Cassazione

Luoghi di culto, le suore di clausura pagano la tassa sui rifiuti

Per la Suprema corte necessaria un’interpretazione restrittiva della definizione luogo di culto. L’attitudine esclusiva alla preghiera non basta per l’esenzione dal tributo: conta la capacità di produrre rifiuti

di Patrizia Maciocchi

(Mimmo Frassineti / AGF)

2' di lettura

L’attitudine esclusiva alla preghiera non basta a salvare le suore di clausura dal pagamento della tassa sui rifiuti. Per i giudici di legittimità (sentenza 38984) quello che conta, infatti, è la capacità di produrre rifiuti. La Suprema corte ha così respinto il ricorso, di un monastero napoletano di suore clarisse cappuccine, contro la condanna a pagare la Tarsu, negando l’esenzione malgrado questa fosse prevista dal regolamento comunale, per i locali destinati al culto religioso, limitatamente alla parte nella quale si svolgono funzioni religiose, con esclusione delle zone adibite ad abitazione. Ad avviso della Cassazione il regolamento comunale deve essere coordinato con la norma legislativa che enuncia e delimita la nozione generale di attività di culto. La definizione di edifici destinati al culto, deve essere letta in senso restrittivo «quali luoghi dedicati alla venerazione della divinità in genere e specificamente, nell’accezione teologica- cattolica, della Trinità, dei Santi e della Madonna.» Gli ermellini chiariscono dunque che anche i regolamenti che escludono gli edifici di culto dal calcolo delle superfici per determinare la Tarsu, lo fanno sempre perché sono considerati incapaci di produrre rifiuti, per la loro natura e caratteristiche e per il particolare uso al quale sono adibiti. E non in quanto destinati al culto, circostanza che - in assenza di una specifica previsione normativa - non può giustificare l’esenzione dalla tassa.

I regolamenti comunali

E un’espressa previsione di legge era stata disposta, in tema di Ici, dalla legge 222/1985 (articolo 16, lettera a) che esentava dal pagamento dell’imposta le «attività di religione o di culto quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana». Una previsione mirata che è mancata però per la Tarsu. E il vuoto di “tutela” non può essere colmato neppure dal Trattato Lateranense, come ha avuto modo di chiarire la Cassazione, in relazione all’immobile della Pontificia Università Gregoriana. Né è utile per le clarisse, ricordare che il Comune di Napoli, aveva modificato nel 2017 anche il Regolamento, Tari escludendo dal tributo i locali destinati al culto, aree di clausura comprese.

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