Intervista al ceo e presidente

Louvet: «Un flagship a Milano strategico nell’ecosistema Ralph Lauren»

Per il ceo e presidente del gruppo statunitense il retail fisico mantiene un ruolo importante accanto al digitale, come dimostra l’apertura di questi giorni, dopo Forte dei Marmi e Firenze

di Giulia Crivelli

 In alto, la facciata e uno spazio interno del flagship, distribuito su 1.500 metri quadri disposti su cinque piani di un edificio storico della via pedonale del quadrilatero della moda di Milano

3' di lettura

Patrice Louvet è un francese che parla inglese senza alcun accento, fatto abbastanza raro. Ha il garbo di un vrai gentleman, potremmo dire, e l’approccio pratico e diretto degli americani. Forse non dovrebbe stupire: dal luglio 2017 Louvet è ceo e presidente di Ralph Lauren, il più americano dei brand americani, ma anche il marchio americano che piace di più e da più tempo agli europei e agli italiani in particolare. Un successo legato alla lunga storia di Ralph Lauren, alla capacità di vestire ogni generazione e, forse non meno importante, al fascino esercitato dal suo fondatore, oggi presidente esecutivo e chief creative director dell’azienda alla quale, nel 1967, diede il suo nome, aprendo il primo monomarca nel 1971. In quattro anni Louvet ha contribuito a un’accelerazione di tutti i marchi della società e alla crescita di quello che definisce «l’ecosistema digitale globale» di Ralph Lauren, senza nulla togliere al retail fisico, che continua ad avere un ruolo importante, come dimostra l’apertura del flagshipstore di Milano di questi giorni, dopo quelle recenti di Forte dei Marmi e Firenze.

Mancavate dal quadrilatero della moda da alcuni anni. È stato difficile trovare la giusta location?
«I negozi fisici sono molto cambiati, ma restano un investimento importante e nelle vie dello shopping più rinomate, come via Spiga o Monte Napoleone, i costi sono molto alti e non è facile cogliere le giuste occasioni. Abbiamo valutato alcune opzioni e alla fine l’edificio storico al 5 di via Spiga ci è sembrato perfetto. Affascinante dall’esterno, era l’ideale per costruire, all’interno, la versione milanese dell’universo Ralph Lauren, come avviene in tanti altri flagshipstore nel mondo. Ognuno ha la sua personalità».

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Milano cos’ha di speciale?
«La sorpresa è lo spazio The Bar at Ralph Lauren, che possiamo definire la prima proposta legata al vasto mondo dell’hospitality in Italia: offre un’esperienza e cibo americani, perché ogni cosa nel negozio è inconfodibilmente made in the Usa, ma con un tocco milanese. La vostra città è piena di segreti da scoprire, come il cortile con giardino dell’edificio che abbiamo scelto, sul quale si affaccia il bar. Il cuore pulsante però è sempre il prodotto: distribuiti su 1.500 metri quadri e cinque piani ci sono tutte le linee uomo e donna del mondo di Ralph Lauren».

Alle parole e-commerce o digitalizzazione preferite il termine ecosistema digitale. Perché questa scelta?
«Abbiamo imparato tutti, e non parlo solo della moda e del lusso, che i canali distributivi devono essere integrati non soltanto in un’ottica di offerta e vendita di prodotto, ma anche di comunicazione, vorrei dire empatia, con il consumatore. Le sensazioni, le emozioni, i servizi che si incontrano nei vari canali devono essere coerenti, anche se non possono essere identici. Il negozio di Milano ad esempio sarà accessibile globalmente grazie alla nostra piattaforma di shopping virtuale, che consente di fare acquisti, certo, ma anche di parlare con il personale del negozio e farsi guidare nei servizi di sartoria o styling, se lo si desidera».

L’ultima campagna globale è stata scattata a Milano. Siamo così importanti?
«(Sorride). Certo che sì: lo è la città in quanto capitale della moda italiana, lo è il vostro Paese in quanto mercato strategico in Europa per volumi di vendita e qualità e cultura dei consumatori. Ralph Lauren ha una passione per l’Italia e non dimentichiamo che le linee dal posizionamento più alto di abbigliamento e accessori sono in parte prodotte qui. Quanto alla comunicazione e al marketing, gli investimenti sono tanti e diversi tra loro, ma continuano a crescere: nel secondo trimestre fiscale (luglio-settembre, ndr) la percentuale è stata dell’83% rispetto all’esercizio fiscale 20-21».

Annunciando i risultati, avete detto di essere cauti ma fiduciosi. La Cina, con tutte le sue incognite geopolitiche, non vi preoccupa?
«Nel secondo trimestre le vendite nella mainland China sono salite del 25% rispetto allo scorso esercizio e di oltre il 70% su quello precedente, cioè prima che scoppiasse la pandemia. Abbiamo appena aperto un secondo negozio a Shanghai, con un concept ricco di suggestioni digitali, per tornare alla necessità di sintonizzare il nostro ecosistema con quello locale. La nostra è un’idea di armonica interdipendenza che ci sembra molto adatta al nostro tempo».

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