Dietro la svolta di di Maio

M5S di lotta «torna» di governo: pesa la paura di perdere il voto moderato

di Manuela Perrone


Governo, la crisi più lunga: con l’impennata dello spread si riapre l’ipotesi di Governo politico

4' di lettura

Gli attacchi al presidente Sergio Mattarella, le rivelazioni di Luigi Di Maio smentite (con irritazione) dal Colle, la proposta di impeachment su cui persino Matteo Salvini ha preso le distanze e che ieri lo stesso Di Maio ha ritrattato, la chiamata alla mobilitazione dei cittadini il 2 giugno, nel giorno della Festa della Repubblica, poi derubricata a «festa pacifica». Mentre il Dipartimento di pubblica sicurezza alzava la vigilanza intorno alle istituzioni.

Negli ultimi due giorni, all’indomani del fallimento del governo Conte, il M5S aveva imboccato con decisione la via della strategia barricadera. Costringendo il capo politico a dismettere i panni del “moderato” dialogante e rassicurante (anche con le lobby e gli investitori, come aveva fatto in campagna elettorale) e a indossare quelli del Movimento di lotta (in tandem con Alessandro Di Battista), che non gli sono mai stati congeniali. Nuovamente abbandonati con la precipitosa retromarcia di ieri sera.

Che cosa è successo? Intanto un bagno di realtà: spread e mercati impazziti, lo spettro del default, il disorientamento, la prospettiva del voto a luglio. E il materializzarsi di una paura: la rincorsa scomposta a Salvini in risposta al fallimento del governo Conte, soprattutto se non si arrivasse a un’alleanza elettorale con il Carroccio, potrebbe rivelarsi un boomerang alle urne. Dissipando il patrimonio di voti che hanno consentito al Movimento il “salto” a partito di massa.

In quel 32% di consensi incassato dai Cinque Stelle alle elezioni del 4 marzo, secondo le rilevazioni dell’Istituto Ixè dopo il voto, soltanto il 57% era formato da vecchi elettori M5S. Nel restante 43% c’era una fetta di elettorato molto più volatile che al prossimo giro potrebbe non seguire compatto il Movimento. Parliamo innanzitutto di quelli che avevano scelto i pentastellati perché delusi dal Pd (7%): voterebbero di nuovo per un partito che ha siglato un contratto di governo con la Lega, la cui impronta è evidente sui temi dell’immigrazione e del “prima gli italiani”? Vale lo stesso interrogativo per quel 2% che arrivava dagli ex vendoliani di Sel. Ci sono poi gli ex votanti di Scelta Civica ( 12%), non esattamente estremisti. Un altro 4% risultava in fuga da Silvio Berlusconi. La fetta più grossa (13%) era rappresentata da quelli che alla precedente tornata si erano astenuti. Secondo Ipsos, era più alta (76%) la quota dei votanti grillini nel 2013 che ha confermato il voto, ma era pure più alta la percentuale in fuga dal Pd (14%), da Forza Italia (8%) e da Scelta Civica ( 13%), oltre al 20% degli elettori delle piccole liste.

Numeri alla mano, significa che dei 10,7 milioni di elettori che avevano votato per il M5S, ballerebbero almeno 3 milioni di voti. Una crepa, confermata dai sondaggi di questi giorni che danno il Movimento in calo intorno al 29%, che potrebbe allargarsi soprattutto al Nord, come già emerso alle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia (dove i Cinque Stelle sono passati dal 24% al 7%) e in Val D’Aosta (dove dal 24% delle Politiche sono crollati al 10,44%). È la Lega, in questo caso, il principale indiziato per un’erosione, anche importante, dei consensi ai pentastellati. A meno che non vada in porto il “patto di desistenza” che consentirebbe alle due forze di spartirsi Nord e Sud e fare cappotto nei c0llegi uninominali, come hanno dimostrato le simulazioni di ieri dell’Istituto Cattaneo. Ma sul punto il Carroccio nicchia.

I Cinque Stelle sono corsi frettolosamente ai ripari. Ieri è tornata a farsi sentire la voce del garante Beppe Grillo in un intervento sul Fatto Quotidiano poi pubblicato sul blog, in cui pur riconoscendo il momento «drammatico» e tuonando contro l’establishment, ha invitato a vedere lo scontro istituzionale in atto come «confronto politico, anche duro», frenando sull’escalation dei suoi “ragazzi”: «Quel che ne seguirà si chiama semplicemente politica: il confronto fra interessi diversi combattuto con mezzi diversi dalla violenza». Era stato lo stesso Grillo, d’altronde, a twittare domenica un eloquente “shhhhh”.

Il senatore Nicola Morra riprende Grillo e aggiunge: «La Politica è lucidità, visione, equilibrio, oltre che ironia, da sempre espressione di intelligenza». Il deputato Luigi Gallo, molto vicino al presidente della Camera Roberto Fico, è il primo ad ammettere pubblicamente, sui social, di non fidarsi di Salvini e di non volere l’alleanza. Gallo scrive: «Credo che portare al centro il Parlamento, far partire le commissioni, far decantare il clima, in modo che la discussione ritorni sui temi che interessano ai cittadini sia la strada giusta. Deve vincere la democrazia del Parlamento, delle assemblee e dei cittadini». Parole che suonano differenti da chi aveva continuato ad alzare i toni contro Mattarella e a chiedere l’impeachment.

Non stupisce che ieri in serata, sul blog delle Stelle, sia arrivata quella che appare come una decisa correzione di rotta, condita dalla rassicurazione che il 2 giugno il presidente della Camera Roberto Fico parteciperà alla tradizionale parata delle Forze armate: «La nostra piazza non è una piazza contro il Quirinale, non è una piazza contro qualcuno, ma è a favore: a favore dei diritti, del nostro diritto di votare e scegliere. Noi vogliamo che sia una Festa per stare insieme pacificamente, una prosecuzione della parata a cui parteciperanno nostri parlamentari e Roberto Fico, presidente della Camera». E ancora, una fortissima rassicurazione ai mercati: «Quello che volevamo e vogliamo fare non è altro che costruire insieme nuove condizioni per aiutare gli imprenditori italiani, le famiglie, gli agricoltori, ecc. E chi aiuta le imprese, le attività produttive e le famiglie è un amico dei mercati, non un nemico: i mercati e gli investitori se ne sarebbero presto accorti, se solo il nostro governo fosse partito».

A suggello dell’ennesima rapidissima giravolta, sono giunte le parole di Di Maio da Napoli. Che non solo ha messo una pietra tombale sull’ipotesi di impeachment («Non è più sul tavolo»), ma ha negato che ci sia mai stata la volontà di uscire dall’euro e ha addirittura detto che «resta una posizione coerente ma collaborativa con il presidente della Repubblica per riuscire a risolvere quella che è l’attuale crisi che stiamo vivendo». Rivelando indirettamente che la trattativa tra i partiti per un governo politico si è riaperta.

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