Scurati vince il Premio Strega 2019

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Ma la letteratura non è un film

di Gianluigi Simonetti


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4' di lettura

Il premio Strega 2019 va quest’anno a M di Antonio Scurati, che riesce a imporsi su Fedeltà di Marco Missiroli (alla fine solo terzo, ma a lungo considerato vincitore in pectore). Il secondo posto di Benedetta Cibrario, con Il rumore del mondo , ambientato tra 1838 e 1848, conferma l’onda lunga del romanzo di rievocazione storica, dopo il successo di Helena Janeczek, con La ragazza con la Leica, lo scorso anno. Ma se nella cinquina allora finalista, che vide la vittoria di una donna, il libro più libero e vitale, per quanto sghembo ed imperfetto, era forse Il gioco di Carlo D’Amicis, nella cinquina di quest’anno, con due uomini impegnati per mesi a contendersi il premio, i libri più interessanti sono quelli di scrittrici. Due romanzi familiari raccontati dal punto di vista di una figlia, pieni di silenzi e di dolori; stilisticamente tutt’altro che rigorosi, anzi forti proprio delle loro incompiutezze. La straniera, di Claudia Durastanti, andrà ricordato per la radicalità con cui ci segnala - non solo esplicitamente, per le traiettorie internazionali della trama, ma anche implicitamente, per la lingua che propone - che la prosa narrativa della tradizione nazionale sta veramente per estinguersi; i romanzi a venire, anzi già quelli di oggi, guardano a modelli mondializzati e patchwork, ’stranieri’ solo per chi si ostina a radicarsi nel nostro Novecento.

PER APPRONFONDIRE / LEGGI IL DOSSIER SUL PREMIO STREGA 2019

Addio fantasmi, di Nadia Terranova, nei rimandi è invece italianissimo (il sud arcaico, livido e stilizzato che sta diventando il non-luogo di molta nostra narrativa recente); riesce a raccontare, con un tasso di letterarietà ridotto al minimo, di un paese e di una società incapaci di cambiare, paralizzati dai fantasmi del passato e sconvolti dai conflitti del presente. Il libro più autenticamente militante della cinquina – perché di fatto il più vicino al nostro inconscio politico attuale - è anche il più intimo e privato, tutto sommato anche il più cupo e pessimista (eccezion fatta per l’ultima pagina, benevola e improbabile, di quelle che si patteggiano con l’editor).

PER APPROFONDIRE / Addio Fantasmi di Nadia Terranova, l'incandescente materia dell’abbandono

Troppo poco, o è già abbastanza? Chi voglia azzardare un bilancio personale farà bene a tener conto del fatto che di norma i premi letterari non sono luoghi deputati alla bellezza: troppo impastati di rapporti mondani, troppo sensibili a equilibri inconfessabili, troppo distratti dal contesto. La bellezza, ammesso che ci sia, i premi la intercettano solo occasionalmente, a volte per caso. In compenso possono valere (lo Strega soprattutto) come barometri, strumenti che misurano la pressione atmosferica della nostra cultura - dell’idea di letteratura che coagula in una comunità. Il che ci riporta a Scurati e Missiroli, immagini emblematiche di scrittori che oggi possiamo considerare di successo, autori di due libri accuratamente studiati per andare in società, e quindi ’comunicati’ – come si dice – senza lasciare niente al caso. Romanzi in apparenza diversissimi: M massimalista, epico, frammentario, sovraccarico stilisticamente e politicamente impegnato; Fedeltà minimalista, sentimentale, fluido, prevalentemente colloquiale (con qualche accensione metaforica), sostanzialmente cattolico.

    Eppure romanzi simili, nel loro concentrarsi sull’efficacia del racconto, e nella sudditanza di fondo a modelli audiovisivi: romanzi che crescono ispirati dai film e dalle serie, per diventare a loro volta soggetti di altri film e di altre serie, al termine di un ciclo produttivo il cui il momento letterario finisce con l’essere un mezzo più che un fine. Romanzi che parlano, da sponde lontane (e da riconoscibili ma opposti brand), allo stesso pubblico: un pubblico informato e connesso, genericamente smart, che di letteratura vera e propria non sa e non vuol sapere, perché ha imparato a rimpiazzarla con le ’storie’ (o con le “narrazioni”, come dicono i più sofisticati). Quali storie? Quelle della televisione intelligente e del cinema d’autore, del giornalismo-spettacolo e della recita politica, delle tendenze (e delle paranoie) glamour, dei social network.

    È questa materia a cui la narrativa letteraria deve trovare il modo di adeguarsi, consapevole di poter arrivare’ a un pubblico non solo di nicchia tanto prima e meglio quanto più lo stile del romanzo, che disgraziatamente è fatto ancora di parole, risulterà lubrificato, saporito, amabile. Di qui l’imposizione di due filtri privilegiati: la chiarezza standard e amichevole (come in Missiroli) o la speziatura violenta e pittoresca (come in Scurati). Di qui, anche, la ricerca attenta di temi (meno conta il come, più conta il cosa si racconta): può andar bene una quotidianità democratica, che seduca attraverso identificazioni tempestive (come in Missiroli), ma bene anche un’eccezione totalitaria, che seduca attraverso un’emergenza sancita dalla grande storia (come in Scurati). Il bello dello Strega alla fine è proprio questo: ci permette di vedere al lavoro la ’macchina’ del romanzo contemporaneo, il cui scopo è quasi sempre comunicativo più che estetico, e rassicurante più che critico (anche quando mima la denuncia civile, o cerca la polemica politica).

    È logico che sia così, se la nostra idea di cultura tende a configurarsi – specialmente in questi anni di crisi politica, sociale ed economica – come un bene-rifugio, o uno scudo. Altrettanto logico che molti dei racconti migliori che ho letto in questi ultimi mesi parlino invece – ciascuno a suo modo - di una cultura che si arrende, di un umanesimo sfondato, di un’assenza di riparo: Sogni e favole di Emanuele Trevi, Lo stradone di Francesco Pecoraro, La lettrice di Cechov di Giulia Corsalini, Difesa berlinese di Carlo Bordini, Bontà di Walter Siti. Questa è la mia cinquina.

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