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Luigi Meneghello a cento anni dalla nascita

Tra Accademia della Crusca e Università di Firenze, l'occasione per ricordare uno dei più straordinari scrittori-traduttori del nostro 900

di Giuliana Adamo

(Della Corte / AGF)

3' di lettura

Nessuna migliore sede del «Sole 24ore» per ricordare il centenario della nascita di Luigi Meneghello (1922-2007) che - dall'indomani del suo ritorno in Italia dopo il lungo dispatrio inglese (1947-2004) -, vi contribuì nei tre anni finali della sua vita per un totale di ventotto articoli pubblicati mensilmente sul supplemento culturale del giornale sotto il titolo di Nuove carte (oggi nel volume L'apprendistato. Nuove carte 2004-2007, a c. di C. De Muru e A, Gallia, Rizzoli 2012).

Eccoci, quindi, a ricordarlo – dopo l'ultimo suo articolo, qui apparso postumo il 7 luglio 2007, dal titolo “Io, apprendista della penna”, in cui si soffermava su alcune parti della sua lectio magistralis pronunciata a Palermo il 20 giugno 2007 in occasione della Laurea honoris causa in Filologia Moderna conferitagli insieme a Vincenzo Consolo (1937-2012) di cui quest'anno ricorre il decennale della morte.

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L'occasione per ricordare uno dei più straordinari scrittori-traduttori del nostro 900, tra i più europei e internazionali, è offerta dalla serie di eventi messi in atto dal neo-istituito Comitato nazionale per le celebrazioni della nascita di Luigi Meneghello che, con pochi mezzi e molta passione e competenza, ha già promosso alcune giornate memorabili a Malo, Padova, Firenze. In particolare nella città del giglio, con la collaborazione tra Accademia della Crusca e Università di Firenze, si è tenuto un incontro, dal titolo “Firenze per Luigi Meneghello”, suddiviso tra le due prestigiose sedi, che ha permesso al pubblico di ascoltare le parole profonde mosse dall'opera e dall'etica di Meneghello grazie a studiosi e studiose di una vita dello scrittore maladense, tra cui John Scott, Franco Marenco, Ernestina Pellegrini, Francesca Caputo, Pietro De Marchi, Luciano Zampese. E, fra i più giovani, Diego Salvadori e Francesca Cheli, a significare che Meneghello è ancora vitale e ‘vivo', al pari dell'indimenticabile ‘oseleto' della sua lingua prima vs l'‘uccellino' impagliato della tradizione alto-letteraria, anche tra i meno ageé.

Crusca

La giornata, aperta alla Crusca dal presidente Claudio Marazzini, è cominciata con il raffinato intervento di Gianluigi Beccaria che, con attenzione al rapporto tra lingua di espressione e dialetto materno, ha insistito sul fatto che “scrivere è ricerca”, tratto che accomuna gli esponenti della magnifica triade veneta Bandini-Meneghello-Zanzotto. Mario Barenghi ha, quindi, collocato storicamente Meneghello nella generazione degli scrittori che a vent'anni hanno incontrato la II guerra mondiale. Scott - che condivide con Marenco l'esperienza di essere stati giovani assistenti all'università Reading nel mitico dipartimento di studi italiani fondato da Meneghello -, si è soffermato sul secondo polo intellettuale costitutivo del dna dello scrittore di Malo: quello inglese. La sessione pomeridiana, in piazza san Marco, è stata aperta da un intervento della pedagogista Vanna Boffo che trova nei testi di Meneghello materia valida per l'insegnamento e la formazione dei futuri docenti.

Le letture dei capolavori di Meneghello

Bellissime, poi, le letture dei capolavori di Meneghello fatte da Marenco che lo definisce “scrittore internazional-popolare” e ne mostra il “comparatismo a tre punte” (inglese, italiano, alto-vicentino); Massimo Fanfani, su lingua e stile nei Piccoli maestri; e di Ernestina Pellegrini sul “corpo fonico” di Libera nos a Malo. Salvadori sul rapporto tra Meneghello e la Natura e la giovanissma Cheli, fresca di laurea sulle Carte, hanno sollevato altri punti critici. Arianna Antonielli si è soffermata sul rapporto tra Meneghello e Yeats. L'intensa giornata si è conclusa con il trio De Marchi, Zampese e Karen F. Mclachlan che ha letto, commentato, reso acustica la poesia di Meneghello in traduzione o quasi. Versi da Yeats e Shakespeare, tra gli altri, letti prima in originale inglese, quindi nella quasi traduzione-ricreazione di Meneghello in alto-vicentino, poi in traduzione italiana “di servizio” (fatta da De Marchi e Zampese). In mezzo a tante citazioni, richiami, intarsi sonori e giochi fonici sempre sul filo tra ironia e serietà, Meneghello avrebbe sorriso e applaudito agli altri e...a sé.

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