Opinioni

Ma abbandonare i concorsi è un errore

di Giambattista Scirè


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3' di lettura

Il professor Braga ha lanciato giorni fa da queste pagine una provocazione: abolire i concorsi pubblici all’Università, da lui defniti procedure con meccanismi “complicati” che darebbero luogo solo a contenziosi e ricorsi, in modo che i dipartimenti possano reclutare e promuovere alla luce del sole sulla base di criteri chiari e trasparenti. In poche parole “cooptare” apertamente.

Viene da chiedersi in quale paese viva Braga. Nel sistema italiano attuale, purtroppo per noi, abolire i concorsi universitari e tornare alla cooptazione nominale sarebbe invece la ricetta per un disastro sicuro: dare mano libera ai gruppi di potere accademici per poter fare quello che vogliono, alimentare le loro clientele, senza subire alcuna conseguenza. Proporre questo meccanismo in Italia sul modello virtuoso di altri paesi avanzati con ben altro tasso di legalità, moralità e con più bassi livelli di corruzione nella pubblica amministrazione (si veda: Corruption: Good governance powers innovation, “Nature”, 18-02-2015) vuol dire rendere possibile da parte dei gruppi dell’oligarchia accademica, l’abuso e la raccomandazione, cioè a dire il contrario di un sistema di reclutamento fondato sulla vera competizione, sul concorso pubblico con regole certe e trasparenti, deciso sulla base del merito e dei curriculum scientifci, ovvero ciò che “Trasparenza e merito” auspica.

Dovrebbero ben conoscere quei docenti universitari che evidentemente fanno orecchio da mercante o peggio disconoscono i basilari elementi della educazione civica, il significato del termine – come si può leggere sul dizionario Zanichelli – : «La cooptazione - che può essere esplicita o mascherata sotto apparenti procedure elettorali – è generalmente applicata a fni di autodifesa e di mantenimento dei poteri di un gruppo strutturato. Si pone in alternativa all’elezione democratica e alla nomina efettuata con criteri di trasparenza da soggetti esterni all’organo collegiale da integrare o allargare». È già spiegato tutto qui: l’esatto contrario di criteri chiari e trasparenti, l’impossibilità di immissione di soggetti esterni al gruppo strutturato. L’attuale concorso pubblico, come sa bene Braga, è una farsa perché già vige il sistema della cooptazione e perché i meccanismi “complicati” sono esplicitati in bandi pubblici ma sono funzionali in realtà alla cooptazione stessa (funziona da sempre così). Capiamo l’interesse di quella parte del mondo accademico che ne beneficerebbe, ma che interesse avrebbe la cittadinanza a rendere il meccanismo ancora meno meritocratico e ancora più falsato, dando campo libero a chi ha già dimostrato di abusare perfino con i paletti delle regole? Nella cooptazione chi decide può fare a meno addirittura di regole e bandi. Dovremmo dunque fidarci della buonafede di docenti che hanno dimostrato di considerare il merito, la trasparenza e la responsabilità di giudizio alla stregua di un mero optional? Non è rispettoso il tentativo di sdoganare comportamenti illeciti al fine di alleggerire o snellire le procedure che intralciano certi giochetti.

No, non giochiamo con le parole, evitiamo le provocazioni su un tema così serio e, soprattutto, non si prendano in giro i cittadini. La cooptazione è stata già sperimentata in questi decenni illegalmente con risultati pessimi di impoverimento e abbassamento del livello scientifco dei nostri atenei rispetto al panorama internazionale (non dovuti solo alla diminuzione dei fondi strutturali da parte dello Stato), figuriamoci legalizzarla. Per citare l’ateneo di Catania, dove è deflagrato in tutti i suoi aspetti peggiori e deleteri un sistema in uso anche altrove in altri atenei, esso ha visto crollare le iscrizioni degli studenti, ha perso credibilità perché il livello della proposta formativa e il livello scientifico dei vari dipartimenti si è abbassato progressivamente, tirando i remi in barca, tanto tutto era deciso, appunto, cooptando. L’unica soluzione è dunque il concorso pubblico vero, aperto ai candidati che, non attraverso le amicizie o le scuole o le lobby, ma attraverso il proprio lavoro indipendente, la propria libertà di ricerca, le proprie competenze, il proprio curriculum scientifico, siano capaci di portare nuovi stimoli e spunti di cambiamento nelle pubblicazioni scientifiche, nelle linee di ricerca, nella capacità didattica e via dicendo.

Questa è l’Università che noi vogliamo e che tutti i docenti che tengano realmente al miglioramento del livello scientifco, all’efficienza e al buon funzionamento della pubblica amministrazione imposto dall’art. 97 della nostra Costituzione, fondato appunto su trasparenza e merito, farebbero bene a prendere in seria considerazione.

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