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M5S in rivolta per il metodo di scelta dei sottosegretari. Di Maio: «Deciderò io»

di Manuela Perrone


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3' di lettura

Doveva essere una scelta condivisa con i gruppi parlamentari. Ma la partita dei 22-23 sottosegretari che dovrebbero spettare al Movimento 5 Stelle, sui 42 complessivi che andranno a completare la squadra del Governo Conte 2, si è trasformata in un Vietnam. Con animi surriscaldati, toni accesi, riunioni ristrette e i presidenti delle commissioni M5S della Camera in rivolta: «Il Movimento non è un ufficio di collocamento».

Pomo della discordia è il metodo stesso concordato con il capo politico, Luigi Di Maio, secondo cui entro domattina i capigruppo delle commissioni dovranno trasmettere una rosa di cinque nomi per i ministeri di loro competenza. Troppo ampia, sostengono i critici. Tanto più che il leader fa trapelare in serata che la decisione finale in ogni caso spetterà a lui. Sottinteso: potrebbe scegliere anche qualcuno che non è stato incluso nelle liste.

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Fa esplodere lo scontro anche il criterio dell’esclusione dalla corsa dei presidenti di commissione, che il M5S vorrebbe tenere per sé, senza cedere posti al Pd. Una regola incompresa, tanto più che proprio una presidente di commissione, Nunzia Catalfo, è diventata ministra del Lavoro. «Perché lei sì e gli altri no?», è la domanda che serpeggia. Insieme al sospetto che Di Maio voglia blindare qualcuno. Come Laura Castelli, che però dall’Economia, dove è viceministra, potrebbe traslocare al ministero delle Infrastrutture per lasciare il suo posto all’ex sottosegretario alla presidenza (con delega agli Affari regionali) Stefano Buffagni, l’uomo chiave del M5S delle nomine ai vertici delle partecipate.

I presidenti delle commissioni di Montecitorio - Marta Grande, Filippo Gallinella, Carla Ruocco, Giuseppe Brescia, Marialucia Lorefice, Gianluca Rizzo e Luigi Gallo, quasi tutti “ortodossi” di fede non dimaiana - si riuniscono alla Camera. Formalmente chiedono voce in capitolo nei rapporti con i neoministri e i futuri sottosegretari, in sostanza battono un colpo in direzione di Di Maio invitandolo a optare per «le figure migliori del gruppo e non solo». «Ci sia discontinuità anche nel metodo», scrive Ruocco in un post. È un j’accuse che nasconde malumori profondi, che già covavano dopo la presentazione della compagine di Governo, ritenuta troppo sbilanciata sui fedelissimi del leader.

Tra gli altri nomi pentastellati in lizza per entrare nel sottogoverno ci sono Giovanni Currò (come sottosegretario al Mef al posto di Alessio Villarosa), Luca Carabetta (al Mise o all’Innovazione), Francesco D’Uva (alla Cultura) e alcune riconferme, come Simone Valente allo Sport, Manlio Di Stefano agli Esteri. Candidature sono arrivate pure da ex ministri. E la temperatura è stata altissima: alla riunione dei parlamentari delle commissioni Finanze e Bilancio le grida erano così forti da sentirsi persino nei corridoi.

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In casa dem nessun elenco, soltanto due linee guida: spirito unitario ed equilibrio territoriale. Ma la discussione nelle correnti è altrettanto accesa. Dario Franceschini, che ha avuto anche un colloquio con Matteo Renzi, punterebbe a una stretta domani. Pure se tanto nel Pd quanto nel M5S non si esclude uno slittamento delle nomine a giovedì della prossima settimana. Certo è che ai democratici dovrebbe andare un sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria (circola il nome di Walter Verini) e probabilmente anche quella agli enti locali e a Roma Capitale (Roberto Morassut), così come un viceministro al Mise con delega all’Energia (Gian Paolo Manzella). All’Economia è quasi certo l’approdo di Antonio Misiani e forse del renziano Luigi Marattin, agli Esteri è in pole L ia Quartapelle. Ma tutti i giochi sono ancora aperti.

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