OLTRE LA DEFINIZIONE DEL «WASHINGTON POST»

Machiavelli, sogno e incubo dei politici

di Armando Torno

3' di lettura

L’ultima notizia riguardante Machiavelli si poteva leggere in un articolo del quotidiano Washington Post, firmato dall’editorialista David Ignatius. Apparve il 10 novembre scorso, tra i commenti che seguirono l’elezione del presidente Usa. Il titolo sintetizzava il contenuto dell’intervento: “Donald Trump is the American Machiavelli”. D’altra parte, la stessa qualifica fu data a Vladimir Putin in un articolo apparso sull’inglese Guardian il 13 settembre 2013. A ben guardare, tuttavia, si possono trovare altri paralleli tra il leader russo e il segretario fiorentino, risalenti ad anni precedenti.

Niccolò Machiavelli, sempre lui. Da mezzo millennio abita sogni, incubi e discorsi dei politici; ma non soltanto. Una definizione dell’economista Joseph Schumpeter non va dimenticata e può essere così riassunta: non si può parlare di un Machiavelli economista, ma nelle sue opere i riferimenti agli aspetti economici dei problemi politici sono evidenti. E il political strategist Tim Phillips, presidente dell’American for Prosperity, ha pubblicato un libro molto tradotto con un titolo che si spiega da sé: “Niccolò Machiavelli. Il principe riletto a uso dei manager”. In esso, oltre a ricordare che ogni capo d’azienda ha bisogno di meditare sui consigli e sulle strategie suggerite dal segretario fiorentino, si rammenta una regola: i nemici di chi ti è nemico sono tuoi amici.

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Gli esempi si possono sprecare, tanti ce ne sono. Di certo è il caso di ricordare che tre presidenti del Consiglio nella storia d'Italia hanno scritto una prefazione a Il Principe, ovvero Benito Mussolini, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Codesti interventi recano rispettivamente le date 1928, 1986 e 1992 (dicembre). Mussolini pubblicò il suo pochi mesi prima del Concordato con la Chiesa Cattolica, in un momento di notevole consenso; Craxi era presidente del Consiglio da tre anni, Berlusconi intervenne in uno dei momenti più difficili della cosiddetta “prima Repubblica”.

Certo, la politica del Novecento, come quella di ogni tempo, è gremita di atteggiamenti volpini e di decisioni non delicate che sono state poste sotto l’egida di Machiavelli e i protagonisti di situazioni piccole e grandi hanno capito che se non si vuol perdere il potere occorre esercitarlo, senza guardare i mezzi utilizzati per la bisogna. Anche eminenti figure della Chiesa furono particolarmente vicine alla sensibilità del segretario fiorentino: basterà ricordare Richelieu per rendersene conto, pur non mancandone moltissimi altri. Pasolini in un verso de La religione del mio tempo sintetizzò i possibili compromessi istituzionali, che hanno riempito i libri di storia e la vita del celebre cardinale, con un puntuto verso: “La Chiesa/ è lo spietato cuore dello Stato”.

Politici, economisti, manager, porporati: non si creda che l’elenco degli ammiratori o di coloro che hanno cercato in Machiavelli sostegno alle proprie mosse si esaurisca qui. Anche nelle piccole situazioni e in avvenimenti minori l’ombra del segretario fiorentino si avverte. Prova ne è un libro appena uscito da Honoré Champion a Parigi, a cura di Jean-Pierre Cavaillé e Cécile Soudan, che fa conoscere un manoscritto del 1668. In esso è contenuta l’ultima versione di un’opera terminata nel 1643 e condannata per la sua audacia poco dopo la morte di Richelieu, che dell’autore sarebbe stato garante. Si tratta di una Apologie pour Machiavelle, scritta da un semplice curato, Louis Machon, della parrocchia di Tourne, presso Bordeaux (pp. 738, euro 70). Dopo aver ammesso nella prefazione a proposito di Richelieu “È morto troppo presto per me”, il reverendo si inoltra in dimostrazioni per far notare che tutte le massime considerate empie di Machiavelli sono vere e perfettamente compatibili con il cristianesimo. Il cardinale ministro avrebbe gradito queste pagine, anzi vi avrebbe trovato ulteriori incoraggiamenti per i suoi metodi. Non è dunque il caso di meravigliarsi se, commentando come si debbano rintuzzare sedizioni ed emozioni popolari con forza e violenza, don Machon citi il capitolo sedicesimo del libro dei Numeri, nel quale Core, Datan e Abiram dopo le “preghiere” di Mosè subirono una triste sorte: “La terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie”. Erano empi e ribelli, furono fatti sprofondare “vivi negli inferi”.

Non è che un esempio e si potrebbe continuare con le truffe per il bene dello Stato e altre cose simili. Un curato che dimostra, in questo libro di Honoré Champion, quanto il machiavellismo fosse penetrato nella cultura francese del Seicento. E sia attuale in ogni epoca.

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