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Ma a livello globale le disuguaglianze stanno diminuendo

di Bjorn Lomborg

(AFP)

4' di lettura

Oggi regna l’impressione comune – ed errata – che la disuguaglianza stia aumentando inesorabilmente. Il nuovo rapporto Oxfam ha contribuito ad alimentare questa falsa percezione dichiarando che metà della ricchezza mondiale è nelle mani dei primi otto mega-Paperoni del mondo.

Oxfam misura la ricchezza netta, non il reddito. E dunque, elemento cruciale, include la ricchezza “negativa”, il che significa che il 5% degli americani che hanno chiesto un prestito per gli studi universitari o che hanno un mutuo superiore al valore della loro casa viene annoverato fra i più poveri al mondo – più poveri di tre quarti di tutti gli Africani. Questo vuol dire che anche l’uomo più povero che ci si possa immaginare – poniamo un bracciante nullatenente dello Zimbabwe – agli occhi di Oxfam sarà più ricco del 45% della popolazione mondiale più indigente. I dati Oxfam, inoltre, tralasciano le pensioni e ignorano completamente gli enormi patrimoni dello Stato.

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La vera storia sulla disuguaglianza è molto più ottimista della versione fornita da Oxfam. Qui il reddito pesa molto di più della ricchezza. Misurato negli ultimi due secoli, il divario fra redditi alti e redditi bassi è sicuramente aumentato, ma questo perché un numero sempre più alto di persone è stato strappato alla povertà. Nel 1820, la disuguaglianza globale era relativamente bassa semplicemente perché quasi tutti i nostri antenati versavano nello stesso stato di indigenza. È stata la Rivoluzione Industriale a portare un rapido aumento del reddito prima solo in alcuni Paesi e poi in molti altri.

Quasi 200 anni fa, circa il 94% del pianeta era povero. Nel 2015, la Banca Mondiale ha rilevato per la prima volta che meno del 10% del pianeta vive in condizioni di povertà assoluta. Concentrarsi solo sulla disuguaglianza significa non riconoscere quel risultato straordinario di tante vite liberate dal giogo della povertà. Come scrive il premio Nobel per l’economia Angus Deaton, il fatto che non tutti riescano a liberarsene «non rende la fuga meno desiderabile o allettante».

Nel 1820, il divario fra redditi alti e redditi bassi a livello globale era pari a quello delle società con maggiore disuguaglianza, come il Brasile o il Messico. Grazie al rapido sviluppo di alcuni Paesi, il divario è aumentato dopo il 1820, toccando il massimo storico a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo per diversi decenni a seguire.

Poi, a partire dagli anni Ottanta circa, è successo qualcosa di straordinario. Mentre un grandissimo numero di persone stava uscendo dalla povertà, è emersa una promettente classe media globale che nel 1985 annoverava circa un miliardo di persone. Oggi quel numero è più che raddoppiato arrivando a 2,5 miliardi, contando i 430 milioni di cinesi. È questa la ragione per cui la disuguaglianza globale in realtà è diminuita negli ultimi trent’anni e molto rapidamente negli ultimi quindici.

All’interno dei Paesi, la disuguaglianza dei redditi è sicuramente aumentata, perlopiù a causa della globalizzazione, ma in generale è molto inferiore adesso rispetto a 100 anni fa. Quando sentiamo dire che l’1% della popolazione mondiale sta conquistando una quota-record dell’economia – argomentazione diventata famosa soprattutto grazie a Thomas Piketty – dobbiamo ricordarci che si basa su dati che riguardano solo gli Stati Uniti e altri Paesi sviluppati anglofoni. Per fare un esempio, negli Stati Uniti l’1% più ricco guadagnava il 19% dell’intero reddito nel 1913, ma la percentuale è scesa a un mero 10,5% nel 1976, per raddoppiare a un sorprendente 20% nel 2014.

L’esperienza è molto diversa in Europa continentale e in Giappone, dove le fasce più ricche sono partite nel 1910 da una percentuale simile a quella dei tycoon americani, per scendere in modo analogo, ma poi hanno registrato un aumento minimo per non dire nullo. L’1% più ricco di quei Paesi guadagna circa la metà di quello che guadagnava 100 anni fa. Questo rientra nel modello globale secondo il quale la disuguaglianza è diminuita perché nel mondo in via di sviluppo un numero sempre maggiore di persone è uscito dalla povertà.

Inoltre, la disuguaglianza non dipende solo dal reddito. Metà dei progressi raggiunti a livello di benessere tra il 1960 e il 2000 dipendono dal fatto che oggi viviamo vite molto più lunghe e più sane. Nel 1900, l’aspettativa media di vita era di 30 anni oggi è di 71. Circa un secolo fa, i progressi nel campo della medicina avevano di fatto aumentato la disuguaglianza, mentre oggi si stanno estendendo a quasi tutta la popolazione mondiale. Negli ultimi cinquant’anni, il divario dell’aspettativa di vita fra i Paesi più ricchi e quelli più poveri è sceso da 28 a 19 anni. Le ricerche dimostrano che oggi la disuguaglianza nella durata della vita è inferiore rispetto agli ultimi due secoli.

Anche la disuguaglianza nell’istruzione è diminuita a livello globale. Nel 1870, quando più di tre quarti della popolazione mondiale era analfabeta, l’accesso all’istruzione era ancora più iniquo del reddito. Oggi più di quattro persone su cinque sanno leggere – e gli analfabeti sono perlopiù anziani, mentre le generazioni più giovani hanno conquistato un accesso all’istruzione senza precedenti.

La disuguaglianza è sicuramente importante, se non altro perché una disuguaglianza eccessiva può ridurre la crescita e stroncare la mobilità sociale. Va affrontata, certo, ma certe affermazioni esagerate che tralasciano gli incredibili progressi che hanno permesso di ridurre la povertà globale e diminuire i divari esistenti a livello di reddito, istruzione e sanità, andrebbero prese con le pinze.

(Traduzione di Francesca Novajra)

Bjorn Lomborg dirige il Copenhagen Consensus Center. Ha scritto L’ambientalista scettico (Mondadori, 2003), Stiamo freschi. Perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale (Mondadori, 2008) e The Nobel Laureates’ Guide to the Smartest Targets for the World 2016-2030 ed è  visiting professor presso la Copenhagen Business School.

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