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Incontro Di Maio-Zingaretti. Ultimatum M5S: Conte premier. La replica del Pd: serve discontinuità

di Manuela Perrone


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4' di lettura

La trattativa tra pentastellati e dem è stata avviata ufficialmente oggi, ma si è subito incagliata. In serata, all’atteso faccia a faccia tra i leader Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, il Movimento ha messo sul piatto le sue condizioni ineludibili: Giuseppe Conte premier e il taglio dei parlamentari «senza controcondizioni». Paletti tradotti da fonti del Movimento come un vero ultimatum («Ventiquattro ore di tempo per decidere, prendere o lasciare»), anche se Zingaretti ha ammorbidito i toni. Parlando di clima «cordiale» in cui il segretario Pd ha ribadito l’esigenza di «discontinuità» e assicurando che il confronto continuerà «nelle prossime ore».

Il vertice è arrivato dopo l’incontro tra le delegazioni M5S e Pd alla Camera per avviare il dialogo sul programma, ritenuto da entrambi i fronti «privo di ostacoli insormontabili». Ma mentre i dem chiedevano a Di Maio parole chiare sulla chiusura del forno con la Lega, lui faceva già filtrare una frase che tutto è fuorché conciliante e rivelava intenzioni bellicose: «O si fa come diciamo noi o salta tutto». Fonti M5S hanno poi sottolineato che «Luigi Di Maio non ha mai proposto a Zingaretti di proporre Gentiloni come commissario Ue. Smentiamo categoricamente. Non si è mai parlato del commissario Ue».

L’irrigidimento rivela in filigrana gli ostacoli veri sulla strada dell’accordo, a partire dal nome del presidente del Consiglio, con Conte rilanciato da Beppe Grillo e finora rigettato da Zingaretti, ma non da Renzi. Quella di tenere Conte sullo scranno più alto di Palazzo Chigi è l’unica via intravista dai Cinque Stelle per placare la base, in fermento contro l’intesa con il Pd e aizzata dall’azione dei disturbatori, interni ed esterni. Di Maio ha approfittato delle liti interne al Pd per alzare la posta, sfidando apertamente i dem.

Dalla nascita alla crisi: dopo 15 mesi governo gialloverde al capolinea

Il primo “guastatore” è il segretario della Lega, Matteo Salvini. Tendendo clamorosamente di nuovo la mano ai Cinque Stelle, dopo l’improvvisa rottura dell’8 agosto, il segretario del Carroccio prova a sparigliare le carte. L’offerta non esplicitata (e smentita dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari) è quella di una riedizione dell’alleanza gialloverde con la premiership a Luigi Di Maio (impossibile qualunque nuova convivenza tra Salvini e Giuseppe Conte) e lui stesso confermato come vice a Palazzo Chigi e ministro dell’Interno. In apparenza un boccone ghiotto, che però potrebbe rappresentare una polpetta avvelenata: non erano Di Maio e i suoi ministri quelli con cui era impossibile andare avanti per i troppi “no” e le troppe divergenze? Davvero il corpaccione della Lega , in particolare al Nord, potrebbe mai digerire un Governo guidato dal numero uno dei Cinque Stelle no Tav, no inceneritori, no Triv? L’insidia è dietro l’angolo, il timore di un bluff è altissimo: semmai si riaprisse quel forno ma fallisse un accordo si andrebbe al voto, che è esattamente il vero obiettivo di Salvini e il vero spauracchio della maggioranza dei parlamentari M5S.

Ma nel Movimento lavora attivamente anche una minoranza che guarda con nostalgia alla Lega e con spavalderia alle elezioni anticipate. A guidarla è Alessandro Di Battista, che non a caso proprio oggi ha rivendicato su Facebook una nuova centralità del Movimento («Oggi ha un potere contrattuale immenso. Tutti ci cercano»). Ma è lo stesso Movimento, va ricordato, che ha dilapidato sei milioni di voti alle europee ed è stato abbandonato dalla Lega. Di Battista è andato oltre, giudicando «una buona cosa» le aperture della Lega e invitando ad alzare la posta con il Pd, citando dalla piattaforma dei dieci punti M5S quello più ostico, ovvero la revisione delle concessioni autostradali. Vicini alla posizione di Di Battista sono i sottosegretari Stefano Buffagni e Manlio Di Stefano, la vicepresidente del Senato Paola Taverna e il senatore Gianluigi Paragone. Ma sono soprattutto i segnali provenienti dalla base a favorire la cautela estrema di Di Maio e dei suoi fedelissimi, nonché di Davide Casaleggio.

In questa chiave va letto il post di Grillo, che aveva dato l’ok al tavolo con il Pd: il garante M5S ha elogiato Giuseppe Conte e attaccato gli ex premier dem Matteo Renzi (il suo «un tradimento senza alcuna decenza della storia del suo partito») e Gentiloni («Il nulla assoluto»), senza mai nominare Salvini. È l’investitura di Conte per la premiership e la mossa decisa per far digerire alla base un eventuale Esecutivo giallorosso, ma anche un segnale a chi nel Movimento considera la figura di Conte troppo ingombrante e sarebbe anche disposto a sacrificarlo. Sta di fatto che sotto il post con cui Di Maio illustrava i dieci punti gli attivisti contrari all’accordo con il Pd si sono scatenati: oltre 10mila commenti, e a ricevere più like sono gli inferociti. «Dovevate essere il cambiamento... state per allearvi con chi avete sempre combattuto più di tutti al grido di onestà», è il tenore. «Tassativo, come ha sempre detto Luigi: mai con il partito di Bibbiano. Comunque fino a martedì perché non consultate noi elettori?», è la richiesta. Ecco, un’exit strategy possibile, ma rischiosa. Finora si è accuratamente evitato di evocarla, aspettando gli eventi.

Il Pd spaccato in due, emerso in modo plastico con l’audio di Renzi che si scaglia contro Paolo Gentiloni e gli zingarettiani, ha aumentato la temperatura del magma. I Cinque Stelle sono consapevoli delle divisioni interne e del rischio che il Pd adesso esploda sul nome di Conte. Mine su mine in un campo dissestato da anni di insulti e scontri furibondi. Per sminarlo servirebbero sangue freddo, disarmo, abbandono dei tatticismi e buona volontà da parte di tutti. Almeno fino a martedì.

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