Montagna: Campo Imperatore

Luce, vento, nuvole: Tibet d’Abruzzo leggero e ruspante

Con un'altitudine media di 1.800 metri, l'altopiano è il cuore del Parco nazionale Gran Sasso e dei Monti della Laga

di Attilio Geroni


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Campo Imperatore

4' di lettura

La luce, il vento e le nuvole modellano Campo Imperatore. Cambiano i colori e la drammaticità di un paesaggio desertico, fatto di rocce, ghiaia, pascoli brulli, lingue d’asfalto e terra battuta, sentieri stretti e a volte larghissimi, come nel caso dei tratturi millenari che collegavano le montagne abruzzesi al Tavoliere delle Puglie.

Questo è un luogo dove dominano silenzio e vastità: si respira solitudine. È l’altopiano dei primati: il più grande d’Italia, con un’estensione di 75 chilometri quadrati, che accoglie la vetta più alta dell’Appennino, il Corno Grande, e il ghiacciaio più a Sud d’Europa, il Calderone.

Con un’altitudine media di 1.800 metri, è il cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, istituito nel 1996 e ancora oggi alla ricerca di una identità precisa: «Potrebbe benissimo essere Tibet – disse l’esploratore Fosco Maraini durante una visita a Campo Imperatore alla fine degli anni Trenta -. Somiglia alla pianura di Phari-Dzong, sulla strada tra l’India e Lhasa».

Parole che hanno alimentato il mito di un luogo che soltanto alla fine, ai duemila metri e oltre del piazzale, diventa località. Un albergo chiuso e dall’intonaco rosso mattone sempre più scrostato, quello dove fu imprigionato e da cui fuggì Benito Mussolini nell’agosto-settembre 1943; un ostello (aperto), gli impianti da sci, l’osservatorio astronomico, il giardino botanico, qualche bancarella di souvenir, camioncini di street food che da queste parti significa quasi esclusivamente arrosticini. Poi i sentieri partono verso le rocce dolomitiche del massiccio del Gran Sasso. Dal primo strappo di 30 minuti verso il rifugio Duca degli Abruzzi alla Direttissima o alla Via Normale, destinazione la vetta del Corno Grande a 2.912 metri. La magia arcaica si recupera nei borghi di origine medievale che fanno da corona all’altopiano, da Santo Stefano di Sessanio a Castel del Monte, da Castelvecchio Calvisio a Calascio, che con la sua Rocca e la vicina chiesa rinascimentale a pianta ottagonale di Santa Maria della Pietà crea uno dei paesaggi più spettacolari d’Italia affacciandosi sulla Valle del Tirino.

Tra questi paesi e l’altopiano sono stati girati decine di film. Tre titoli su tutti, per dare l’idea di quale bellezza primordiale hanno cercato e catturato alcuni registi: Il Nome Della Rosa, Lady Hawke e Il Deserto Dei Tartari. Ma gestire il turismo in un’area protetta e per di più ad alto rischio sismico non è facile. Così ogni tanto i vincoli ambientali si sommano alla paura, allo spopolamento dei piccoli centri ed è difficile formulare un modello di sviluppo, quindi una ragione per restare.

Alberto Bazzucchi, aquilano, ricercatore del Centro studi delle Camere di Commercio abruzzesi, ora distaccato all’Isfart di Roma, che per il sistema camerale elabora ricerche su turismo e territorio, mostra dati significativi sul potenziale della zona. Nella provincia dell’Aquila il turismo rappresenta in media il 4,5% dell'economia locale, nell’area del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise si sale all’11% e nel comprensorio Baronia Carapelle (quello dei borghi medievali) si registra un 7,2 per cento. «Non è solo una questione di numeri – dice Bazzucchi – e tantomeno di risorse paesaggistico-naturalistiche. Manca una narrazione moderna, una comunicazione capace di mettere al centro dell’esperienza il turista, il visitatore. C’è un palcoscenico meraviglioso e c’è un protagonista che deve potersi muovere a proprio agio».

Forse però questo è ancora “Il territorio dei miei sogni”, titolo di una bellissima ricerca sul campo condotta da Lina Calandra, professoressa di Geografia dell’Università dell’Aquila assieme a ad assistenti, borsisti e studenti, attraverso interviste a cinquecento abitanti del Parco. C’è il sogno di Luca, che gestisce il camping del Ceppo, località sul versante dei Monti della Laga, e ne vuole fare il camping più bello d’Italia: «A chi mi dice che quassù non viene nessuno perché non c'è niente io rispondo che il niente è bello, è tutto, perché il niente è difficile da trovare».

C’è poi il sogno di un anziano che condensa il dramma dello spopolamento di molti centri, accelerato dopo gli ultimi terremoti: «Spesso non possiamo fare una partita a carte perché non si trova il quarto». I mille sogni raccolti da Lina Calandra e imbucati simbolicamente in una vecchia arca di legno sono storie di tenacia e ostinazione: «I nostri interlocutori sono dei resistenti, gente attaccata al territorio nonostante le avversità e la mancanza di una regia, di un coordinamento per proteggerlo e farlo crescere», dice.

Chi è riuscito invece a trovare una narrazione moderna per il suo antichissimo patrimonio è Santo Stefano di Sessanio, paese, un tempo fantasma, che gravita sull’altopiano. Una storia conosciuta che ha visto, grazie all’investimento e alla lungimiranza di un privato, il milanese (di origine svedese) Daniel Kihlgren, la nascita di uno dei primi alberghi diffusi d’Italia, Sextantio, e di un turismo di qualità, capace di attirare stranieri come nessun altro luogo d'Abruzzo. Nunzia Taraschi, etnologa che lavora dall'inizio per Sextantio, ha seguito passo passo il restauro conservativo delle camere e dell’intera struttura alberghiera. L'attenzione al recupero dell’esistente è stata, dove materialmente possibile, filologica: «Ho lavorato a stretto contatto con il Museo delle Genti d’Abruzzo – e mi sono rifatta alla tradizione orale degli anziani del posto». Così i muri restano fuligginosi, le finestre sono spesso strette come feritoie, le coperte di lana sono realizzate con il telaio e i bagni sono un compromesso tra modernità e tradizione: «Ogni tanto qualcuno si lamenta che nella vasca manca la doccetta, ma pazienza, qui si va di brocca, non si possono bucare i muri di case millenarie».

Luca Mazzoleni, romano, conosce il Gran Sasso a memoria essendo il gestore del Rifugio Franchetti, versante teramano del massiccio. «È un peccato – racconta – che non si riesca a gestire nemmeno l'esistente. Così si rischia di perdere, o meglio di usare male, ciò che definisco “quella leggera ruspantezza dell'Abruzzo”, dove tutto non è curato, leccato, levigato e costoso come in altre regioni, ma è più vero, diretto, arcaico se vogliamo. Usata bene, la promozione di questa ruspantezza come valore di autenticità, sarebbe un formidabile strumento di marketing».

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