sviluppo sostenibile

Ma il petrolio low cost rischia di rallentare le energie pulite

Con il virus tornati in auge i consumi tradizionali

di Sissi Bellomo

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(Afp)

Con il virus tornati in auge i consumi tradizionali


4' di lettura

Niente sarà più come prima? Anche per i consumi di petrolio – come per molte altri aspetti della vita – c’è la tentazione di pensare che il coronavirus segnerà un punto di non ritorno: la svolta definitiva nel percorso di transizione energetica. Ma la realtà non sempre coincide magicamente con le aspirazioni. E nelle previsioni sul prossimo futuro oggi non c’è davvero nulla di scontato: troppe variabili in gioco e troppe legate a fattori impossibili da prevedere, perché legare alla psicologia di massa, alle scelte politiche dei singoli Paesi o all’evoluzione del contagio.

Le previsioni

Le previsioni si dividono e non potrebbe essere diversamente. Ci sono così autorevoli osservatori – come Bernard Clooney, ceo della compagnia Bp – secondo cui la domanda petrolifera potrebbe non risalire più ai livelli del 2019, quando il mondo bruciava circa 100 milioni di barili al giorno. E altri esperti convinti che il picco dei consumi, benché si intravveda all’orizzonte, non sia ancora arrivato: lo shock del Covid-19 forse durerà ancora a lungo, ma i suoi effetti sul mix energetico non sono irreversibili. A meno che questa non diventi l’occasione per sostenere e finanziare in modo più deciso – a livello globale: qui sta il vero problema – scelte più sostenibili per l’ambiente.

Di questa scuola di pensiero fa parte, tra gli altri, il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) Fatih Birol, secondo cui non appena l’economia globale si riprenderà anche la domanda petrolifera risalirà «ai livelli di un tempo e anche oltre in assenza di forti politiche di governo», a maggior ragione se i prezzi del petrolio si manterranno moderati. «I consulenti che lavorano via Zoom non compenseranno 150 milioni di nuovi abitanti nelle aree urbane dell’India e dell’Africa, che si sposteranno, lavoreranno in fabbrica e compreranno prodotti trasportati dai camion», avverte Birol, intervistato dalla Bloomberg.

I consumi

I consumi di petrolio nel pieno della pandemia hanno subito un crollo senza precedenti, addirittura di un terzo ad aprile. Il risvolto positivo è stato una storica contrazione delle emissioni di CO2. Ma tutto questo è avvenuto mentre più metà della popolazione mondiale era costretta in casa, molte fabbriche erano ferme, le strade deserte e gli arei fermi negli hangar. Di certo non il mondo in cui aspiriamo a vivere.

Con la Fase 2, in Italia e altrove, ora va un po’ meglio. Ma la completa ripresa delle attività economiche è ancora molto lontana e una recessione globale è quasi una certezza: che i consumi di petrolio tornino presto a correre è improbabile e nessuno lo prevede. A dividere è piuttosto l’analisi degli stili di vita: comincia a farsi strada l’idea che alcune delle abitudini imposte dal coronavirus non saranno più abbandonate del tutto. E che il fenomeno abbia dimensioni tali da contrastare ogni altro fattore che invece tenderebbe ad accrescere i nostri consumi petroliferi, compreso lo sviluppo dei Paesi emergenti.

C’è chi sostiene che non viaggeremo mai più in aereo come un tempo, che lo smart working diventerà un fenomeno di massa, che ci sarà una marcia indietro sulla globalizzazione così pronunciata da incidere sul trasporto delle merci nonostante il successo duraturo degli acquisti online. Potrebbe andare così in effetti: nessuno ha la sfera di cristallo. Ma potrebbe anche andare diversamente. E qualche fenomeno che si muove in senso opposto, a favorire i consumi di petrolio, a essere onesti c’è.

La paura del contagio, ad esempio, sta spingendo a utilizzare di più le auto private invece dei trasporti pubblici. E la plastica monouso sta vivendo una nuova primavera, con buona pace dei divieti e delle Plastic tax, rinviate o sospese in un numero crescente di Paesi a favore dell’impiego massiccio di packaging alimentare, dispositivi medici, schermi in plexiglass, guanti e mascherine usa e getta.

Più in generale, il petrolio a basso prezzo ha sempre disincentivato le scelte “verdi” in passato. E anche oggi, avverte l’Aie, è possibile che venga «smorzato l’appetito per una transizione verso energie più pulite».

II rischio in realtà sembra in buona parte superato nella generazione elettrica, perché il costo delle rinnovabili è crollato così tanto da renderle competitive con i combustibili fossili in molti mercati senza nemmeno bisogno di agevolazioni. Quasi ovunque queste fonti hanno inoltre precedenza nel dispacciamento (anche per questo c’è stato un boom nel periodo di consumi risicati del coronavirus) e gli investimenti offrono un ritorno garantito, tanto più allettante quando c’è fame di rendimenti.

Tentazioni contrastanti

Con il petrolio a buon mercato (e a 35 dollari al barile lo è tuttora) la tentazione di risparmiare resta comunque forte in altri settori. Gli investimenti in efficienza energetica, ad esempio, possono risentirne. E anche la diffusione delle auto elettriche, già penalizzata dalla crisi economica, rischia di rallentare. La recessione, figlia della pandemia, minaccia peraltro di colpire in modo sempre più duro il settore dell’automotive, da tempo in difficoltà. E se il parco auto non si rinnova è difficile comprimere i consumi di petrolio (che per un terzo provengono dai trasporti). Da una maggiore efficienza dei veicoli l’Aie, prima del Covid-19, si aspettava un risparmio di 9 milioni di barili di greggio al giorno entro vent’anni.

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