Vela

Luna Rossa: o tutto o niente. Iniziano le finali per contendersi l’America’s Cup

Parte con quattro giorni di ritardo, causa breve allarme Covid ad Auckland, l'America's Cup numero 36, a poco meno di quattro anni dall'unica edizione disputata a Bermuda nel giugno 2017. Sarà l'evento sportivo globale più rilevante del 2021, Olimpiadi a parte

di Alex D'Agosta

6' di lettura

Luna Rossa Prada Pirelli ed Emirates Team New Zealand, ventuno anni dopo, ancora in finale insieme. Tutto o niente: “non c'è secondo”, si ripete scherzosamente, ma non troppo, nell'ambiente velico. E così anche questa volta si riparte da zero ma si potrebbe decidere tutto anche nell'arco di meno di una settimana, al ritmo di due regate al giorno se le condizioni meteo lo consentiranno: ci vogliono sette vittorie per vincere, con un solo punto di scarto.

Parte con quattro giorni di ritardo, causa breve allarme Covid ad Auckland in Nuova Zelanda, l'America's Cup numero 36, a poco meno di quattro anni dall'unica edizione disputata a Bermuda nel giugno 2017. Sarà l'evento sportivo globale più rilevante del 2021, Olimpiadi a parte. E, soprattutto in Italia, potrà diventare uno degli argomenti di discussione nello sport più “caldi” per diversi anni a venire. Con i suoi 170 anni di tradizione la “vecchia brocca” è ancora lì, osannata da tanti potenti della terra ma sempre più difficile e controversa da conquistare. Così, se, per la prima volta nella storia riuscirà a metterci le mani un team italiano, essa conquisterà un'importanza significativamente vicina a un evento come può essere l'Olimpiade invernale di Cortina 2026. Perché, a chi è capace di vincerla, è bene ricordarlo, è riservato l'onore e l'onere di riorganizzare l'evento nella sua edizione successiva. Il che equivale a dire in media da 3 a 5 anni di lavoro tecnico, sportivo, commerciale, promozionale, amministrativo, di sviluppo territoriale e, certamente, turistico.

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Un evento che può ampliare la sua forma e il suo calendario ma, di base, resta unico e speciale: conserva infatti l'alone di esclusività e di magia, fosse solo per il fatto di essere il trofeo tuttora in palio più antico.Un bel gioco, quindi, che non tutti hanno però saputo sempre ben gestire.

La ricchissima Bermuda, non è stata infatti l'esempio di località ospitante più virtuosa. Piccola, costosa e difficile da raggiungere, ha rappresentato anche l'unica edizione senza Luna Rossa dal 2000 a oggi: la compagine italiana ne era uscita per dissenso con gli organizzatori. Ma quando la Coppa è stata per la prima volta “sbullonata” dal New York Yacht Club nel 1983, da allora molte città ospitanti ne hanno ereditato fortuna, benessere e memoria storica indelebili nell'immaginario collettivo, ben oltre la sola dimensione di evento sportivo nautico.

Fremantle, San Diego e più di recente San Francisco hanno tutte dimostrato di essere maggiormente all'altezza della situazione. Ed è con le due edizioni europee di Valencia che si è toccato il punto più alto di partecipazione e di sviluppo anche dal punto di vista dell'economia dell'evento, considerata la massima partecipazione di dodici team nell'edizione 2005-2007, che arrivava in Spagna dopo un circuito di tre anni “itinerante”, ancora preso da esempio per il suo ineguagliato successo.

Come ricorda Mauro Pelaschier, storico timoniere della prima sfida italiana, quella di Azzurra: «Quando ci furono i Louis Vuitton Act a Trapani nel 2005 abbiamo registrato una quantità di pubblico e di affetto che non credo di aver mai visto in nessun altro evento di vela al mondo. Se l'Italia riuscirà nell'impresa, ne faremo nuovamente un evento eclatante senza dubbio. La squadra c'è, la cultura anche: dopo quarant'anni dalla nostra prima campagna, ora i tempi sono maturi».

Dello stesso avviso è Cino Ricci, l'uomo che aveva avuto l'incarico di mettere assieme la prima avventura italiana in questo universo. All'epoca, spiega Cino, la gente «era stupita, inconsapevole della grandezza della cosa e, d'altro canto, gli avversari non credevano molto nel potenziale degli italiani». Ma, soprattutto, è sicuro di come l'Italia sia ora pronta ad ospitarla, poiché gli italiani sono «capaci di fare tutto. All'epoca gli americani ci accusavano di non saper fare le barche. Invece io gli dicevo che facevamo gli yacht più belli, facevamo le Ferrari, e che un giorno avremmo saputo fare le barche più veloci».

