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Luciano Bianciardi, in cerca dell’America all’ombra del Duomo

Sulle tracce dell’autore de «La vita agra» seguendone luoghi e umori in una città dove si sentì straniero e che è stata la miccia del suo furore

di Maria Luisa Colledani

Folla di lavoratori a Milano, in via Farini, 1963. Getty Images

3' di lettura

Aggrappati alla verticalità, come fosse un trampolino verso un mondo nuovo. È il destino di Milano e del suo correre incontro all’avvenire. Negli anni 60 c’era il Pirellone, immortalato da Ugo Mulas con un emigrato da chissà dove e pronto a cercare il fiore della vita; oggi ci sono le Tre Torri di City Life o i grattacieli di Porta Nuova che accarezzano le nuvole. La verticalità è ossigeno per i sogni, come lo fu quella di Luciano Bianciardi, sbarcato a Milano da Grosseto per lavorare in Feltrinelli. Alza gli occhi nel cielo lombardo e ne trova di torri, Bianciardi. C’è anche quel torracchione di vetro e cemento dove ha sede la dirigenza dell’azienda proprietaria della miniera esplosa a Ribolla e causa della morte di 43 minatori, che tanto lo avevano turbato. Lo cerca quel torracchione, quando arriva a Milano, e la scrittrice Gaia Manzini nel suo A Milano con Luciano Bianciardi si mette sulle tracce dell’autore de La vita agra, e in fondo di tutti noi che cerchiamo l’America all’ombra del Duomo. Ne segue luoghi, umori, tristezze: «non se ne andò mai da Milano, ma in questa città si sentì sempre uno straniero. No, Milano non è stato un amore per lui: tutt’altro. È stata la miccia del suo furore».

Perché emigrare a Milano

Bianciardi, che deve mantenere la moglie e i figli rimasti a Grosseto, scrive per i giornali («Le Ore», «l’Unità», «Il Giorno»), traduce romanzi degli altri (fra gli altri, London, Faulkner, Steinbeck e Miller) e crea gli spazi per i propri: «è uno scrittore in tumulto, contro il progresso, contro il lavoro impiegatizio e gli stenti di chi lavorava a cottimo». Misura la città in lungo e in largo, è un uomo in fuga che rimpiange la sua città natale. C’è un posto in cui sta bene: il bar Jamaica, fra pari, insieme con fotografi, cantanti, scrittori, che lui aveva battezzato la«“desolata scapigliatura di via Brera”. Sono tutti uomini soli in quel gran correre di Milano: «il vizio della solitudine, l’affinità sta lì.

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Quel tornare sempre a sé nonostante tutto, come sicurezza, come condanna. Quell’irrequietezza del cambiare sempre, e non arrivare mai. Lui che voleva la luna. Sì, la luna: non quella degli astronauti, ma sempre e solo quella di Leopardi».

I romanzi e i giornali

Le strade di Bianciardi sono quelle di Brera: al lavoro in Feltrinelli, in pensione in via Solferino dove scopre l’amore in una stanza per Maria Jatosti. Poi, si trasferisce in una camera in via Marghera e trova casa in via Domenichino. Il lavoro è matto e disperatissimo: «il suo furore, l’energia, la ricerca di ogni parola. Il mondo che va oltre il soffitto viola, il mondo che prende vita dal niente. Niente di più che quattro mura e un po’ d’inchiostro». Aveva già capito che dietro al progresso, c’è una faccia in ombra, l’alienazione. Negli anni 60, come oggi. Le pagine di Gaia Manzini, così cariche di profumi, ambienti, sguardi, scollinano dalle giornate di Bianciardi alle nostre del 2021. Lo scrittore avverte il baratro del consumismo e ha nostalgia per un mondo che sfuma via, come noi oggi siamo sepolti sotto troppi algoritmi che ci semplificano la vita, e la uccidono.

Il «no» a Indro Montanelli

Indro Montanelli, entusiasta de La vita agra, lo contatta dal «Corriere» per una collaborazione. Ci pensa Bianciardi, «che è ancora un minatore, uno scapigliato, un morto di fame, un anarchico. No, non lo può fare, non può rinunciare all’ultima traccia di se stesso, alla fatica, all’abnegazione, alla sofferenza. Il giorno dopo chiama il “Corriere” e rifiuta».

La Milano di Bianciardi è un codice di geometrie esistenziali: il lavoro, qualche trattoria con la cassœula a mille lire, un bel bagno al Cobianchi o in Porta Venezia, qualche film al cinema, i pomeriggi alla piscina del Lido o alla Pelota Jai Alai di via Palermo, le sere al Derby in tempo per sentire Jannacci, con il quale ha in comune forse una specie di fratellanza. Vive perlopiù di notte, «sonnambulo, come chi ha perso le coordinate, la città lo ha confuso, lo ha fatto girare su se stesso così tante volte che ha smarrito ogni direzione».

Boom o alienazione?

Visita Metanopoli e Sesto San Giovanni ma non racconta gli operai, che vivono in periferia e nelle campagne. Nella «trilogia della rabbia» (Il lavoro culturale, 1957; L’integrazione, 1960; La vita agra, 1962), fotografa gli impiegati e un’Italia nuova che cerca il benessere e sprofonda, senza accorgersene, nell’alienazione: «Bianciardi ha svelato l’incessante tensione verso l’alto e il limite di questa tensione che per procedere si dimentica del passato e si innalza nella notte come le Torri di Kiefer. Con qualcosa di bellissimo e decadente al tempo stesso». Vitale sarebbe accorgersi del cornicione prima di precipitare e rischiare di farsi troppo male.

A Milano con Luciano Bianciardi, Gaia Manzini, Giulio Perrone Editore, pagg. 134, € 15

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