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Luigi Basiletti: l’uomo che scoprì la Vittoria

Il suo epistolario arricchisce le conoscenze sulla cultura italiana dell’800 e sull’artista che recuperò il Capitolium di Brescia e la statua divenuta simbolo della città

di Fernando Mazzocca

5' di lettura

Le appassionate ricerche di Bernardo Falconi e l’impegno sempre vivo di un’istituzione gloriosa come l’Ateneo di Brescia ci hanno fornito con questo volume uno straordinario strumento di conoscenza del panorama culturale italiano del Risorgimento. Sarebbe riduttivo ricondurre questo epistolario in una dimensione monografica legata alla sola figura del suo intestatario Luigi Basiletti, di cui oggi è nota ai più l’attività pittorica, recentemente rivalutata, puntando in particolare sul ritrattista e il paesaggista, dalle due raffinate mostre lui dedicate dal Museo Lechi di Montichiari. Ma, come emerge da questo straordinario carteggio, è stato molto di più di un artista affermato. Il suo impegno civile, la sua versatilità, l’immensa cultura, le diverse competenze e le relazioni, ne fanno un vero protagonista del dibattito artistico tra Neoclassicismo e Romanticismo, tra Brescia, Bologna, Roma e Milano che sono stati i suoi luoghi di riferimento. Le sue lettere, recuperate in varie sedi con una ricerca davvero certosina, sono al centro di questo epistolario, che in realtà, con una visione più allargata, include anche quelle dei suoi illustri corrispondenti, in un gioco di relazioni sorprendente che riesce dunque a ricostruire, attraverso fonti dirette, l’eccezionale parabola biografica di questo uomo, ancora di estrazione illuminista - era nato nel 1780 -, ma che è riuscito nella sua lunga vita a traghettare e aggiornare, come è accaduto ad altri suoi contemporanei e corrispondenti, quella preziosa eredità nel mondo più complesso dell’Italia risorgimentale, animato da tante speranze di riscatto, morale e culturale soprattutto ancora prima che politico. Attraverso il continuo dialogo con suoi committenti possiamo ricostruire una vasta attività pittorica che ci sorprende per la sua versatilità: impegnato su diversi fronti, da quelli a noi più noti del ritratto e del paesaggio, due generi allora in vivace espansione da lui declinati nelle loro diverse possibilità, alla pittura storica e addirittura sacra, che costituiscono il versante meno noto della sua produzione. Ma la sua formazione, la sua cultura e le competenze acquisite ne hanno fatto un esperto ascoltato in vari settori, dall’archeologia allo studio degli antichi maestri, all’architettura e all’arte contemporanea.

Certo la sua maggiore impresa, come è noto, è stata la riscoperta della Brescia romana e di quell’opera diventata leggendaria che è la bronzea Vittoria alata, emersa come per incanto nella tarda sera del 20 luglio 1826, insieme con altri bronzi antichi, nell’intercapedine occidentale del Capitolium, e recuperata all’alba del giorno dopo. L’essere stata nascosta, pur smontata, per salvarla durante le invasioni barbariche spiega l’eccezionale stato di conservazione. Nei giorni successivi i giornali diedero conto, non senza errori, della straordinaria scoperta e lo stesso Basiletti volle condividere con l’amico di sempre e suo mecenate, il grande collezionista Paolo Tosio, l’esaltazione per «questa donna che se l’entusiasmo non mi fa velo alla ragione, io la reputo una delle belle opere che escirono dalla mano greca. Voi avete sempre insistito a volere che i nostri scavi ci offrissero statue, anziché colonne, ornati, ed epigrafi, ed eccovi non una statua ma una creatura che respira per incanto della bella arte divina abbenché abbia ora le braccia, e le ali staccate, e sia priva di pupille».

