Lunedì il discorso del presidente

Macron e Philippe, indirizzi e dettagli

di Jean-Philippe Derosier


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(REUTERS)

3' di lettura

E tre! L'intervento del Presidente della Repubblica francese, davanti al Parlamento in seduta comune riunito a Versailles il lunedi 3 luglio, è il terzo del suo genere, da quando l'articolo 18 della Costituzione è stato rivisto nel 2008 al fine di darne l'occasione al capo dello Stato. In primo luogo Nicolas Sarkozy aveva voluto illustrare questo meccanismo stesso di cui egli era stato il promotore. Era il 22 giugno 2009 per un discorso sugli orientamenti economici dopo le elezioni europee. Ciò provocò un pessimo successo. Poi, il 15 novembre 2015, François Hollande ha tenuto un discorso di unità nazionale dopo gli attacchi a Parigi. Ricordiamo i rappresentanti della nazione che all'unisono cantavano La Marseillaise. Ricordiamo anche che quella fu l'occasione dove ha annunciato la riforma della revoca dalla cittadinanza, che fu una causa importante del suo fallimento finale.
Emmanuel Macron ripete l'esercizio, ma questa volta ad inizio mandato. Nello spirito di presentare un discorso di indirizzo della politica nazionale, confermando così la sua volontà di essere effettivamente il capitano che fissa la meta. In tal modo, se innova nella tecnica utilizzata, si conforma comunque alla prassi consolidata, coerente con l'architettura istituzionale della Quinta Repubblica. Così, il primo ministro, che terrà il discorso tradizionale di politica generale e chiederà la fiducia ai deputati il giorno dopo, non è né abbassato né ridotto al rango di collaboratore. Al contrario, è valorizzato.
Infatti colui che i Francesi hanno eletto per guidare la politica che al contempo hanno scelto è il Presidente della Repubblica, sulla base del suo programma elettorale. Essi hanno poi confermato la loro scelta politica dandogli una maggioranza nell'Assemblea nazionale, per portare in porto la sua azione. Forte della fiducia che gli elettori gli hanno dimostrato per due volte, il Capo dello Stato ha nominato, sempre per due volte, un Primo Ministro, responsabile per guidare di questa politica. Come vuole il meccanismo istituzionale della Quinta Repubblica, la legittimità di cui quest'ultimo gode procede anzitutto dal Presidente e solo dopo dall'Assemblea nazionale.

Un rapporto sincronico
È quindi coerente con questa logica che il Presidente definisca gli indirizzi della politica nazionale e che il Primo Ministro segua dopo con l'esposizione dei dettagli per ottenere il sostegno dei deputati. Ciò conferma il rapporto sincronico tra Capo dello Stato e Capo del Governo: il primo definisce la politica nazionale, come richiesto dagli elettori, il secondo la guida e la applica con l'appoggio della maggioranza. Ciò conferma tutta la fiducia che il primo ripone nel secondo. Ciò valorizza anche quest'ultimo che, pur non essendo direttamente eletto, è ormai il sostegno del progetto presidenziale.
Ciò presidenzializza la forma di governo? Non più di quanto essa lo sia già. È già, quindi un sistema presidenziale? No, non lo è, non lo è mai stato e mai lo sarà, fino a quando il potere derivi dalle elezioni legislative.
Ora è da lì che deriva perché, se Emmanuel Macron non le avesse vinte, non sarebbe in grado di incaricare il Primo Ministro di guidare la sua politica. Tuttavia, dal 1958 e, soprattutto, dal 1962, da quando l'elezione avviene a suffragio diretto, il Presidente della Repubblica è in genere un capitano, raramente un arbitro. Dal Generale de Gaulle a Emmanuel Macron, da Valéry Giscard d'Estaing a François Hollande, attraverso tutti coloro che hanno ricoperto tale carica, nessuno ha rivendicato il contrario.

Una Costituzione da riallineare
Dovremmo quindi modificare la Costituzione? Sì, senza dubbio. Ma non per rimettere in discussione il funzionamento delle istituzioni perché ciò non sembra corrispondere alle aspettative dei Francesi. Essi hanno sempre voluto eleggere un vero leader, non qualcuno che avrebbe voluto tornare indietro da quella pratica. Le elezioni del 2017 l'hanno dimostrato ancora una volta.
Al contrario bisognerebbe andare fino alle estreme conclusioni della riforma iniziata nel 2008, quando si è consentito al Presidente della Repubblica di pronunciare una dichiarazione davanti al Parlamento in seduta comune. La Costituzione dovrebbe così precisare che è chiaramente lui che definisce la politica nazionale, essendone poi il Governo e il Primo Ministro incaricati di guidarla ed attuarla. Era già un'ipotesi prevista nel 2008 e poi disgraziatamente abbandonata. Bisognerebbe riprenderla. E se si dovesse temere che essa rafforzasse troppo il ruolo del Capo dello Stato o che una possibile coabitazione portasse ad una paralisi, basterebbe aggiungere che la definizione della politica nazionale avviene “in collaborazione con il Primo Ministro”.
Così il testo della Costituzione sarebbe solo allineato su una pratica instaurata e desiderata fin dall'origine della nostra Costituzione.


(Autore: prof. Jean-Philippe Derosier, costituzionalista, Università di Lille. Traduzione del prof. Stefano Ceccanti, Università di Roma “La Sapienza”)

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