VINO ICONA

Maculan torna al “bianco riserva” Prato di Canzio che ha fatto storia

La produzione abbandonata nel 1996 oggi riemerge dall'oblio ventennale con l’annata 2017

di Giambattista Marchetto


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3' di lettura

«Ho iniziato a fare vino nel 1973. Fresco di diploma alla Scuola Enologica di Conegliano, chiedo a mio padre di licenziare l'enologo e mi accontenta. Inizio a fare a modo mio: non due vini - un bianco e un rosso - ma più etichette per differenti vitigni. A primavera del 1974 non vendo una bottiglia. Rifacciamo la grafica, spingiamo su foto, depliant, comunicazione anche per radio, ma non vendo quasi nulla. Allora capisco che probabilmente il mio vino non è così buono».

Incomincia da una serie di sconfitte, raccontate con ironia dall'istrionico Fausto Maculan, la storia del Prato di Canzio, un vino iconico che la sua cantina a Breganze aveva abbandonato nel 1996 e che oggi riemerge dall'oblio ventennale. La produzione fu interrotta per inseguire una tendenza che privilegiava i vini monovarietali. Oggi la riscoperta offre l'occasione a Maculan di reinterpretare le proprie origini e di capire in che modo vent'anni di esperienza possano cambiare l'idea di un vino.

Sulle tracce dei francesi
Imparando dai propri errori, il patron dell'Azienda agricola Maculan - oggi sessantottenne - ha studiato, investito in tecnologia e preso esempio dai grandi francesi. «Al mio primo viaggio in Borgogna, nel 1978, rimango folgorato - ricorda -. Torno quasi con l'idea di aprir le vasche in cantina e buttar via tutto. Mi guardo intorno ma non trovo i grandi enologi consulenti di oggi. Allora copio i francesi: “pulisco” il mosto con il deburbage e utilizzo il legno per dare complessità». E non c'è dubbio che quel processo di allontanamento dalla mera fermentazione abbia funzionato, dato che oggi assaggiare un Prato di Canzio del 1987 o addirittura del 1981 è un'esperienza emozionante e decisamente piacevole. Nessuna ossidazione, pienezza al naso e ancora una spiccata acidità fanno pensare che quel “gioco” iniziato nel 1978 avesse molto senso.
«A quei tempi in Italia non erano in tanti a lavorare così - chiosa Maculan - e il Prato di Canzio viene annoverato tra i bianchi riserva, come La Scolca Gavi dei Gavi o il Vintage Tunina di Silvio Jermann». Il successo è immediato.

Vino del territorio
Il Prato di Canzio - che prende il nome da un centurione romano, come Breganze antica Pracantium - nasce originariamente come un uvaggio di Chardonnay, Pinot bianco e Tocai (detto anche Sauvignonasse) in parti uguali. Nel nuovo Prato di Canzio 2017 invece lo Chardonnay è salito al 50%, è stato introdotto il Sauvignon al 20% ed è stata introdotta una quota del 30% di uva Vespaiola, varietà autoctona che – per dirla con le parole dell'enologa Maria Vittoria Maculan – «ha il pregio di donare freschezza, e l'uso del legno, oggi più ponderato. Il risultato è un vino ampio e profondo, che conserva una grande bevibilità». La vinificazione delle tre uve è differente: in acciaio per Sauvignon e Vespaiola mentre la fermentazione dello Chardonnay avviene all'interno di barrique di rovere francese. In fase di affinamento solo lo Chardonnay trascorre 5 mesi in barrique sui lieviti, mentre le altre due affinano in acciaio, finendo per riposare un anno in bottiglia.

Il nuovo Prato di Canzio nasce dunque come un vino che esprime il territorio, realizzandosi come un “taglio a freddo”, ovvero come un assemblaggio che avviene dopo la vinificazione separata dei tre vini. «È la sintesi perfetta di fattori naturali e umani – rimarca l'altra figlia di Maculan, Angela - l'incontro tra i frutti dei pendii vulcanici e di tufo della DOC con la storia e la competenza umana che ha abitato Breganze dalle origini a oggi».

La produzione è oggi una nicchia di sole 1.500 bottiglie per l'annata 2017. E il futuro è tutto da costruire.

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