letture

Love Boat tra le onde dell’Egeo

Un bel libro di Giorgio Ieranò, che i lettori di “IL” conoscono bene, ci racconta perché i Greci hanno inventato il binomio amore-mare: molte generazioni di poeti lo hanno poi logorato, ma vi sembrerà di incontrarlo per la prima volta. E, no, niente svenevolezze

di Guido De Franceschi


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1' di lettura

Anche soltanto per assonanza e consonanza, quantomeno nelle lingue romanze, l'amore e il mare hanno condiviso una straordinaria fortuna letteraria: poeti che si dibattono nella tempesta del desiderio; amanti che fanno naufragio tra i flutti suscitati da una dolorosa passione; Eros timoniere del vascello di Venere, che talvolta naviga verso la quiete di un porto, ma più spesso è esposto alle procelle e fa dubitare di un possibile approdo sicuro (e, infatti, Petrarca scripsit, «Passa la nave mia colma d'oblio / per aspro mare, a mezza notte il verno, / enfra Scilla et Caribdi; et al governo / siede ‘l signor, anzi 'l nimico mio...»).

Il binomio mare&amore è stato così tante volte montato e smontato, come un mobile componibile, da generazioni di poeti e scrittori sommi, mediocri e pessimi, che ormai da tempo le sue viti sono spanate: siamo a un passo, quanto a logoramento, dal leggendario trittico cuore-fiore-amore. Eppure, proprio perché la connessione poetica tra amore e mare è tra i luoghi comuni più frequentati, vale la pena di concederle un po' di attenzione in più.

Come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, invisibile proprio perché lasciata in bella vista, il topos che dà titolo al bel libro di Giorgio Ieranò, Il mare d'amore, è infatti quasi negletto da chi scrive con competenza di letteratura proprio per la sua vieta ovvietà.

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