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Luca Guadagnino e tutta quella tv che diventa “fluida”

Mai si era vista una base dell'esercito così ricca di personaggi dall'orientamento sessuale indefinito come quella ritratta in “We Are Who We Are”. Ma l'opera diretta dal regista italiano è solo l'ultimo tassello di un filone sempre più corposo della serialità televisiva che mette in scena il superamento dei confini di genere per celebrare le libertà più intime

di Manuela Stacca

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Mai si era vista una base dell'esercito così ricca di personaggi dall'orientamento sessuale indefinito come quella ritratta in “We Are Who We Are”. Ma l'opera diretta dal regista italiano è solo l'ultimo tassello di un filone sempre più corposo della serialità televisiva che mette in scena il superamento dei confini di genere per celebrare le libertà più intime


3' di lettura

We Are Who We Are è la storia di una relazione speciale e sregolata. Quella di due adolescenti, Fraser e Caitlin/Harper, anime affini che si vedono e subito si riconoscono, unite nella loro diversità e queerness, all'interno di un racconto di formazione che mette in discussione ciò che è maschile e ciò che è femminile. La prima serie tv di Luca Guadagnino – showrunner, regista e co-sceneggiatore insieme a Paolo Giordano e Francesca Manieri – rappresenta un'importante novità per la rappresentazione LGBTQ+ nel panorama nostrano. Sin dai primi episodi, seguiamo Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin/Harper (Jordan Kristine Seamón) influenzarsi, pungolarsi mentre esplorano la propria identità e sessualità.

Un’immagine tratta da “Orange is the New Black”

Mentre parlano liberamente di identità transgender, corpi in rivoluzione e vivono le prime esperienze amorose in questa sorta di luogo non-luogo, un po' Italia un po' Stati Uniti: un microcosmo chiuso e allo stesso tempo aperto, popolato da civili e militari lesbiche, gay o forse bisessuali, impossibile dirlo. Non si era mai vista in tv una base dell'esercito così queer e ricca di personaggi dall'orientamento sessuale indefinito. Eppure, se si guarda alla serialità anglo-americana, We Are Who We Are (attualmente in onda su Sky Atlantic e Now Tv) è solo l'ultimo titolo che mette in scena il superamento del binarismo di genere e il concetto di fluidità, diventata ormai sempre più mainstream in tv e non solo.

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Feel Good

Lo scorso marzo su Netflix è arrivata Feel Good: dramedy di e con Mae Martin su una stand-up comedian queer decisa a non etichettare la sua sessualità e forse neanche la sua identità come rivela lei stessa: «Credo di essere transgender o non-binaria, o come si dice ultimamente». Sul versante teen-drama, invece, nel 2019 Euphoria si è distinta per il ritratto tragico e crudo della Generazione Z, con una protagonista (forse lesbica) che si innamora di una ragazza trans. Mentre nel 2018 con Pose, Ryan Murphy ha infranto pregiudizi, stereotipi e tabù, creando una serie rivoluzionaria con il cast LGBTQ+ più grande di sempre per raccontare il mondo delle ballroom degli anni Ottanta (la star Billy Porter è tra le icone di moda genderfluid più influenti). E prima ancora Broad City, Orange Is the New Black, Transparent (ideata da Joey Soloway, showrunner non-binary), tutte serie di successo che hanno celebrato la diversity e la fluidità, andando oltre i ruoli di genere e le etichette. Proprio come avviene in We Are Who We Are.

«Solo perché mia madre è lesbica non significa che sono gay», dice Fraser nel terzo episodio, per nulla intenzionato a definire le proprie preferenze sessuali. Lo stesso vale per Caitlin/Harper, la cui identità di genere, nonostante la progressiva mascolinizzazione, non viene mai del tutto chiarita. Ed è proprio questo il punto: il rifiuto di ogni definizione di sé per reclamare il diritto di essere ciò che si vuole. Di vivere le relazioni, il sesso e l'amore liberamente, senza preconcetti – del resto, oggi sono soprattutto le nuove generazioni ad abbracciare di più una sessualità fluida e mutevole, supportando le battaglie transfemministe e della comunità LGBTQ+.

Da Euphoria

Certo, in We Are Who We Are non tutto funziona alla perfezione: la durata degli episodi è spesso eccessiva; alcuni personaggi, specie gli adulti, sono poco sviluppati mentre certe sequenze girano a vuoto. Come ad esempio nel quarto episodio: un inno al sesso disinvolto consumato in una notte sfrenata e di assoluta follia, nella quale la ricerca di libertà diventa puro caos nonsense. E la nudità esplicita dei corpi si fa eccessiva, voyeuristica.

Del resto, la serie non fa altro che provare a catturare e rappresentare le tante contraddizioni di una generazione che appare smarrita, allo sbando da un lato, ma incredibilmente consapevole, volitiva dall'altro. Tra rallenti, fermo-immagine e musiche iconiche riecheggia anche il ritmo e lo stile già visti in Chiamami col tuo nome – con tanto di riferimenti espliciti alla pellicola – di Guadagnino, che qui costruisce un ritratto bucolico, sensuale ma anche crudo. Alla fine, We Are Who We Are è una serie che vuole essere contemporanea, onesta, e ci riesce proprio quando scava più in profondità il legame incasinato di Fraser e Caitlin/Harper: sono loro il cuore pulsante di una storia di amicizia e di accettazione che normalizza la fluidità di genere e sessuale. E dice: “siamo quello che siamo”, vogliamo quello che vogliamo, tutto cambia, è multiforme, nulla è eterno, e va bene così.

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