cantieri aperti nel movimento

M5S, l’asse ritrovato Grillo-Di Maio blinda Conte e oscura Casaleggio

Il figlio ed erede di Gianroberto finisce di nuovo nel mirino della fronda interna: l’ipotesi di dimezzare il contributo degli eletti a Rousseau

di Manuela Perrone

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(Imagoeconomica)

Il figlio ed erede di Gianroberto finisce di nuovo nel mirino della fronda interna: l’ipotesi di dimezzare il contributo degli eletti a Rousseau


3' di lettura

All'indomani del voto di Ferragosto su Rousseau il M5S cerca una nuova forma. Frutto di un patto a tre: Grillo, Di Maio e Conte. Il primo si conferma dopo un anno il garante più convinto del governo giallorosso. Il secondo si accoda e - questa è la vera novità - dismette i panni del competitor sotterraneo del premier. Il terzo incassa appunto la blindatura sullo scranno più alto di Palazzo Chigi da parte del ministro degli Esteri, in cambio di un riconoscimento implicito della sua leadership sostanziale del Movimento.

Riprende quota la fronda contro Casaleggio

Non sono state manovre indolori, e gli strascichi si sentiranno. Ma intanto si saldano con un altro segnale che arriva dal gruppo parlamentare, provato dagli addii e dalle faide: la rivolta contro Davide Casaleggio. Non a caso il più tiepido sull'intesa con il Pd. Il più contrario alle deroghe al divieto dei due mandati. Il più strenuo fautore del ricorso alla piattaforma Rousseau per ogni decisione del Movimento.

L’ipotesi di dimezzare i 300 euro a Rousseau

È da almeno un anno che gruppi di deputati e senatori provano a studiare la strada per sganciare il M5S dall'associazione Rousseau di cui Casaleggio jr è il plenipotenziario, e a cui ciascun eletto deve 300 euro al mese. C'è chi propone riforme dei regolamenti, chi dello statuto, chi ancora una norma di legge che strappi al figlio del cofondatore il controllo dei dati degli iscritti. Ma quel che appare più probabile, secondo fonti pentastellate, è una soluzione di compromesso che passi per una revisione delle regole interne e che contempli un abbassamento della cifra da devolvere a Rousseau. Magari della metà: non più 300 euro, ma 150. Sarebbe comunque un ridimensionamento, che molti vorrebbero accompagnato da una gestione più collegiale della piattaforma.

Il ruolo di Conte e l’accordo con Di Maio

Mentre il futuro del M5S si va ridisegnando e Di Maio si intesta la svolta delle alleanze con i Democratici (a settembre si voterà anche nel suo paese d’origine, Pomigliano d’Arco, dove ha strappato il via libera del Pd sul nome del suo fedelissimo Dario De Falco a candidato sindaco), è naturalmente il governo la preoccupazione principale. Puntellarlo perché regga i probabili scossoni dell’autunno - le regionali, appunto, la crisi economica e il rischio di una seconda ondata epidemica - è l’ossessione comune. E qui entra in gioco Conte, che proprio pochi giorni fa ha incontrato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio per sancire l’intesa, che poggia su due gambe: stop alle trame alle sue spalle, ma in cambio la promessa di smetterla di “ballare da solo”, minacciare sue liste e decidere in solitaria («Prendendosi i meriti e tenendosi lontano dalle rogne», sintetizzano dal Movimento).

Immigrazione banco di prova del nuovo corso

Un assaggio del nuovo corso si è già avuto sulla questione immigrazione, su cui Conte a inizio mese, dopo giorni di silenzio che avevano irritato tanto i dem quanto i pentastellati, ha di fatto sposato la linea Di Maio: bloccare le partenze e aumentare i rimpatri. Il ministro degli Esteri lunedì 17 agosto vola a Tunisi insieme alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e a due commissari europei Varhelyi e Johansson proprio per definire una strategia comune .

Una tregua fragile

Tutti i protagonisti del patto di Ferragosto, a partire da Grillo (che nel sostegno a Conte ha sempre giocato di sponda con il presidente della Camera, Roberto Fico), sanno in ogni caso che la tregua è fragile e che il M5S è una polveriera sempre sul punto di esplodere. Per questo gli Stati generali e la fisionomia della leadership sono ancora un punto interrogativo: nessuna data fissata, nessuna candidatura ufficiale. E per questo quasi tutti, a taccuini chiusi, si dicono convinti che per affrontare i prossimi mesi - cruciali per lavorare al Recovery Plan italiano - al governo occorrerà anche un rimpasto.


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