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Macron e il coraggio di puntare sull’Europa

di Marco Moussanet

(AFP)

3' di lettura

Un referendum sull’Europa. È questa una delle principali chiavi di lettura – per non dire la principale – delle presidenziali francesi. Al tradizionale bipolarismo destra-sinistra, che ha caratterizzato la storia politica del Paese negli ultimi 60 anni, se n’è sostituito un altro, più radicale, che riflette la drammatica divisione della comunità nazionale: quello tra società aperta e chiusa, tra ottimisti e pessimisti, tra paura e speranza. E al centro di tutto questo c’è, appunto, l’Europa.

Su questo tema cruciale i programmi, le visioni, dei due candidati sono talmente opposti che basta sostituire la parola “Francia” con la parola “Europa” (o viceversa) perché diventino quasi identici. Più o meno tutto quello che Marine Le Pen propone di fare della Francia, a partire dal recupero totale di sovranità, Emmanuel Macron lo immagina a livello europeo. A partire proprio da una sovranità che non è da recuperare ma da costruire. Là dove la Le Pen parla di frontiere nazionali, Macron parla di frontiere europee. Là dove la leader dell’estrema destra parla di protezione e preferenza nazionale, il candidato centrista parla di protezione e preferenza europea. E via elencando.

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Un progetto coraggioso, quello dell’ex ministro dell’Economia. Il quale non ha paura di dire, e scrivere, che «a forza di presentare sistematicamente l’Europa come un capro espiatorio, i dirigenti politici nazionali hanno instillato nelle gente il virus della diffidenza, un’epidemia da guarire rigenerando l’ideale europeo».

E ancora: «Da dieci anni i sostenitori dell’Europa hanno abbassato la testa. Da allora vengono contrapposti i termini Europa e sovranità. È venuto il momento di dire chiaramente che rispetto a tutte le grandi sfide dei nostri tempi, la vera sovranità passa attraverso un’azione europea, in un quadro democratico rinnovato».

Ecco perché Macron proporrà quanto prima ai partner della Ue l’organizzazione di «un grande dibattito in tutti i Paesi, con delle convenzioni democratiche da lanciare entro la fine dell’anno» per spiegare, convincere e soprattutto ascoltare. E partire dai risultati di questo confronto popolare per tracciare la strada dei prossimi cinque anni.

L’Europa che immagina Macron prevede cooperazioni concrete nell’industria della difesa e del digitale, strumenti efficaci di protezione dal dumping degli esportatori senza regole, un “Buy european act”, controlli sulle acquisizioni per salvaguardare attività e interessi strategici. Fino alla creazione di un “Erasmus per gli apprendisti”.

Un progetto coraggioso. Perché da quanto tempo non si vedeva dalle nostre parti un dirigente politico candidarsi a un’elezione dichiarando apertamente il proprio europeismo? Mettendolo anzi al centro del proprio programma e della propria campagna? Rivendicandolo con orgoglio e difendendolo con entusiasmo?

Certo, tra il dire e il fare... Macron dovrà dimostrare che le sue non sono solo parole. Che la Francia è un partner credibile, che sa mantenere i propri impegni e fare le riforme. Dovrà rilanciare il rapporto privilegiato con la Germania rendendolo inclusivo. Dovrà riconciliare la Francia, facendo i conti con un populismo anti-europeo che vale il 45% dei voti.

Ma non iniziamo già a gufare. Tiriamo un sospiro di sollievo per il pericolo scampato e godiamoci questo refolo di aria fresca. A maggior ragione perché arriva - se, come pare scontato, arriverà - dal Paese che 25 anni fa approvò con un risicato 51% il Trattato di Maastricht e 12 anni fa, nello sconcerto generale, bocciò con il 55% la Costituzione europea.

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