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Lusso globale, Italia primo paese per aziende. Ma sono anche le più piccole e quelle che crescono meno

di Chiara Beghelli


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La sfilata Versace AI 2019-20

4' di lettura

L’Italia resta ancora il Paese leader del lusso mondiale in termini di numero di aziende, ma soffre per le loro piccole dimensioni e per il rallentamento delle loro vendite: a dirlo è la sesta edizione del report “Global Powers of Luxury Goods” pubblicato da Deloitte, che prende in esame le 100 principali aziende del lusso globale, classificate in base ai loro ricavi nel 2017 (inteso però come anno fiscale concluso entro il 30 giugno 2018). Un’industria in salute e che cresce: il totale delle vendite delle top 100 è stato di 247 miliardi di dollari, in aumento del 10,8% rispetto alla rilevazione precedente.

La dimensione media delle aziende prese in esame è di 2,47 miliardi di dollari, con la quota minima per entrare nella top 100 di 218 milioni: di tutte le aziende, il 67% ha registrato un aumento delle vendite, e per quasi la metà di queste la crescita è a doppia cifra. Orologi e gioielli, dunque l’hard luxury, sono il segmento più ricorrente, con il 29,6% delle vendite, in aumento del 9,7%, mentre è stato il business di cosmetici e fragranze a crescere di più, +16,1%. Borse e accessori stabili (+1,5%), meglio abbigliamento e calzature (+3,2%),

Il particolare stato di benessere delle vendite del lusso nel mondo secondo il report sarebbe trainato da un fattore specifico, cioè l’aumento degli “HENRY”, acronimo dell’espressione inglese “High Earners Not Rich Yet” (persone che guadagnano bene ma non sono ancora ricche): si tratta della classe media che si sta espandendo soprattutto in Paesi in rapido sviluppo economico, e che ha accesso per la prima volta al lusso, anche “entry price”, ma che non si può dire ancora ricca. Secondo il report, il loro reddito annuale oscilla fra i 100mila e i 250mila dollari l’anno, la loro età media è di 43 anni, il loro identikit di consumo basato sul digital-first (sono appassionati e-shoppers e si informano online e sui social), la loro propensione alla spesa alta.

Ma si tratta anche, e questo vale soprattutto per gli Henry-Millennials, di consumatori consapevoli e attenti anche ai temi della sostenibilità, dei diritti degli animali, delle condizioni di lavoro, dell’impatto sulle comunità. Un dettaglio interessante: la loro terza voce di spesa, dopo abbigliamento e arredamento, sono i libri.

Per conquistarli, dunque, i marchi del lusso stanno investendo sempre di più in digitale, ma anche in sostenibilità, appunto. E quelli che hanno fatto fortuna puntando sulla loro lunga storia, sul loro “heritage” sono chiamati alla sfida di renderlo più contemporaneo, perché per gli Henry la storia di un marchio non vale di più (anzi, forse vale di meno) di valori come qualità, servizio al cliente, design, artigianalità.

In questo contesto, l’Italia resta appunto il Paese con il numero più alto di aziende nella top 100 (24), ma anche quello con la dimensione più limitata delle stesse: il livello medio di vendite è di 1,4 miliardi, al settimo posto dei primi nove Paesi coinvolti della classifica dei primi per numero di aziende, mentre la Francia, che di aziende ne ha appena 7, su questo fronte domina con una dimensione media di 8,2 miliardi di dollari.

Un altro dato negativo: di queste 24 aziende, 15 hanno perso almeno una posizione, e solo 9 hanno scalato la classifica. A scendere di più è stata Safilo (-7), mentre a salire, sempre di 7, è stata Furla. L’azienda, insieme a Moncler , è l’unica presente in un’altra classifica del report, la “Fastest 20”, le 20 aziende che sono cresciute di più durante l’anno: due, dunque, contro le sei dell’edizione dell’anno scorso.

«I marchi del lusso italiano sono fra i cercati del mondo - si legge nel report -. Il potente marchio del “made in Italy” è associato a eleganza, gusto, qualità, artigianalità». La moda è il segmento più noto e apprezzato della nostra produzione, tanto che più dei due terzi delle aziende della top 100 Deloitte se ne occupano. Ma, ancora, il tasso di crescita delle nostre aziende è il più basso di ogni altro, solo +2,2%. I primi tre player, cioè Luxottica, Prada e Giorgio Armani, rappresentano quasi la metà di tutte le vendite del lusso generate dall’Italia. New entry per Giuseppe Zanotti, al 96esimo posto.

Se però la classifica considerasse i singoli marchi e non la loro appartenenza a i vari gruppi, l’Italia ne uscirebbe con ben altre performance: a Lvmh, infatti, appartengono Bulgari, Fendi, Loro Piana, Emilio Pucci, Acqua di Parma, mentre Kering fanno capo Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato.

Per quanto riguarda la geografia presente e futura del lusso, il report evidenzia un diffuso ottimismo, nonostante si debba ancora capire come le conseguenze del protezionismo degli Stati Uniti e la Brexit possano influirvi. In evidenza, le buone aspettative sull’India e sul Giappone (Paese maturo, ma dove le donne sempre più presenti nel mondo del lavoro stanno alimentando una nuova fascia di consumo), come sul Sud America e la Russia.

Nel mondo del lusso, l’ “oligopolio” continua e si rafforza: la top 3 delle aziende da sola genera il 48,2% delle vendite totali, e comprende Lvmh, Estée Lauder e Richemont. Il gruppo di Arnault è cresciuto del 17,2% e da solo produce l’11,3% delle vendite totali della top 100.

Richemont è stabile al terzo posto, anche se è il gruppo ad aver registrato la crescita più bassa, +3,1%, trainata dalle maison di gioielleria che ormai contano per il 58,9% delle sue vendite. Ma è Kering la star della top 10: aumentata del 27,7% grazie agli otttimi risultati, soprattutto in Asia-Pacifico, della triade Gucci- Saint Laurent-Balenciaga.

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