L'anno d'oro di Amazon Video: Homecoming

Ma le serie Tv hanno bisogno di Julia Roberts

di Gianluigi Rossini

6' di lettura


È un gran momento per Amazon Video, che sta pubblicando alcune tra le serie più discusse della stagione: Forever, The Romanoffs (dal creatore di Mad Men Matthew Weiner), la terza di The Man in the High Castle, il sospirato ritorno di Patriot (se non avete visto questa perla recuperatela, ne vale davvero la pena) e Homecoming (sulla piattaforma dal 2 novembre scorso), che può essere pubblicizzata sia come l'esordio televisivo di Julia Roberts, sia come la nuova serie del creatore di Mr. Robot, Sam Esmail.

Homecoming è tratta da un omonimo podcast del 2016 che ha avuto un discreto successo negli Stati Uniti. Esmail ne ha acquistato i diritti e ha commissionato la stesura delle sceneggiature agli autori dell'originale, Eli Horowitz e Micah Bloomberg. Il coinvolgimento di Roberts pare sia avvenuto su proposta dell'attrice stessa, che aveva espresso interesse per l'acquisto dei diritti prima ancora di Esmail, avendo apprezzato la serie da ascoltatrice. «È un'appassionata di podcast» ha detto Horowitz a Vulture, «credo che a Hollywood ci sia tutta una bizzarra sottocultura di appassionati di podcast».

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Si tratta di un thriller psicologico, ambientato in una struttura sanitaria sperimentale che dovrebbe aiutare i militari appena tornati in patria a superare la sindrome post traumatica da stress e a reinserirsi nella vita civile. Roberts interpreta Heidi Bergman, psicologa a cui è stata affidata la direzione dell'intero centro, nonostante non abbia nessuna esperienza lavorativa. La storia si dipana su due piani temporali paralleli: il presente, nella clinica, durante la sperimentazione; il futuro, quattro anni dopo, quando Heidi è tornata a vivere con sua madre e lavora come cameriera in un diner di provincia, mentre un impiegato del Dipartimento della Difesa sta cercando di ricostruire gli eventi che hanno portato alla chiusura della struttura.

L'adattamento rielabora il podcast con una certa libertà, ma le sue origini sono evidenti in almeno due elementi: l'importanza data alla dimensione aurale, sia dal punto di vista drammaturgico che da quello stilistico, e la durata degli episodi, circa mezz'ora ciascuno, una scelta inusuale per un thriller ma benvenuta rispetto all'ipertrofia immotivata a cui si assiste spesso negli ultimi anni, con episodi che durano quanto un film senza che davvero ce ne sia la necessità.

Sam Esmail non ha guidato la writer's room, ma ha tenuto per sé la regia di tutti gli episodi e ha agito da showrunner, almeno a giudicare dalle dichiarazioni disponibili sulla stampa statunitense. Il suo stile è prepotentemente presente in ogni fotogramma: primi piani insistiti e stranianti, costante senso di inquietudine senza causa apparente, complottismo, paranoia a carrettate, uso incongruo delle musiche extradiegetiche. Ma non si pensi a una fotocopia di Mr. Robot, anzi: una delle scelte più interessanti è quella di mettere insieme soluzioni tecniche molto attuali, come riprese aeree o elaboratissimi piani sequenza che attraversano muri e scale, con uno stile sfacciatamente rétro, esplicitamente ispirato ai maestri del thriller anni '60 e '70, Hitchcock e De Palma in primis.

Homecoming,  serie tv con Julia Roberts

Homecoming, serie tv con Julia Roberts

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Geniale la costruzione della colonna sonora, presa di peso da vecchi film musicati da John Carpenter, Pino Donaggio, Vangelis e molti altri: piuttosto che commissionare delle musiche “nello stile di”, Esmail ha deciso di riutilizzare quelle reali dell'epoca e fare un originalissimo lavoro di cucitura della realizzazione scenica sull'audio preesistente, l'opposto di quel che si fa di solito. È una scelta talmente inusuale che, secondo quanto ha raccontato la music supervisor Maggie Phillips a Indiewire, inizialmente non si aveva idea se la cosa fosse fattibile, a chi si dovessero chiedere i diritti, quanto sarebbe potuto costare. Esmail ha tenuto il punto e c'è da dire che il risultato è davvero efficace, inquietante e grottesco allo stesso tempo: da un lato contribuisce a creare una sensazione di pericolo imminente anche quando sullo schermo c'è un litigio di coppia o una segretaria che riempie un modulo, dall'altro quegli archi e quegli ottoni drammatici sono così cronologicamente connotati da insinuarsi nell'illusione filmica, inibendo l'immedesimazione con i personaggi e relegando lo spettatore a una posizione tanto distaccata quanto disagevole.