Ma l'Italia è davvero riuscita a fare la barca più veloce in America's Cup? Per vincere la Prada Cup, sinora Luna Rossa ha già dovuto battere gli inglesi e gli americani. Quest'ultimi, che erano effettivamente non meno rapidi - anzi il loro record di velocità in gara è ancora imbattuto - sono stati tuttavia più sfortunati e hanno preso qualche rischio di troppo: una specie di “peccato di ingordigia” che li ha portati al noto e decisivo incidente.

Non resta che misurarsi con i detentori, i “kiwi”. Prima di vedere il confronto fra i due scafi in acqua, fa il punto sinteticamente Fabrizio Marabini, l'ingegnere oggi in forza a Luna Rossa che è fra i “veterani” delle performance in America's Cup, avendole seguite in tutta l'evoluzione dal Moro di Venezia in poi, facendo parte anche dell'ultimo equipaggio vincente di Team New Zealand nel 2017: «In questa occasione, dal punto di vista tecnologico non siamo secondi a nessuno. Siamo messi bene sia in quella che viene chiamata meccatronica - quello che c'è in Luna Rossa è il picco di quello che è stato raccolto negli ultimi anni dai migliori fornitori italiani - ma anche nella fluidodinamica, nella costruzione, nella rifinitura e nell'elettronica. In barca, credo che gli equipaggi si equivalgano. Gli scafi tuttavia si differenziano molto perché quello neozelandese è stato fatto, come ha sottolineato anche il nostro skipper, rispecchiando la personalità del loro skipper, Burling. Quella di giovani senza paura, che prendono rischi estremi».

«Una tecnologia molto importante che ha determinato per tanti anni il possesso della Coppa da parte degli americani», continua Pelaschier. «È anche nei prossimi giorni scopriremo chi avrà la tecnologia migliore, perché la barca in questa generazione fa tanto. Al di là della bravura del singolo equipaggio che, comunque, nel caso di Luna Rossa è cresciuto molto: ha dimostrato di saper controllare le manovre di qualsiasi altro avversario e di essere competitivo».

Dopo l'epoca delle due campagne di Azzurra e la partecipazione di Italia nel 1987, bisogna ricordare la vicenda italiana sinora più vittoriosa, quella del Moro di Venezia, la prima a conquistare la Louis Vuitton Cup e anche punti nella finale di America's Cup. A bordo lo skipper americano Paul Cayard, astuto ma anche elegante sex symbol di un'era di grande crescita nella vela. Oggi Paul, responsabile tecnico della nazionale olimpica statunitense, non può che tifare per Luna Rossa: «Sarebbe sicuramente un bene se vincesse l'equipaggio italiano. Sappiamo tutti che in Europa il pubblico e l'industria è più fertile e si potrebbe immaginare di nuovo una partecipazione di almeno otto o dieci team. Si giocherà tutto in pochi giorni. Le regate iniziano con vento leggero: forse meglio per Luna Rossa, perché i neozelandesi hanno una barca che dovrebbe andare meglio sopra gli 11 nodi. Penso che rispetto al 2000 abbiano meno differenza di prestazioni con gli avversari, gli auguro sia sufficiente per farcela, in fretta. Certo, ai miei tempi era diverso. Nel 1992 eravamo abbastanza vicini agli avversari come prestazioni e il fattore umano era molto significativo. Infatti noi avevamo una barca leggermente inferiore ma siamo comunque riusciti a vincere una regata in finale grazie a strategia e navigazione perfetti».

A tifare per Luna Rossa non c'è solo il mondo della vela vela. Ogni velista ha il suo “pubblico” regionale e tanti hanno già dato il loro endorserment: Liguria e Friuli Venezia Giulia già molto presto, ma non solo. Il giovane Jacopo Plazzi, nipote del celebre Matteo, già su Azzurra e la Luna Rossa del 2000, ha un tifoso d'eccellenza come il Ct della nazionale di ciclismo Davide Cassani: «Sono contento di vedere diverse personalità romagnole, ma, come ricordo sin dai tempi di Azzurra, è bello che l'equipaggio rappresenti tutti. E speriamo di vedere questa manifestazione finalmente ospitata nel nostro Paese con un team di lavoro all'altezza». Ma l'Italia saprà sfruttare l'occasione e coordinarsi al meglio? Lo abbiamo chiesto a uno degli specialisti di questo concetto fra i più noti di tutti i tempi, l'allenatore di calcio Arrigo Sacchi: «Purtroppo nel nostro Paese in generale è improbabile fare squadra. Ma in uno sport come questo, se ci sono “giocatori” di talento che sanno lavorare per e con la squadra, si fa la storia».

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