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Ma per le banche questa volta le mani sono legate

di Morya Longo

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(Agf)


3' di lettura

Il tempismo, nella vita, è tutto. Purtroppo questa volta gioca contro: l’Italia si trova infatti a vivere una crisi politica, e di riflesso finanziaria, in un momento molto delicato per i suoi titoli di Stato. Cioè per il suo gigantesco debito pubblico. Da un lato la Bce quest’anno dovrebbe terminare il quantitative easing, e dunque smettere di comprare BTp come fa attualmente (pur continuando a reinvestire i soldi incassati quando scadono i titoli che ha in bilancio). Dall’altro le banche e le assicurazioni italiane da tempo stanno riducendo i titoli di Stato nazionali in portafoglio, soprattutto per le pressioni regolamentari. I due grandi acquirenti degli ultimi anni saranno insomma molto meno presenti. Se anche le famiglie e gli investitori esteri si dovessero tirare indietro per l’incertezza politica, allora qualche difficoltà potrebbe emergere per lo Stato italiano che ogni anno deve collocare grandi quantità di titoli per rifinanziare quelli in scadenza. Guardando i numeri, però, non nell’immediato: un po’ di tempo per risolvere la situazione l’Italia sembra averlo. Almeno fino a dicembre. Ecco perché.

Partiamo da quanto accaduto nel 2017. L’anno scorso lo Stato ha emesso 427 miliardi di titoli di Stato. Le banche italiane non gli hanno dato una grande mano: nel 2017 hanno infatti ridotto i titoli di Stato in bilancio di 41 miliardi di euro. Idem per assicurazioni e altre istituzioni finanziarie italiane: - 30 miliardi. In compenso hanno comprato le famiglie italiane (aumentando i BTp in portafoglio di 8 miliardi), gli investitori stranieri (+5 miliardi) e ovviamente la Bce. Quest’ultima, attraverso Bankitalia, ha aumentato i BTp in bilancio di 92 miliardi di euro. Questo dimostra che nel 2017 il grande compratore è stata la Bce, ma un ruolo l’hanno avuto anche famiglie e investitori esteri. Questo risulta dai dati della Banca d’Italia.

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Nel 2018 la situazione è già diversa: la Bce ha per esempio dimezzato da gennaio gli acquisti di tutti i titoli di Stato, inclusi quelli italiani. Ma per fortuna il Tesoro ha sfruttato l’ottimo clima sui mercati fino a pochi giorni fa per raccogliere una fetta importante del suo fabbisogno annuo. Così ora all’Italia restano da emettere - secondo i calcoli di UniCredit - 115 miliardi di titoli a medio-lungo termine entro la fine dell’anno e un’altra ottantina di miliardi di BoT. Per quest’anno - secondo gli addetti ai lavori - non dovrebbero però esserci particolari problemi: perché (considerando le scadenze e l’attività della Bce), l’offerta netta di titoli di Stato resterà negativa.

A meno che - ovviamente - la situazione sui mercati non dovesse degenerare davvero. O se gli investitori dovessero davvero uscire in massa dall’Italia. Al netto di questo, per quest’anno potremmo cavarcela solo con un costo maggiore del debito. Ma - secondo i calcoli di Chiara Cremonesi di UniCredit - neppure eccessivo: se i rendimenti restassero immobili sui livelli di martedì sera, il costo della raccolta per l’Italia nel 2018 salirebbe all’1,35% dall’attuale 0,72%, ma resterebbe sotto il costo delle cedole dei titoli in scadenza. Morale: la dinamica del costo del debito resterebbe - su questi livelli - lievemente positiva.

Il problema potrebbe però presentarsi nel 2019, quando lo Stato dovrà rimborsare 228 miliardi di titoli di Stato. E se l’Italia volesse aumentare il deficit, le emissioni potrebbero essere maggiori di questa cifra. La Bce (a parte i reinvestimenti delle scadenze) non ci sarà più. Le banche e le assicurazioni saranno probabilmente poco presenti. E, in caso di perdurante incertezza, anche famiglie e investitori esteri. Per fortuna ci sono ancora molti mesi per rassicurarli...

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