LASSÙ QUALCUNO CI LEGGE / 3

Luce aliena

Da sempre la volta celeste ha ispirato romanzi che mescolano realtà e fantasia. Ma se la fantascienza vi sembra una letteratura solo per appassionati, questi racconti scritti per “IL” da tre autori non di genere vi convinceranno che non è così

di Ilaria Tuti

Altec Turin, Area Modelli Altec (Credit: Alessandro Albert per “IL”)

3' di lettura

Cinquant'anni, per arrivare a questo momento. Chi ha iniziato non è qui: è la vocazione della scienza, un passaggio di testimone che ha poco a che vedere con l'“io” e molto con il “noi”, con chi verrà, con l'umanità. «Esprimi un desiderio», mi disse un giorno mio padre.
«Voglio stare con te per sempre».
«Allora cercami in ogni atomo».
Lui stava morendo, io avevo dieci anni.
Ho seguito le sue orme, tra le pagine dei libri di fantascienza e nelle aule universitarie, fino ai laboratori di ricerca e negli immensi osservatori astronomici. L'ho trovato nel brillìo delle stelle, nella luce aliena che ha viaggiato per secoli prima di raggiungermi.

Siamo un soffio. Siamo eterni. Che mistero.
La sala operativa è in fermento, i monitor lampeggiano immagini in progressiva definizione. Prove tecniche di elaborazione, ma tra poco si farà sul serio.
A novantasette miliardi di chilometri dalla Terra, la sonda Odisseo è arrivata a destinazione: il punto focale del Sole.
Il suo viaggio è durato trentacinque anni. Davo alla luce mio figlio, quando Odisseo spiegò le vele solari – dodici pannelli di un chilometro quadrato, un dodecaedro piano. Spingevo e speravo che i calcoli fossero esatti. Era un'impresa dell'anima, prima che scientifica.

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Altec Turin, Area Modelli Altec (Credit: Alessandro Albert per “IL”)

Odisseo ha sfruttato l'impulso del vento solare per fuggire da questo sistema, ha navigato mosso dalla pressione di radiazione – perché anche la luce possiede un tocco. E quando ho stretto mio figlio al petto, ho immaginato quell'alito perpetuo sfiorare Odisseo, costante, e portarlo ai confini di quanto finora abbiamo potuto osservare. Più di cinquecento anni prima, Keplero lo aveva teorizzato; quel giorno, noi lo realizzammo.

Ero una giovane ricercatrice alle prime armi, ma oggi quel vento mi ha condotta lontano. Prendo per mano il bambino che da tempo si rifiuta di parlare. Non mi ha mai chiamato nonna. Lo accompagno alla postazione di controllo. Sembra concentrato sul suo tesserino di riconoscimento, ma in realtà non sta perdendo nemmeno un dettaglio.

Sa che Odisseo non è solo: porta con sé un telescopio, Polifemo, per catturare l'immagine di un esopianeta, Filemone. La sua stella è Bauci, distante cento anni luce da noi. Filemone e Bauci, come la coppia di anziani innamorati della mitologia greca. Come il nonno e la nonna.

«Avrebbero potuto chiedere qualsiasi cosa a Zeus, ma il loro unico desiderio era restare assieme per sempre. Furono esauditi», racconto a mio nipote. Gli ho già spiegato ogni cosa e, anche se non mi ha mai guardata negli occhi, so che ha compreso, il suo cervello geniale ha bevuto ogni informazione, senza placare la sete. «Filemone è talmente distante da non essere osservabile nemmeno con i più avanzati telescopi – dalla Terra servirebbe una lente con il diametro di cento chilometri. Sappiamo che è lì solo perché è una vibrazione che arriva fino a noi attraversando l'universo. Oggi, però, lo potremo osservare nel dettaglio. Sai che cosa significa?».

Come sempre, non risponde. I suoi sette anni sono un rigoroso lavoro di costruzione: muri, tutt'attorno a lui.
Prendo la mia biglia portafortuna, color del cielo. Tendo un lembo della sua maglietta e la lascio cadere.
«La massa del Sole è così grande da creare una curva nel tessuto dello spazio-tempo – un campo gravitazionale – proprio come questa sfera. La luce che gli passa accanto curva, devia la sua traiettoria. Se ne accorse il tuo amato Einstein, centotrenta anni fa».

Due battiti di ciglia ravvicinati. Continuo. «Nella corona di luce aliena attorno al Sole, vedremo, riflessa e ingrandita, l'immagine di Filemone, che sta proprio lì dietro, ma lontanissimo, inavvicinabile. La nostra lente d'ingrandimento sarà il Sole. Una lente gravitazionale». La squadra di ricerca è pronta. Con un cenno, do il via al conto alla rovescia.
Dieci, nove, otto… Zero.

Polifemo alza il coronografo. I sensori del suo occhio elettronico puntano le coordinate predefinite, per immortalare la luce aliena richiamata dal Sole nell'anello di Einstein. Nei prossimi mesi, fotograferà ogni settore della corona e il puzzle darà l'immagine completa di Filemone. «Arriva la prima scansione», mi avvertono. I pixel dei monitor si accendono di colori. Ciò che vediamo formarsi è improbabile, eppure possibile.

Pianure verdi e mari azzurri, rilievi dorati, i colori delle stagioni che digradano da Nord a Sud…
L'obiettivo stringe il campo. La definizione aumenta e una propaggine di continente assume la forma conosciuta di uno stivale. Un'altra Italia. Un'altra Terra. Perfetta, identica.

«Filemone è il dodicesimo pianeta uguale al nostro fin nel più remoto sperone di roccia che abbiamo trovato fino a oggi», mormoro. «Un duplicato, un enigma che ci parla di noi stessi. Artificiale? Forse…». Il bambino si volta a guardarmi, Filemone riflesso nelle iridi.

«Non c'è traccia di opere umane, in nessuno di loro», sussurro. «Eppure, quando la notte adombra metà della loro superficie, centinaia di luci si accendono lungo le coste e nelle foreste. Non è questo il senso del meraviglioso?».
Sorride.
«Sì, nonna».

Altec Turin, Area Modelli Altec (Credit: Alessandro Albert)

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