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M5S, Grillo difende Di Maio: deve continuare la lotta

di Manuela Perrone

Di Maio:nessuno mi chiede dimissioni, si vince e si perde insieme


4' di lettura

«Non sono mai scappato dai miei doveri e se c’è qualcosa da cambiare nel MoVimento lo faremo. Chiedo di mettere al voto degli iscritti su Rousseau il mio ruolo di capo politico, perché è giusto che siate voi ad esprimervi. Gli unici a cui devo rendere conto del mio operato». Lo scrive Luigi Di Maio, sul blog delle stelle. Una mossa con cui il vicepremier M5S tenta di evitare i lunghi coltelli all'assemblea di stasera. E l’implosione dell'intero Movimento. Il voto su Rousseau si terrà domani dalle 10 alle 20. La domanda sarà: “Confermi Luigi Di Maio come capo politico del M5s?”.

In soccorso di Di Maio accorre intanto Beppe Grillo. «Siamo di fronte ad un fenomeno di rigetto dell'Italia peggiore nei confronti del MoVimento: si vince e si perde insieme quando la minaccia non viene da dentro, deve restare chi è ancora in gara, nessuna espiazione». Lo sbaglio, il «nostro sbaglio», è «sacro» per il fondatore dei 5S. «Cercare di restituire dignità al paese al di là del bullismo oppure delle comparse storiche che lo hanno sempre avuto in mano. Gli errori di metodo ci sono, ma nulla hanno a che fare con l'aver agito nel rispetto delle nostre premesse». Non senza un colpo al leader del Carroccio. «Forse può sembrare incredibile che una persona, che ha cercato in tutti i modi possibili di portare a casa risultati nel mondo reale, perda strada rispetto ad un personaggio unicamente virtuale, ma è quello che è successo: svolazzare nei cieli del paese parlando di immigranti che non partono quasi più da un pezzo ha riscosso più simpatie rispetto al lavoro che la nostra parte di 'governicoli' ha realizzato».

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A due giorni dalla disfatta alle europee le crepe nel M5S si aprono l’una dopo l’altra. Costringendo Di Maio a un supplemento di riflessione sul suo ruolo di capo politico. La decisione è maturata ieri, dopo gli attacchi arrivati anche da esponenti dell'inner circle, come Gianluigi Paragone, e dopo un nuovo vertice ristretto ai fedelissimi (i capigruppo D'Uva e Patuanelli, i ministri Fraccaro e Bonafede). Con deputati e senatori il vicepremier farà mea culpa e prometterà collegialità. Ma non è detto che basti. I rumors sulle sue possibili dimissioni da leader del Movimento sono circolate impazzite per l'intera giornata di ieri, ma sono stati smentiti. E il destino di Di Maio si intreccia con quello altrettanto incerto del Governo, che a giorni potrebbe inciampare sul “caso Rixi”. 

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Sulle sorti del viceministro leghista alle Infrastrutture accusato di peculato per le “spese pazze” del Consiglio ligure tra il 2010 e il 2012 si pronuncerà il 30 maggio il tribunale di Genova. In caso di condanna, i Cinque Stelle ne pretendono l’esclusione dal Governo. «C’è un contratto di Governo e quello si rispetta», tuona Alessandro Di Battista.

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«Non commento le ipotesi», replica Matteo Salvini, che lascia però al capogruppo del Carroccio al Senato, Massimiliano Romeo, il compito di chiarire la linea: «La Lega ha deciso. In ogni caso Rixi resterà al suo posto». Un’ipotesi insostenibile per i Cinque Stelle, tanto più dopo aver chiesto e ottenuto dal premier Giuseppe Conte la “testa” di Armando Siri in presenza di una mera indagine per corruzione.

Al di là della variabile Rixi, però, i segnali di un allentamento del muro contro muro tra i due partiti di maggioranza ci sono. La Lega ha accettato, con gran sollievo del M5S, di trasformare l’emendamento sulla Tav allo sblocca cantieri in un ordine del giorno. In casa Cinque Stelle non è la questione della permanenza al Governo a creare tensioni. Tutti sono convinti che si debba proseguire, facendo valere il peso dei propri 330 parlamentari (ma si temono frane) su ogni dossier, in particolare sull’autonomia. Di certo a frenare le tentazioni di far saltare il tavolo c’è anche la tegola del divieto di due mandati: un ritorno al voto manderebbe in panchina un’intera classe dirigente, a partire da Di Maio, da Roberto Fico e dalla maggior parte di ministri e sottosegretari.

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Ciò che scalda è invece la riorganizzazione interna. A incrinare la blindatura di Di Maio avallata lunedì 27 maggio a caldo, secondo lo stesso leader, dalle varie «anime» del M5S (Grillo, Casaleggio, Di Battista e Fico), è la discontinuità chiesta da tanti big. Non stupisce tanto l’arrembaggio degli “ortodossi” Carla Ruocco, Roberta Lombardi e Luigi Gallo, da sempre ostili all’«uomo solo al comando», in linea con Fico. E neppure sono vissute come un atto ostile verso Di Maio le dimissioni dall’incarico da vice capogruppo al Senato di Primo Di Nicola, che il diretto interessato spiega come legate a «un’assunzione di responsabilità» per la sconfitta di tutti.

Destano allarme invece le parole del senatore Gianluigi Paragone, che ha annunciato di voler consegnare le sue dimissioni da parlamentare a Di Maio, poi «deciderà lui cosa fare», ha detto.

A dispetto della consegna del silenzio concordata lunedì sera, Paragone afferma: «La generosità di Di Maio di mettere insieme 3-4 incarichi va rivista. Per ripartire il M5S ha bisogno di una leadership politica non dico h24, ma quasi». Paragone dà voce al malessere dei tanti, soprattutto al Senato, convinti che serva un nuovo capo e un rimpasto. E sospettosi che pure l’annunciata segreteria di 10 persone venga calata dall’alto. All’assemblea i nodi verranno al pettine. Il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra, propone al timone M5S cinque o più «cavalieri della tavola quadrata» scelti con tutti gli attivisti. Una sorta di direttorio bis.

Il voto di Rousseau è assodato anche per questa futura revisione della struttura di vertice. Ma ogni consultazione si terrà solo dopo il referendum su Di Maio di domani.

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