visite di stato negli usa

Macron e Merkel alla corte di Trump: dai dazi all’Iran, tutti i dossier più caldi sul tavolo

di Marco Valsania


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Il presidente francese Emmanuel Macron all’aeroporto di Washington (Epa)

3' di lettura

Non è propriamente un pellegrinaggio dal Vecchio al Nuovo continente. Ma i due più influenti leader dell’Unione Europea, il francese Emmanuel Macron e la tedesca Angela Merkel, si presentano questa settimana alla corte di Donald Trump portando in dono proposte per risolvere urgenti nodi nei rapporti bilaterali e internazionali. Soprattutto sul futuro dell’accordo che disinnesca la minaccia nucleare dell’Iran, dove è ormai scattato il conto alla rovescia verso una potenziale disdetta americana il 12 maggio. Poi il commercio, per scacciare lo spettro di guerre globali sull’interscambio cominciando con il concedere agli alleati esenzioni permanenti e non temporanee dai dazi unilaterali statunitensi che hanno dato il via alla spirale di tensioni, quelli su acciaio e alluminio. E di rilievo sono i colloqui su altre sfide: dalla Siria alla Corea del Nord. Fino alla Russia, all’equilibrio tra rapporti e rappresaglie con Mosca: l’amministrazione Trump ha ieri ipotizzato di allentatare dazi contro il colosso dell’alluminio Rusal invisi anche a Bruxelles.

Sulle orme di De Gaulle
La pompa, per Macron, è quella delle grandi occasioni. Il presidente francese è arrivato ieri sera per una visita di Stato di tre giorni, la prima d’un leader estero nell’era Trump. Non guasta, date le ambizioni del presidente di Francia, che l’apice del viaggio, un discorso al Congresso mercoledì, coincida con il 58esimo anniversario d’un simile intervento di Charles de Gaulle. Fin dalla serata di lunedì Trump ha ricambiato la sua accoglienza a Parigi per le parate nel giorno della Bastiglia con tour e banchetto privato a Mount Vernon: se non è Versailles è il palazzo-museo-ex piantagione sul Potomac del primo Presidente e padre fondatore George Washington, che qui intrattenne il Marchese de Lafayette, eroe della guerra di Indipendenza americana (che gli donò proprio le chiavi della Bastiglia).

Il dossier Iran
La vera agenda, però, verrà affrontata lontano dagli sfarzi, con intensi incontri fra i due leader e le loro delegazioni. E la partita è ben più ardua. I buoni auspici, anche sul «piatto forte» dell’Iran, non mancano: Macron, Merkel (che con assai meno fanfara sarà alla Casa Bianca venerdì) e il premier britannico Theresa May (in frequente contatto telefonico) hanno a lungo lavorato con l’amministrazione per mettere a punto documenti e dichiarazioni d’intenti ancillari tra alleati - paralleli all’accordo nucleare - che rispondano alle preoccupazioni statunitensi senza condannare l’attuale accordo con Teheran. Il governo iraniano ha minacciato di strappare l’intesa - la rinuncia all’atomica in cambio di sanzioni cancellate - se gli Stati Uniti ne usciranno, ripristinando giri di vite economici e finanziari il cui congelamento scade il 12 maggio. I nuovi testi, quattro, contengono promesse di tenere a bada i programmi missilistici e l’aggressività regionale, oltre che di rafforzare le ispezioni atomiche e di estendere i divieti alle armi atomiche oltre i dieci anni stabiliti. Appaiono a buon punto, stando a indiscrezioni, ma il banco di prova saranno le discussioni di questi giorni dopo che Trump ha in passato definito l’accordo il «peggiore nella storia».

Un’agenda da concordare
Il dossier iraniano potrebbe essere influenzato positivamente da sviluppi altrove: Macron potrebbe giocare la carta dell’efficacia di strategie congiunte - tornata in auge con l’asse occidentale negli attacchi in Siria. L’accordo con Teheran potrebbe inoltre giovarsi dei preparativi per il summit tra Stati Uniti e Corea del Nord: una rottura rischierebbe almeno un problema d’immagine sull’impegno negoziale. È infine certo che è con Macron, l’invitato eccellente, e non Merkel - con cui potrebbe parlare più di commercio - o May - benigno convitato di pietra - che Trump si trova a suo agio. Altrettanto sicuro appare tuttavia che il presidente americano, se vorrà assicurare risultati dal pellegrinaggio dei leader del Vecchio continente, dovrà scegliere di condividere il palcoscenico e concordare l’agenda con Macron e gli europei.

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