Libri

Machiavelli senza machiavellismi

di Michele Ciliberto


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Stefano Ussi, «Niccolò Machiavelli nello studio», 1894

4' di lettura

Da molti anni ormai è in corso un lavoro di ampio respiro sulla figura e l’opera di Niccolò Machiavelli: basta pensare ai contributi, negli ultimi decenni del secolo scorso, di Dionisotti o di Martelli, o, venendo ad anni più vicini a noi, di Sasso, Skinner, Althusser, Pocock, per citare solo alcuni degli studi che hanno concorso a mutarne in profondità l’immagine tradizionale. Un lavoro che è stato continuato e approfondito da importanti testi usciti da poco; e anche qui mi limito a citare gli autori dei libri più importanti: Ferroni, Vivanti, Esposito, Cutinelli Rendina, Asor Rosa, Lettieri, Bausi, Cacciari, Ginzburg, Sofri. Né si tratta di un interesse solo italiano: Machiavelli, insieme a Dante, è lo scrittore italiano più studiato all'estero, specie in area anglosassone; proprio di recente è uscito, per la Princeton University, il libro di John P. McCormick, Reading Machiavelli .

Quali siano le ragioni di questo interesse non è facile dire; certo hanno a che fare, oltre che col mondo storiografico, con il mondo storico – cioè con le trasformazioni che stanno investendo l’Occidente, comprese la concezione della politica e la funzione dello Stato moderno, arrivate entrambe a un punto di svolta e per molti aspetti di tramonto e di declino. Dell’una e dell’altra Machiavelli è stato uno dei massimi interpreti, ed è naturale che quando un mondo inizia a scomparire la riflessione si rivolga al suo inizio, mettendo a fuoco gli autori che ne hanno, con maggiore lucidità, delineato i caratteri originari e le forme di sviluppo. Quando si parla di Machiavelli si è sempre mossi, in varia misura, da problemi che affondano le loro radici nella contemporaneità.

C’è però un altro tratto, evidente soprattutto negli studi più recenti, da sottolineare: le interpretazioni di Machiavelli si stanno intrecciando a una nuova visione di quell’epoca che si è soliti chiamare Umanesimo e Rinascimento.

Rispetto alle immagini tradizionali che hanno insistito sul carattere armonico, sereno, dell’età umanistica, valorizzando gli autori che affermano il primato dell’uomo – la dignitas hominis –, negli studi più recenti si è posto l’accento sul carattere drammatico, per molti aspetti tragico, della meditazione svolta in quei secoli sulla condizione umana, sulla ciclicità della storia, sul destino delle civiltà, con un ampio spazio dato a tematiche prima trascurate o poco considerate: dalla centralità del concetto di “crisi” e di “rovesciamento” degli ordini del mondo alla simulazione e dissimulazione come chiavi per comprendere un aspetto essenziale della genesi della “modernità” nel nostro paese; dalla dimensione simbolica quale struttura decisiva del vivere sociale alla funzione civile e politica della religione, alla centralità del teatro come strumento di comprensione, e di rovesciamento, della realtà. Tutti temi nodali di quello che si è chiamato, con una formula che ha avuto una singolare fortuna, «nuovo umanesimo».

E questo ha inciso anche nelle nuove interpretazioni di Machiavelli che, da un lato, hanno complicato il suo rapporto con i “moderni”, sganciandolo dalle genealogie tradizionali e staccandolo in maniera netta dal machiavellismo; dall’altro, l’hanno situato nell’epoca che fu sua, mettendo in luce convergenze con autori di prima grandezza come, per fare un solo nome, Leon Battista Alberti.

    Questo lavoro si è accompagnato a una ricerca di tipo filologico che, oltre a mettere capo alla nuova fondamentale edizione nazionale delle opere di Machiavelli, si è proposta anche di attribuire alla sua penna opere assegnate, fino ad ora, ad altri autori. Ricerca assai importante, nella quale si è impegnato con cura particolare Pasquale Stoppelli.

    Dopo aver affermato che la Commedia in versi attribuita a Lorenzo Strozzi sia invece da restituire a Machiavelli, ora Stoppelli sostiene che anche l’Epistola della peste sia di Machiavelli – tesi che in verità era stata accettata nella seconda metà dell’Ottocento da uno studioso come De Sanctis, che ne aveva però ridotto l’importanza, per essere poi abbandonata.

    Lorenzo Strozzi, di cui ci resta la vita scritta da un suo cliente, Francesco Zeffi – autore di una traduzione parziale del libro VI di Polibio, assai probabile chiave di accesso di Machiavelli al testo dello storico greco (come sostenne in un saggio memorabile Eugenio Garin) –, ebbe legami importanti con Machiavelli, che gli dedicò l’Arte della guerra. A Strozzi però, per motivi che Stoppelli spiega con chiarezza, si sarebbe finito per assegnare opere del Segretario, tra le quali questa Epistola della peste, che va perciò restituita al suo autore. Stoppelli sostiene la sua tesi con argomenti esterni e, rifacendosi al metodo del critico d’arte Giovanni Morelli, di carattere interno, sottolineando che Machiavelli è uno scrittore «ricorsivo»: utilizza cioè lo stesso lessico, pur suonando tasti diversi – politici, storici, teatrali –; e ne dà un’ampia dimostrazione nel commento che accompagna il testo. Da questo punto di vista è difficile non condividere la tesi di Oreste Tommasini, secondo cui nel testo c’è «qualche impronta della unghia leonina del Machiavelli». Basta pensare alla spettacolare rappresentazione dell’«otioso frate a testa ritta, atto più al remo che al sagrificio», che «con fratesca [...] carità» cerca di insidiare, con i soliti trucchi, la bella donna che l’autore della lettera aveva già adocchiato, e con cui aveva cominciato a mettere le basi di una relazione.

    Sia pure a una temperatura più bassa, in questo come in altri luoghi, si ritrovano lemmi caratteristici di Machiavelli. Ma nel testo sono presenti anche motivi addirittura di carattere autobiografico che possono ricondurre a lui: mi limito a citare le insistite battute sul sesso e la vecchiaia, nelle quali sembrano riflettersi i tormenti che gli procurava l'amore per Barbara Raffacani Salutati e che sono espliciti nei versi dedicati Alla Barbera, incentrati sullo scarto fra potere e volere, nella vita come in amore.

    È su una ultima affermazione di Stoppelli che vorrei tuttavia richiamare l’attenzione: sul carattere di «rappresentazione parodica» dell’Epistola – cioè sulla sua dimensione teatrale – in cui si intrecciano comico, lirico, grottesco e tragico. È una conferma di due punti importanti: la teatralità è una struttura costitutiva dell’opera di Machiavelli; le lettere, in generale, sono uno dei luoghi in cui si esercita con maggiore libertà e originalità l’officina teatrale del Segretario fiorentino. È la strada che, con la mediazione dell'anticlassicismo rinascimentale, arriverà fino a Bruno.

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