Buona Idea

Loungewear, è tempo di investire in filiera controllata e personalizzazioni

Dai brand di ricerca ai top player, intimo, pigiami e abbigliamento per la casa stanno puntando su vestibilità tailor-made e materiali sostenibili. Come seta bio, viscosa da scarti del latte e fibra ottenuta dal recupero di pneumatici dismessi.

di Alexis Paparo

3' di lettura

Il reggiseno è l'unico capo che ha una funzione tecnica per il corpo ed è anche il più complicato da realizzare. Eppure è un acquisto che si fa senza troppa consapevolezza dei materiali e della vestibilità. Tanto che, secondo ricerche internazionali, l'80 per cento delle donne indossa un reggiseno di taglia sbagliata. Noi siamo partite da qui». A parlare è Chiara Marconi, ceo e co-founder insieme a Federica Tiranti (direttore creativo) di Chitè, brand di lingerie personalizzabile e su misura, fra i protagonisti di un capitolo fino a poco tempo fa trascurato dell'enciclopedia della moda: l'intimo e il loungewear. Antiche eccellenze del made in Italy, che delocalizzazioni e accentramento da parte di pochi grandi player avevano reso silenti, sono oggi terreno disperimentazione anche imprenditoriale, complice la pandemia e una nuova attenzione verso capi che sono i primi a essere indossati e gli ultimi a essere tolti.

Chité. Una fase della cucitura di un reggiseno.

«Sai che la pelle assorbe il 65 per cento di ciò con cui entra in contatto?», racconta Antonietta Caracciuolo, fondatrice e direttore creativo di Herth, sul mercato da marzo 2021. Per questo c'è un solo materiale in collezione: una seta pura, certificata Gots, tinta naturalmente attraverso processi anch'essi certificati per mantenere il capo biodegradabile e riciclabile. «Trattandosi di una fibra senza alcuna percentuale di elastan, la sfida è stata la vestibilità: ci vuole maestria per sviluppare taglie dalla xs alla xxl, ma siamo supportati da artigiani che sono il nostro orgoglio e il nostro valore». La filiera di Herth è cortissima: seta da un unico fornitore che la realizza su ordinazione, produzione in Veneto. Il Qr code che accompagna ogni prodotto restituisce a chi lo acquista quel passaporto di sostenibilità ambientale e sociale che sta diventando imprescindibile nel mondodella moda. Antonietta si emoziona a raccontare che disegna e segue personalmente ogni pezzo dalla nascita – «perché la fibra diventi tessuto serve circa un mese e mezzo, per cucire un body le nostre sarte impiegano tre ore» – e oltre all'Italia, i suoi capi volano soprattutto negli Stati Uniti.

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Herth. Canotta ed elastico per capelli di in pura seta.

Per lanciare Chitè, le sue founder – expat di successo – sono rientrate in Italia: «Non esiste un altroluogo al mondo dove avremmo voluto creare un progetto così legato alla qualità. Lavoriamo solo con artigiani indipendenti che, negli ultimi 10 anni, in particolare nel settore della corsetteria, hanno vissuto molte difficoltà. Sono bellissimi i progetti di sviluppo sociale nei Paesi a basso costo di manodopera, ma non bisogna dimenticare di guardare nel proprio giardino», spiega Marconi. I tessuti scelti da Chitè sono italiani e certificati Oeko-Tex: «Tulle, cotone organico e un raso di poliestere riciclato con la stessa mano della seta, prodotto dall'ex setificio Boselli». Per rendere ancora più trasparente la filiera, si lavora all'integrazione del Qr code sull'etichetta, a un meccanismo di calcolo delle emissioni per la realizzazione di ogni pezzo e al lancio, entro inizio 2023, di un processo di recupero dell'usato. Dopo il successo del pop-up store, il prossimo passo è una boutique a Milano che inaugurerà in autunno e, contemporaneamente, il lancio online in Spagna e Germania.

Il fermento sta coinvolgendo anche grandi player: Pompea ha lanciato la sua prima collezione a base di Blufibre®, ottenuta attraverso la rivalutazione di materie prime giunte a fine vita, come gli pneumatici dismessi; Yamamay ha sviluppato con Acbc, startup innovativa che progetta e produce sneakers con processi e materiali ecosostenibili, una capsule usando una viscosa da scarti del latte.

Untitled in Motion. Un pezzo della collezione loungewear, realizzata tutta in tencel luxe.

Ma la pandemia ha messo in atto anche un cambio d'immaginario attorno a intimo e loungewear: oltre a essere comodo, etico, inclusivo, deve rappresentare chi lo indossa. Sono partite da questoconcetto Marika Kandelaki e Virginia Craddock, artiste e designer, fondatrici di Untitled in Motion. I pigiami e gli slip dress, in tencel luxe da filiera controllata, sono un supporto – oltre alla tela e alla ceramica – per la loro arte. Le stampe sono cariche, i colori accesi, l'ispirazione arriva dal Surrealismo, che ha anche portato a un'originale definizione: wakewear. «Ti ci svegli, magari li indossi tutto il giorno, per lavorare, per rilassarti, o per fare un'incursione fuori casa. Sono capi perfetti per esprimere chi siamo».

«Quando abbiamo iniziato a pensare al nostro brand, a fine 2017, la figura della donna era moltosensualizzata, così come la lingerie», conclude Marconi. «Invece si tratta di capi per apparire belle soprattutto a se stesse, oltre che per sentirsi comode. Sono pezzi con un potere un po' speciale, segreto, perché tu sola sai che cosa stai indossando. E chi si piace ha una carica completamente diversa».

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