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M5S indebolito, da Conte « totale disponibilità» sulle proposte dei renziani

Dalla regolarizzazione dei migranti al caso Di Matteo, il M5S è spaccato. E sconta la doppia fragilità del capo politico Vito Crimi e del capodelegazione Alfonso Bonafede

di Manuela Perrone

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(IMAGOECONOMICA)

Dalla regolarizzazione dei migranti al caso Di Matteo, il M5S è spaccato. E sconta la doppia fragilità del capo politico Vito Crimi e del capodelegazione Alfonso Bonafede


4' di lettura

Il sollievo per la risalita nei sondaggi è durato poco. Neanche il tempo di rinviare di qualche settimana la partita interna sul Meccanismo europeo di stabilità che il M5S ha dovuto fare i conti con una nuova doppia tempesta: le accuse del magistrato Nino Di Matteo al Guardasigilli Alfonso Bonafede e la nuova spaccatura sulla proposta di regolarizzazione dei migranti alla quale la ministra renziana Teresa Bellanova ha legato la sua permanenza al Governo. Quanto basta per costringere Giuseppe Conte a correre ai ripari.

Boss scarcerati, Bonafede annuncia un intervento legislativo

Da Conte «totale disponibilità su proposte di Italia Viva»
C’è tutta la debolezza del Movimento dietro la mossa del premier di convocare la delegazione di Italia Viva giovedì 7 maggio alle 15. Un ramoscello d’ulivo sventolato già mercoledì in un’intervista all’Agi. «Lincontro con Italia Viva è stato positivo», si apprende in serata da Palazzo Chigi, «il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ribadito ancora una volta la sua totale disponibilità a discutere le proposte di Iv per la ripresa economica del Paese. Ha inoltre condiviso la necessità di lavorare tutti insieme, con coraggio e determinazione, per affrontare e superare questa drammatica emergenza economica e sociale e offrire urgenti risposte ai cittadini». E «il Governo e le forze di maggioranza sono chiamati a operare con grande responsabilità» per «rilanciare l’economia», fanno sapere le stesse fonti di Palazzo Chigi. Anche Matteo Renzi, in serata, si è detto contento per l’incontro con il Premier.
Già Conte aveva replicato alle accuse alle accuse del coordinatore di Iv Ettore Rosato assicurando che «non esiste alcuna ostilità nei confronti di un partito di maggioranza». Ma il gesto distensivo nasconde il timore che Matteo Renzi possa realmente fare ciò che minaccia, in primis votare la mozione di sfiducia a Bonafede annunciata dal leader della Lega, Matteo Salvini, e pronta a essere presentata in Senato. Non è l’unico tema su cui l’ex premier sembra marciare in asse con il Carroccio.

La bufera su Bonafede
Ecco perché è il premier a spendersi per ricomporre le fratture generate da un M5S allo sbando. Sul fronte giustizia, innanzitutto. Conte non può che difendere Bonafede, l’allievo a Firenze cui deve il suo debutto in politica e la sua stessa ascesa allo scranno più alto di Palazzo Chigi. Proverà a spegnere le tentazioni dei renziani di sfiduciarlo, contando anche sui dubbi nei gruppi parlamentari di Iv sulle mosse di Renzi. Ma allo stesso tempo deve aiutare il ministro della Giustizia a dare un segnale forte, accelerando sul nuovo decreto per riportare in cella i mafiosi scarcerati per l’emergenza Covid-19.

I malumori nel M5S
Il provvedimento è un segnale utile anche per sopire i sospetti e i malumori tra i Cinque Stelle, per nulla scalfiti dalla difesa di Bonafede nella videoriunione con i parlamentari di martedì sera. Di Matteo, magistrato simbolo dell’antimafia, da poco entrato al Csm, incarna per la maggior parte dei pentastellati l’ideale stesso di giustizia. Non gode della stessa stima il Guardasigilli. Quasi nessuno crede ai presunti condizionamenti dei boss come causa della mancata nomina di Di Matteo al Dap, ma di certo a Bonafede si imputa uno scarsissimo rapporto con deputati e senatori e la scelta sbagliata ai vertici dell’amministrazione penitenziaria di Francesco Basentini, culminata con il disastro della gestione delle carceri durante la pandemia, con le scarcerazioni dal 41bis di molti capi di Cosa nostra e infine con le sue dimissioni.

Critiche alla leadership Crimi-Bonafede
Sono in molti, adesso, a criticare la debolezza di Bonafede anche come capodelegazione del M5S. «Ma certamente non può essere sostituito in questa fase», ragiona un big del Movimento. «Bisognerà attendere almeno la fine dell’emergenza, come per Crimi». Eccola, la duplice gracilità ai vertici che finisce per indebolire i Cinque Stelle su tutti i tavoli, tanto che per molti aspetti è ancora il ministro degli Esteri Luigi Di Maio il vero punto di riferimento dei pentastellati al Governo.

Sui migranti si riapre la faglia interna
Ma neanche Di Maio riuscì da capo politico a tenere compatti i gruppi M5S. Tornati a dividersi plateamente pure sui migranti, con Crimi e la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo a ribadire la posizione contraria del Movimento a ogni sanatoria dei migranti e l’ala di sinistra, quella dei parlamentari che fanno riferimento al presidente della Camera Roberto Fico, schierata invece con convinzione a sostegno della ricetta Bellanova. Ancora una volta le due anime pentastellate che tornano a confliggere, ancora una volta il premier obbligato a spendersi in prima persona per favorire un compromesso.

La resa dei conti? Sarà sul Mes
Tutto, naturalmente, mentre si tratta faticosamente sul decreto maggio da 55 miliardi e tutto in attesa del Mes. La valutazione finale sulla sua conformità all’interesse nazionale, ha ripetutamente spiegato Conte, dipenderà «dalle condizioni generali e dalle clausole inserite nel contratto». Ma quei 36 miliardi del Fondo Salva-Stati, che dovrebbero rendersi disponibili sin dal primo giugno, potrebbero rivelarsi necessari come dote pronta all’uso per affrontare le spese sanitarie dirette e indirette legate alla crisi. Soprattutto se la proposta del Recovery Fund tardasse a materializzarsi e i bazooka Bce non bastassero, il Mes potrebbe essere ritenuto una boccata d’ossigeno per un’Italia alla disperata ricerca di risorse fresche e una recessione record all’orizzonte (-9,5% il Pil 2020 stimato da Bruxelles, il dato peggiore dopo quello della Grecia).

La conta che il premier vorrebbe evitare
È però la conta in Parlamento sull’eventuale attivazione del Salva-Stati che Conte vorrebbe a tutti i costi evitare. Perché anche i più ottimisti nel M5S sanno che un gruppo (stimato prudenzialmente tra i 10 e i 15 parlamentari) potrebbe abbandonare la nave (mercoledì 6 maggio, intanto, un’altra deputata, la tarantina Rosalba De Giorgi, è passata al Misto) e che la tanto temuta scissione potrebbe a quel punto avverarsi. Rendendo palese in Senato il bisogno di soccorsi da Forza Italia e alterando gli equilibri attuali che tengono in vita il Governo. Anche se nessuno degli attori che si muovono sulla scena sembra lasciar intravedere scenari alternativi praticabili. Alla fine la forza di Conte sembra risiedere proprio nella fragilità dei partiti che lo sorreggono, a cominciare dalla sua principale stampella (il M5S e i suoi 300 parlamentari), e nelle divisioni nell’opposizione di centrodestra. Non sarà il viatico ottimale per affrontare la ricostruzione, ma - per citare un maggiorente M5S - «è quello che passa il convento».

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