Opinioni

Macron gioca da protagonista e l’Italia ha carte da spendere

di Antonio Pilati


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3' di lettura

Si è scollato l’asse franco-tedesco che da decenni, tra alti e bassi, regge gli equilibri politici e detta il passo dell’integrazione europea. È una svolta storica che risale, in ultima analisi, al disordine portato dallo scontro fra Stati Uniti e Cina per la supremazia mondiale: la Ue, che per anni ha tratto vantaggi da entrambi i lati (alleanza storica e sicurezza a basso costo dagli Usa, strategie economiche export-led allineate con la Cina), si trova in grave difficoltà e vede all’improvviso divergere interessi e strategie dei principali Stati che la compongono.

Chi patisce di più è la Germania che vive una doppia crisi - economica e politica. La guerra dei dazi e l’accelerazione sulle applicazioni digitali, vera posta dello scontro sino-americano (il primato tecnologico è primato strategico), hanno scassato il modello tedesco dell’export e alcune delle sue eccellenze. Cali della produzione, indebolimento dell’economia, crescita del disagio sociale: la crisi è diventata subito politica. Popolari e socialisti, svogliati partner di coalizione, da anni non smettono di perdere voti. Ciò restringe l’area di centro, dove nascono i governi, aumenta il numero dei partiti (oggi sono sette), dà spazio a formazioni difficili da coalizzare come i Verdi (hanno temi onerosi) o non coalizzabili come l’Afd (che peraltro recupera astensionisti). Il sistema politico, abituato a funzionare con tre o quattro partiti e accordi di governo a due, scricchiola.

In Francia, invece, è un’altra storia. Nell’asse con la Germania il suo apporto, il suo punto di forza, sono le risorse strategiche: non solo il seggio al Consiglio di Sicurezza e l’arma nucleare, ma anche una presenza capillare nel mondo fatta di rapporti privilegiati in Africa e in Asia (eredità imperiale), una marina che ambisce a scala globale grazie ai residui ex coloniali sparsi dal Pacifico all’Oceano Indiano fino ai Caraibi con approdi e acque territoriali, relazioni da grande potenza con Cina e Russia. In questa partita la Germania, bloccata dal suo infernale passato, non gioca e la Britannia della Brexit ha dato forfait: ora la Francia, mentre declina il potere economico che ha dato il primato alla Germania, detiene l’esclusiva per l’Europa della grande politica.

Emmanuel Macron, che non difetta certo di ambizione, ha subito sfruttato la congiuntura favorevole con una raffica d’iniziative politiche allo scopo di rendere la Francia - e non più la Germania - il perno fondamentale della Ue agli occhi del mondo - e dei soci continentali. La scelta chiave è stata cancellare la strategia precedente (Trattato di Aquisgrana per una difesa europea con benefici per l’industria francese delle armi e un’ovvia attenuazione delle relazioni di sicurezza con gli Usa) per stringere un rapporto forte con Trump (mossa già tentata in passato e poi fallita) e diventare il suo punto di riferimento in Europa. Macron ha smontato la web tax - invisa ai big americani della rete - che la Francia aveva introdotto per prima in Europa (battendo sul tempo l’Italia), ha aperto una via - sia pure tortuosa - a un negoziato con l’Iran (il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, arrivato a sorpresa al G7 di Biarritz), ha dato una mano per cercare di stemperare la tensione con la Cina.

Trump, già in fase pre-elettorale, apprezza e ciò dà alla Francia cospicui benefici: una ripresa di ruolo in Medio Oriente, dove Parigi da tempo ha perso influenza e dove presto (si spera) sarà avviata una vasta ricostruzione densa di contratti; una potente sponda alla politica africana dove ogni attore in grado di limitare l’espansione cinese è gradito a Washington; un’agevolazione all’idea di fare regia nel Mediterraneo (Libia e non solo). In più tutto ciò dissocia l’Europa francese dalla Germania che rimane sola a sostenere l’ostilità Usa: troppi avanzi commerciali, troppa sintonia con la Cina, troppi legami (energia) con la Russia.

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