verso il rilancio

Cinecittà, dentro gli studios dove hanno girato «Il Nome della Rosa»

di Clara Miranda Scherffig

Cinecittà

2' di lettura

Spariamola grossa: la differenza tra i Fori Imperiali e il Sunset Boulevard è che i primi sono percorsi dalla storia, il secondo dalla finzione. Mentre gli uni registrano il trascorrere del tempo, l'altro lo espande come se fosse spazio, inventandolo. Il risultato di queste due forze crea la materia stranissima che costituisce il cinema. Cinecittà sta nel mezzo, non meno strana, ma certamente più tangibile. Non‑luogo i cui estremi cronologici sono ascrivibili quasi solo per “interposto-posto”, la Città del Cinema a Sud-Est della Capitale è stata concettualizzata a New York nel 1928 dal critico cinematografico Luigi Freddi. Se la proiettiamo in un futuro in cui il formato-cinema non esisterà più come lo conosciamo adesso, i suoi resti potrebbero confondersi con quelli del Colosseo: le sue tracce registrate non nella cellulosa, ma nel suolo eternamente archeologico di Roma.

Immaginarne la fine non è d'auspicio migliore per raccontare il piano di sviluppo avviato sulla scia della Nuova Legge per l’Audiovisivo – il decreto ideato per rinvigorire l'industria cine-audiovisiva italiana e insieme, sborsando 400 milioni di euro annui, identità e cultura nazionali. Eppure, sia all'esterno che all'interno, Cinecittà appare come un Gulliver addormentato in mezzo all'operosità del personale – oltre 200 dipendenti tutti rintanati negli uffici e nei 19 teatri di posa. Un bizzarro sogno di decadenza e progresso che si estende all'interno di 2 chilometri di perimetro murato.

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Percorrendolo tutto, poco dopo il centro commerciale – sorto negli anni Ottanta sul terreno «dove facevano le corse con le bighe» – sporge un gigante di pietra grigia che regge una fiaccola, rimasuglio forse dei set di Ben Hur e apparizione magica quanto sinistramente toccante. Proseguendo, all’incrocio con la residenziale via di Torre Spaccata, un cespuglio inselvatichito camuffa le urla umanoidi di un gabbiano, mentre l'autobus non passa mai. Al di là del muro, in quella zona che il piano di sviluppo vuole trasformare in una “via delle Botteghe dei Mestieri”, si cela l'area ceppi degli studios, dove sono ammonticchiati alberi mozzati, tronchi concavi, rametti in cartapesta: esercizi di scena e props a imitazione del vivaio poco distante, dove un'ordinata fila di palmette annuncia, senza alcun bisogno di segnaletica aggiuntiva, l'attività svolta.

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