festival della canzone

Ma quanto si stecca a Sanremo. E se fosse colpa di auricolari, mixer e fonici?

di Francesco Prisco

(ANSA)

3' di lettura

Che s'infortuni Giusy Ferreri ci può stare: parliamo di un'interprete che al proprio particolarissimo timbro di voce è capace di immolare tutto, intonazione compresa. Se scivola Alessio Bernabei fa parte del gioco: quando mai l'ex leader dei Dear Jack ha fatto della precisione interpretativa la propria bandiera?
Che una vecchia volpe del bel canto come Al Bano appaia timido ed esiti alla serata inaugurale è già molto più strano, ma alla fine tu che ascolti finisci per darti molteplici risposte: «Di rose e di spine» è sì una romanza del secolo scorso, ma strutturalmente diversa dalle melodie stile «All'alba vincerò» cui Carrisi ci ha abituati.

Quando però alla seconda serata di Sanremo l'ospite d'onore Giorgia esita nella strofa di «Di sole e d'azzurro» la misura è colma: non esiste, non con Giorgia, una fuoriclasse assoluta della voce, chirurgica a far su e giù per le scale come lo era Mihajlovic a battere le punizioni. Com'è che quest'anno si stona così tanto al Festival della canzone italiana? Improvvisa carenza di «fondamentali»? Non si studia più? L'italica classe canora s'è imbarbarita, con sempre meno umili artigiani dell'ugola e sempre più giovincelli da talent «ciucci» e presuntuosi? Il problema, secondo qualcuno, è tecnico e sta negli auricolari spia che ogni bravo concorrente porta infilati nelle orecchie. O, più precisamente, nei settaggi dei mixer digitali che il cantante durante le prove sceglie per regolare tono, volume, alti, medi e bassi. E quindi nel lavoro dei fonici che sta dietro a tutta la baracca festivaliera.

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Sanremo, la seconda serata

Sanremo, la seconda serata

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Facciamo un passo indietro a uso dei profani della musica live: nessuno a questo mondo canta o suona «alla cieca». Ok, quasi nessuno, perché Beethoven faceva eccezione, ma la stragrande maggioranza degli esseri umani normodotati se fa musica ha bisogno di «sentire» le note che produce, per assicurarsi di prendere quelle giuste e andare a tempo con gli altri musicisti, tanto più in un contesto di forti rumori esterni. Ecco a cosa servono le «casse monitor» che le band hanno sul palco nei concerti o gli auricolari spia che vedete nelle orecchie dei cantanti di Sanremo. Se uno di questi strumenti si mette a fare i capricci o se qualche tecnico deputato al loro controllo prende sonno, è la fine.

È quello che potrebbe essere successo a Sanremo nelle prime due serate della 67esima edizione, secondo l'interpretazione che s'è fatta largo ieri sera nel corso del «Dopo Festival». Tutto partiva da una domanda rivolta a Sergio Sylvestre, talentuoso vincitore dell'ultima edizione di «Amici» che secondo l'intervistatore qua e là avrebbe difettato di intonazione. Il ragazzo si è difeso dando la colpa all'emozione ma in suo soccorso è intervenuto Gigi D'Alessio, collega più esperto che ha allargato il campo: «È difficile cantare qui. C'è grande emozione, poi gli ascolti cambiano di anno in anno». Il riferimento è appunto ai «settaggi» di casse monitor e auricolari spia. «Stasera si sentiva abbastanza bene. Poi a volte succede che a casa arriva la voce troppo scollata dall'orchestra».

Ma le prove servono? «Le prove si fanno – continua D'Alessio – ma alle prove si sente tutto bene. Poi durante la serata sai quante cose che cambiano?» Come dire: gli artisti a salire sul palco sono tanti e, per ciascuno di essi, i tecnici regolano prima i parametri del mixer digitale salvando delle «scene» che poi verranno usate in diretta, nel corso della serata. Un lavoro complesso e, quando devono esibirsi 22 big, più otto giovani e una sfilza di ospiti nazionali ed esteri lunga così, l'errore umano e tecnico (leggi pasticcio a danno di chi si esibisce) è dietro l'angolo.

D'Alessio tuttavia fa il signore e chiede l'applauso per i fonici del Festival. In effetti non è la prima volta che si verificano circostanze del genere in Riviera, né sarà l'ultima. «A me è successo tanti anni fa», interviene Manuel Agnelli, riferendosi alla sua esibizione con gli Afterhours all'edizione del 2009. Del resto si sa: Sanremo è tradizione. Che si parli di canzonette, stecche, polemiche o settaggi sbagliati del mixer.

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