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Lungarotti, tradizione e territorio L’ Italia il principale mercato

L'azienda umbra che ha fatturato 9,5 milioni nel 2021 (+15%) punta su qualità dei vini e ricerca:
prodotte 2 milioni e mezzo di bottiglie. Marchio presente in 50 Paesi, dall'estero il 45% del fatturato

di Nicoletta Picchio

Più ricerca enologica. L'azienda ha investito molto nell'unione tra territorio, prodotto, cultura e arte

4' di lettura

Una magnum, da un litro e mezzo, in edizione limitata: 3.300 bottiglie dell’annata 2019, da collezione. Con un look speciale: etichetta total black impreziosita da dettagli dorati. Per il sessantesimo compleanno il Rubesco, storico marchio della cantina Lungarotti, si è vestito a festa. Festeggiamento più che motivato: nel 1962, quando Giorgio Lungarotti creò questa etichetta per il suo vino, a base di Sangiovese e Colorino, non erano molte le cantine in Italia a fare la scelta di valorizzare i marchi, di coltivare la vigna in modo nuovo e scientifico, puntando sulla qualità e sulla ricerca enologica, più che sulla quantità.

Oggi a continuare questo impegno è in prima linea la figlia Chiara, con il ruolo di amministratore delegato. Orgogliosa di tenere alta la tradizione dell'azienda di famiglia, legata al territorio nel cuore dell’Umbria, a Torgiano, e contemporaneamente impegnata ad innalzare la qualità sempre di più e a creare valore, con continui investimenti, «nella vigna, nella cantina, migliorando il modo di coltivare, nel rispetto dell'ambiente, con una innovazione continua». Per rendere quindi il vino Lungarotti, che ha raggiunto le 29 etichette, sempre più elegante e raffinato.

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È questa la crescita a cui punta principalmente Chiara Lungarotti, laureata in agraria, con specializzazione in viticoltura. Nel 2000 la tenuta di Montefalco, 20 ettari, si è aggiunta al 230 ettari della tenuta storica di Torgiano. Ogni anno vengono prodotti circa 2 milioni e mezzo di bottiglie. È il mercato interno, spiega Lungarotti, il punto di forza dell’azienda: più della metà della produzione (il fatturato 2021 è stato di 9,5 milioni di euro. +15% rispetto al 2020) resta in Italia, con una presenza capillare, soprattutto in Umbria. L’export quota circa il 45% del fatturato, con i vini Lungarotti venduti in più di 50 paesi nel mondo. Oltre agli Stati Uniti, già dagli anni '80 Lungarotti è sui mercati lontani come Giappone, Messico, Thailandia. In Europa, il mercato storico è la Germania. «Cresciamo costantemente, ma punto ad uno sviluppo solido, senza fughe in avanti, innalzando la qualità con una maggiore ricerca e innovazione», insiste Chiara Lungarotti. Preoccupatissima per l'attuale fase congiunturale: «ora è difficile fare progetti, la crescita abnorme dell’energia e l’incertezza sulla durata di questa situazione pesa molto sulle scelte». E ciò nonostante l'azienda abbia investito da tempo nella sostenibilità e abbia realizzato un impianto fotovoltaico già dal 2018: copre il 40% del fabbisogno di energia elettrica, una quota importante, ma che non basta a proteggere l’azienda dalle impennate dei prezzi di quest’ultimo periodo.

Si guarda avanti, spingendo su quell'unione tra territorio, prodotto, cultura e arte. E sulla sostenibilità: dal 2018 la tenuta di Torgiano ha la certificazione Viva (in base a quattro indicatori, aria, acqua, vigneto e territorio) e i 20 ettari della tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico già dal 2010 e certificati dal 2014.

È quella Lungarotti Experience che viene proposta a turisti ed esperti del settore e che rappresenta l'anima dell'azienda: tour in cantina, racconta Chiara, degustazione di vini e prodotti del territorio, ospitalità tra i vigneti, visite guidate ai musei del vino e dell'olio. Già negli anni '60 la scelta del nome della prima etichetta, Rubesco, esprime la complessità del messaggio aziendale: parola che viene dal latino rubescere, arrossire, scelto dalla madre di Chiara, Maria Grazia, negli anni 50 laureata in storia dell'arte. Sua la scelta delle immagini delle etichette, prima la Torre di Giano, poi la fontana Maggiore di Perugia, per testimoniare il rapporto stretto tra il capoluogo umbro e le campagne intorno. Sua la scelta anche del nome del bianco, Torre di Giano (i primi due vini che 1968 valgono alla zona uno dei primi riconoscimenti a Denominazione di origine controllata d'Italia). È stata Maria Grazia, racconta la figlia, a volere con il marito Giorgio il Museo del vino di Torgiano, nel 1974, e più recentemente, nel 2000, il Museo dell'Olivo e dell'Olio, gestiti dalla Fondazione Lungarotti Onlus. «Abbiamo creduto da subito che attorno al vino si dovessero valorizzare cultura, arte e territorio», dice Lungarotti, che in azienda è affiancata dalla sorella Teresa e dai nipoti Francesco e Gemma.

Non a caso il museo non è un museo aziendale: «è un museo del vino, ci sono reperti archeologici, contenitori in ceramica del Medioevo, del Barocco, del Rinascimento, contemporanei. Ci sono testi di enologia, tessuti e altre testimonianze del mondo del vino». Lo stesso spirito che anima il museo dell'olio «un prodotto che abbiamo aggiunto per completare la nostra offerta, con un approccio di nicchia e di eccellenza». Vino e insieme cultura: una contaminazione rappresentata dall'opera Triple Twist dell'artista Beverly Pepper, americana e umbra di adozione, installata nel 2019 in uno spazio esterno della cantina di Torgiano affinché fosse visibile a tutti. Un obelisco di marmo di Carrara, alto 7 metri, che svetta verso il cielo torcendosi, per simboleggiare la dualità della vite: protesa verso il firmamento, ma che resta ben radicata a terra. Simbolo della vite, e dell’azienda.

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