ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa cronaca

M5S, si fa più concreto il rischio di spaccatura nel partito

Voci poi smentite del ritiro dei ministri prima che Draghi si presenti mercoledì in Parlamento. Posizioni disallineate nel Consiglio nazionale

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4' di lettura

L’innesco di conseguenze a catena sul governo e la maggioranza scardina la compattezza dei Cinque Stelle. All’addio di alcuni parlamentari in dissenso si aggiungono le voci in arrivo dagli organismi seguite da successive correzioni e smentite, come nell’ultima enigmatica sortita sul ritiro dei ministri pentastellati. Contrariamente a quanto trapelato nella prima parte della mattinata, viene escluso che il leader Conte abbia chiesto le dimissioni dei ministri. L’ipotesi di un passo indietro prima di mercoledì, contestato dagli stessi, sarebbe solo uno scenario dei tanti sul tavolo dei confronti in corso. Abbastanza tuttavia per dare il senso di quali sia il travaglio interno del Movimento, che sabato mattina si riunirà nuovamente nel Consiglio nazionale.

Chi sono i 9 al Governo, ministri e vice

Sono 9 gli esponenti del Movimento Cinque Stelle al governo che, secondo le ipotesi di queste ore, l’ala ortodossa vorrebbe ritirare dall’esecutivo prima che Draghi si presenti mercoledì al Senato. In particolare si tratta di tre ministri Federico D’Incà (Rapporti con il Parlamento), Fabiana Dadone (Politiche giovanili) e Stefano Patuanelli (Politiche agricole). C’è anche una viceministra, Alessandra Todde allo Sviluppo economico. Mentre sono cinque i sottosegretari rimasti a partire da Carlo Sibilia all’Interno, Ilaria Fontana alla Transizione ecologica, Giancarlo Cancelleri alle Infrastrutture e mobilità sostenibili, Rossella Accoto al Lavoro e politiche sociali, Barbara Floridia all’Istruzione. I nove sono quel che resta della delegazione pentastellata al governo dopo la scissione dei dimaiani di Insieme per il futuro.

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Unito fronte del non voto tra i senatori

Va detto che nessuna crepa si è manifestata sul fronte del non voto alla fiducia tra i Cinque Stelle in Senato, sul Dl aiuti. Tutti i 61 senatori del partito di Conte sono stati dichiarati assenti dalla presidente Casellati, non avendo risposto alla chiama. Ma la rappresentanza M5S si era indebolita di una unità dopo la decisione della senatrice Cinzia Leone di passare al gruppo di Ipf. E si rincorrono rumors che danno per possibili ulteriori defezioni in rapporto a quale linea prevarrà nello stato maggiore di Campo Marzio.

Scintille in Consiglio nazionale

Via la fiducia a prescindere, anche se il premier Mario Draghi dovesse decidere di restare. È uno degli schemi su cui si è ragionato nel Consiglio nazionale M5S di giovedì finito tardi e senza una risposta, organismo che si aggiorna sabato mattina. Nell’intervento all’assemblea congiunta di mercoledì sera il leader Giuseppe Conte ha detto che sì, il voto dei 5 Stelle al dl aiuti non ci sarebbe stato (causa inceneritore a Roma) ma il sostegno sarebbe rimasto con le risposte opportune da parte di Draghi al documento in nove punti consegnato in precedenza.

Il rischio confusione nella base

Ma il vento in casa 5 Stelle sta cambiando, perché - è la convinzione che sta maturando soprattutto nei fedelissimi di Conte - il popolo grillino non capirebbe un doppio passo sulla fiducia, ovvero prima il no da duri e puri e poi il sì. Dunque no a un eventuale voto di verifica della maggioranza, magari preannunciando lo stop all’ex numero uno della Bce con un segnale forte, ovvero sfilando in anticipo la delegazione M5S al governo. Ed è stata proprio questa linea “ondivaga” a sollevare i dubbi di alcuni in Consiglio, in primis Alfonso Bonafede e Chiara Appendino. Serve una strategia se si vuole lasciare, suonerebbe il ragionamento, una linea ben definita senza lasciare spazio all’improvvisazione, l’accusa sotto traccia.

Ministri, se verifica maggioranza sì fiducia

Dell’idea di confermare il sì del M5S, in caso Draghi dovesse chiedere un voto di fiducia alle Camera mercoledì, sarebbero i tre ministri pentastellati. Perché sul Dl aiuti l’astensione era legata a doppio filo alla norma sull’inceneritore a Roma ma sulla fiducia il sostegno del Movimento deve invece esserci. Questa, ha esordito il capodelegazione Patuanelli, va votata se ci sarà una verifica di maggioranza. Sulla stessa linea d’onda Dadone, che è sempre stata favorevole alla linea “governista”. Ma dei tre, racconta l’Adnkronos, è stato il titolare dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà il più duro. Mettendo in discussione, come già nell’utlimo Consiglio nazionale, la scelta dell’Aventino parlamentare. Che, a suo dire, «rischia di mettere in crisi il Paese in un momento delicatissimo», non nascondendo le su preoccupazioni «per gli obiettivi europei che abbiamo davanti e che non possiamo mancare. Non si capisce il senso di questa decisione ora, dopo aver consegnato a Draghi dei punti che dovevano anche essere recepiti nel prossimo decreto di 15 miliardi» al centro del confronto con le parti sociali e atteso per la fine del mese.

Le riserve sull’Aventino

Secondo fonti di agenzia a surriscaldare il clima nel vertice di giovedì sera sarebbe stato soprattutto il capogruppo alla Camera Davide Crippa, che ha accusato Conte di aver tagliato fuori il Consiglio nazionale dalla decisione di uscire dall’Aula, prendendola solo con i soliti noti, leggi i vicepresidenti. Il Consiglio nazionale era stato infatti sospeso in attesa della telefonata tra Conte e Draghi, ma nel pomeriggio c’è stata un’accelerazione, con l’ex premier arrivato in Consiglio nazionale «con la decisione in tasca, in barba ai dubbi sollevati in mattinata», avrebbe puntato il dito Crippa. Ad alimentare i sospetti anche il fatto che nella famosa assemblea congiunta di mercoledì sera Conte fosse arrivato con un discorso già pronto, definito nei dettagli. Mentre in mattinata, quando il Consiglio nazionale era stato sospeso, tutte le ipotesi erano ancora aperte, tanto che Conte avrebbe dovuto sentire Draghi per capire che scenari ci sarebbero stati in caso di mancato voto al Dl aiuti.

Ipotesi fiducia online da iscritti

Sabato pomeriggio è in agenda un’assemblea dei deputati nella quale potrebbero chiarirsi le posizioni. I dubbi maggiori si sono concentrati sulla strategia messa in piedi sinora. Sull’aver strappato su un decreto che porta in dote svariati miliardi di aiuti a famiglie e imprese, con il rischio - ora - di votare una fiducia mandando in confusione attivisti e potenziali elettori, timore che sarebbe stato sollevato anche da Fabio Massimo e Tiziana Beghin. Per uscire dall’angolo, una delle soluzione potrebbe essere quella di lasciar decidere la rete, con un voto online della base, strada seguita anche per dare il sostegno al governo Draghi. È un’idea che si sta valutando in queste ore, e che tornerà sul tavolo del Consiglio nazionale che si riunirà nelle prossime ore.

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