-faraonico, con una serie di container messi su una chiatta in traversata oceanica fino alla lontanissima destinazione, e lo spettacolo fisico con parterre affollatissimo diretto a distanza dal mastermind creativo ma affidato per la realizzazione alle maestranze locali.

È il caso di Louis Vuitton, che oggi ha presentato la collezione uomo a Shanghai . Virgil Abloh, direttore creativo delle linee maschile della maison francese, è presente in spirito, e si congeda alla fine via video, dopo la notevole esibizione, anch’essa in video, di Lauryn Hill. Il cast per forza di cose è monocorde, con buona pace dei paladini di una varietà che è diventata una sorta di formula imposta per evitare la gogna.

Pubblico esclusivamente cinese
E il pubblico, accaldatissimo a giudicare dal frenetico sventolare di ventagli, è anch’esso tutto cinese. Nessun distanziamento, e nemmeno mascherine: lo si nota e colpisce. I modelli escono dai container e percorrono un dock sul fiume Huangpu prospiciente l’Oil Tank Art Center, tra nuvole di ovatta sorrette da valletti in tuta colorata e enormi action figure gonfiabili, le stesse del video che il 16 luglio ha dato l’avvio al viaggio, da Asnières.

Il tema dominante è la svolta green
La collezione, sulla carta, è un omaggio ad uno dei temi topic del momento: l’ecologismo delle conversioni green, spesso solo abilmente strombazzate. Abloh, che con il remix e il sampling concettuale ha una certa dimestichezza, stretcha l’upcycling – questa la sua idea di green, in effetti la più convincente e praticabile – in direzioni che vanno dal riciclo di materiali tessili alla riproposizione di temi già affrontati in altre collezioni, essendo questa la sua quinta prova per Vuitton, si tratta in effetti di un azzardo, fino ad arrivare, questa è l’impressione, al sampling deliberato del lavoro di creatori seminali quali Walter Van Beirendonck e Vivienne Westwood, ma anche il più recente Demna Gvasalia.

Il fascino del sartoriale
Ormai affrancatosi dallo sportswear, Abloh punta sul tailoring parlando ad una generazione che l’abito sartoriale non lo ha mica frequentato, e ha quindi tutto l’entusiasmo del caso. Tra grandi spalle, colori saturi, rever bizzarri, damier impazziti e eroismi gonfiabili, è tutto un deragliare a destra e a manca, senza apparente coerenza. Questo attention deficit si percepisce a occhio nudo, ma è anche il motivo del successo di Abloh presso un pubblico abituato alla distrazione somma dello zapping digitale. I giovani spendaccioni ameranno tutto ciò, e dove il commercio fiorisce, il resto svanisce. Il viaggio dei container intanto continua verso la seconda e ultima tappa, prevista a Tokyo per il 2 settembre.

Doverosa postilla (8 agosto) dopo le reazioni del mondo fashion alla sfilata
Alla data di oggi, 8 agosto, Virgil Abloh non ha ancora replicato, ma il saccheggio alquanto letterale del lavoro di Walter Van Beirendonk – dai pupazzi sui soprabiti alla forma degli occhiali – nella collezione Louis Vuitton P-E 2021 non è certo passato inosservato. Non a Van Beirendonck, furibondo a mezzo Instagram, non al popolo del web, giustamente solidale con il barbuto designer anversese, paladino di una estetica pop/cartoon/fetish dal 1985. Abloh si è più volte professato ideale discepolo di Marcel Duchamp, l'artista piú influente del XX secolo, inventore dei ready made – oggetti d'uso quotidiano, decontestualizzati e proposti come opere d'arte, una su tutte l'orinatoio – e altre provocazioni come i baffi apposti su una riproduzione de La Gioconda. Quello perpetrato ai danni di Van Beirendonck potrebbe essere, nella versione paracula di Abloh, un ready made. Ma non lo è. Duchamp questionava il valore stesso dell'opera d'arte, mentre Abloh si muove dentro un territorio totalmente commerciale, dominato da un marketing spietato. Forte di una corporation titanica alle spalle, ruba ad un piccolo, senza vergogna e senza rispetto, per lucrare. Inutile far grandi proclami buonisti e di sostegno alla creatività quando poi le azioni parlano d'altro e si commentano da sole. (Angelo Flaccavento)

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