Un'altra efficace soluzione tecnica differenzia i due piani temporali tramite il formato dello schermo: il presente è in 16:9 mentre il futuro è in 1:1, un formato quadrato con due bande nere ai lati. Ha fatto qualcosa di molto simile Xavier Dolan in Mommy, e in entrambi i casi l'intenzione è ottenere una sensazione di chiusura e oppressione. In Homecoming l'idea, oltre a essere utile a differenziare le due linee narrative, cerca di rendere in particolare l'esperienza della Heidi del futuro, che conduce un'esistenza ottusa e intorpidita. Va detto che Julia Robert fa un ottimo lavoro nell'interpretazione delle due versioni del personaggio protagonista: la Heidi del 2018 è entusiasta, idealista, appassionata fino al limite dell'ossessivo-compulsivo; nel 2022 è chiusa, cinica e apparentemente priva di qualsiasi interesse.

La presenza delle grandi star del cinema nelle serie TV non è sempre positiva, per quanto ne certifichi l'aumento di prestigio. Spesso la sproporzione di status con il resto del cast porta a disastri sia davanti che dietro la telecamera, senza davvero migliorare il risultato complessivo. Qualche settimana fa ho avuto l'occasione di partecipare a un incontro con Paul Green, secondo in comando di Anonymous Content, la casa produttrice di Homecoming, all'interno della quarta edizione del MIA (mercato internazionale dell'audiovisivo) che ha attirato a Roma una buona fetta dei produttori di cinema e TV a livello mondiale.

Anonymous Content è un po' un simbolo dell'attuale rapporto tra cinema e serie TV: ha acquisito notorietà con film come Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello, Babel, ma adesso è probabilmente ancora più famosa per True Detective, con la quale ha portato al successo la formula della miniserie antologica “cinematografica”. Alla fine dell'incontro, durante il quale si era parlato molto di Homecoming, uno dei partecipanti ha posto la giustissima domanda: «ma le serie TV hanno davvero bisogno di Julia Roberts?». Green, in una forma diplomatica ma chiara, ha sostanzialmente detto di no, almeno non in termini di risultati estetici: la presenza dell'attore famoso è necessaria per costruire il package, la presentazione del progetto che il produttore vende al network e segna la differenza tra arrivare sullo schermo o rimanere negli archivi.

In questo caso, tuttavia, la performance di Roberts funziona davvero, ha perfino qualcosa di trattenuto. Il suo famoso sorriso viene utilizzato solo in maniera ironica: in una scena di uno degli ultimi episodi, quando finalmente viene mostrato in tutta la sua estensione a favore di telecamera, è in realtà una maschera che nasconde disperazione e delusione. Nulla sembra concepito per nutrire il mito della diva, anzi: dai primi piani sul viso smagrito al taglio di capelli poco lusinghiero e fuori moda fino all'abbigliamento, tutto sembra finalizzato a caratterizzare il personaggio di Heidi come una donna ordinaria, priva di particolare carisma o intelligenza.

D’altra parte nessuno dei personaggi di Homecoming è quello che ci aspettiamo: Colin, il boss di Heidi, interpretato da Bobby Cannavale con la sua tipica sfacciataggine tamarra, è un manager corrotto di una grande multinazionale ma ha anche una peculiare funzione comica, poiché lo vediamo sempre in situazioni al limite dell'assurdo o completamente fuori contesto. Thomas Carrasco (Shea Whigham), Dal dipartimento della Difesa, dovrebbe essere l'investigatore che ricostruisce il crimine e ristabilisce la giustizia, ma in realtà è un impiegato di basso livello, il cui unico potere è quello di sottoporre o meno un caso ai suoi superiori. Carrasco è imbranato, viene costantemente messo alla porta, inciampa e cade, si fa prendere in giro. La sua cocciutaggine nel proseguire l'indagine è più ridicola che eroica.

Semplificando un po' si potrebbe dire che Homecoming mette insieme almeno due temi fondamentali, uno psicologico e in qualche modo ottimista, l'altro sociologico e decisamente più cupo. C'è infatti un doppio finale, il secondo dei quali arriva dopo i titoli di coda, e sembra suggerire proprio questa scissione: da un lato la speranza che l'identità e la connessione tra due persone si conservino anche quando la memoria sparisce, dall'altro un mondo in cui tutti i personaggi sono ingranaggi di una macchina gigantesca e indifferente, pronta a schiacciarli, rimuoverli e sostituirli non appena ce ne sia la necessità.

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