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Aveva capito subito l’eccezionalità del ritrovamento. Si trattava di un magnifico originale greco, portato a Roma per volontà di Augusto che la donò a Brixia forse in occasione del conferimento alla città del titolo di Colonia Augusta. Fu allora che da Afrodite, qual era in origine, venne trasformata in Vittoria. Fatto sta che diverrà il simbolo della città anche nel mondo, grazie alle copie che se ne ritrovano nei luoghi più inaspettati, dal Louvre al castello Hearst in California. Le lettere scambiate con Tosio occupano un posto speciale. Sono la parte, per interesse non solo di informazioni ma anche per il tono colloquiale, più vivace. Utilissime sia per rievocare il carattere e le relazioni tra i due amici, ma anche per ricostruire la storia di una fantastica raccolta che, dopo la scomparsa della vedova del collezionista, divenne nel 1851 la prima pinacoteca pubblica di Brescia, una città che poteva già vantare, per quanto riguardava le antichità classiche, un Museo Patrio, di cui Basiletti è stato il principale promotore.

Nonostante questo fortissimo legame con la sua patria, negli orizzonti culturali e anche nel cuore di Basiletti sta, con un’intensità spesse volte ribadita in queste lettere, Roma dove ha soggiornato molte volte, rinsaldando anche i legami con Tosio, cui, nel 1809, scrive che «stando con voi la mia anima sta a Roma». Mentre il 29 maggio del 1814 lo stesso Tosio gli raccomanda: «Quando inciampate nei sassi di Roma, baciateli anche per me». O nel 1815, scrivendo confidenzialmente a Bertel Thorvaldsen, gli confessa: «Io non so che desiderare il momento di rivedere Roma perché per gli artisti non vi è che Roma». Quell’agognato momento verrà nel 1819, quando scriveva alla «contessina gentilissima», Paolina Tosio, descrivendole gli incanti della città eterna, «popolata e brillante», anche nel «commercio delle arti», di cui risulta più attivo quello della scultura e della pittura di paesaggio. Ma poi la sua attenzione appare rivolta ai grandi musei, in particolare a quello Vaticano ora «interamente compito» e agli scavi, in particolare nell’area del Campo Vaccino dove «è tutto sossopra e si vocifera di un grande progetto di disterrarlo interamente». In questa stessa lettera del 1° di giugno, che è una delle più belle, troviamo una straordinaria descrizione di una «macchina per l’escavazione del Tevere». Si intravvede la sua competenza tecnologica, giustamente scettica, quando conclude ironico: «io non so se questa mia descrizione possa darle una esatta idea. Le dirò bensì che molti pensano che questa machina non avrà un buon successo, e nella mia testa dico pure che si farà un vero buco nel acqua».

Ebbe invece pieno successo la sua missione di procurare a Tosio opere eccellenti per la sua raccolta. Al Ganimede di Thorvaldsen, che aveva definito nel 1815 un «gioiello della scoltura moderna», si aggiungerà, proprio nel 1819, un capolavoro del grande rivale Canova, come la testa ideale di Eleonora d’Este, scelta in alternativa a un’erma di Saffo.

L’epistolario termina nel 1850 con lettere strazianti che documentano i tempi bui, seguiti alla rivolta delle gloriose Dieci Giornate della Leonessa d’Italia, quando, per ritorsione, le feroci truppe croate del generale austriaco Haynau, misero a ferro e fuoco la città, per cui anche la sua «pacifica casa» venne «totalmente saccheggiata per due giorni ed una notte, e i miei quadri antichi e moderni tagliati a pezzi o derubati, come lo furono molti libri d’arte di valore, ed oggetti appartenenti all’arte, e tutto il mobiliame derubato e infranto». Cercò «la quiete di questi miei ultimi anni della vita stando la maggior parte in campagna, ma anche questa è in pericolo a motivo di una quantità di disertori ed aggressori che a truppe assaltano le famiglie con uccisioni al metodo croato».

Luigi BasileTti 1780-1859.
Carteggio artistico

A cura di Bernardo Falconi

Edizioni dell’Ateneo di Brescia,
Brescia, pagg. 600, € 34

Riproduzione riservata ©

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