Cinema e Media

Madame Bovary c’est moi

di Giuseppe Scaraffia

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Nel 1949, Vincente Minnelli dirige il film

4' di lettura

«Donna. - Persona dell’altro sesso. Una delle costole di Adamo. Non dite: “Mia moglie”, ma “La mia sposa” o, meglio ancora, “La mia metà”». Scriveva Gustave Flaubert - di cui quest’anno ricorrono i due secoli dalla nascita - nel Dizionario dei luoghi comuni, liquidando tutta la stupidità riduttiva dei maschi nei confronti delle femmine. Però proprio lui, l’uomo che in uno dei secoli più misogini era stato talmente attento al disagio della femminilità da denunciarla in Madame Bovary, era stato dilaniato per tutta una vita da un rapporto contraddittorio con le donne. Proprio lui, che si era identificato con la sua velleitaria eroina al punto di proclamare: «Madame Bovary sono io!», non era mai riuscito a vivere un amore fino in fondo.

Dopo la sua prima, esaltante esperienza con l’avventurosa Eulalie Foucaud, rievocata in Novembre, si era allontanato, intimorito dall’ardore con cui veniva ricambiato. Salvo poi indugiare nostalgicamente col pensiero su quelle ore incancellabili. Lui che le ha scritto «averti posseduta ed essere privato di te è un supplizio atroce, infernale», tenta poi di ridurre tutto a un cinico commento: «La donna è un animale volgare di cui l’uomo si è creato un ideale troppo bello».

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In Elisa Schlésinger, di undici anni più anziana di lui, l’adolescente aveva assaporato un impossibile amore dalle sfumature filiali. Non a caso era rimasto folgorato dallo spettacolo di lei che si scopriva un seno «palpitante» per allattare. Eppure restava impensabile consumare il rapporto platonico con Elisa, la futura madame Arnoux dell’Educazione sentimentale. «Ho avuto una sola vera passione. Avevo sedici anni».

L’incontro con un’irruente, romantica poetessa, Louise Colet, pronta a vivere la sua passione fino in fondo, indifferente ai giudizi della gente, l’aveva inizialmente stregato, salvo poi iniziare una rapida ritirata culminata in una scena penosa: Louise, stanca di inseguirlo, aveva infranto i suoi divieti, presentandosi non invitata nel suo eremo di Croisset. Gustave non poteva tollerare quell’intrusione in una parte della sua vita dominata interamente dall’amatissima madre, «la creatura che ho amato di più». Eppure proprio lei, sempre pronta a reclamare la sua presenza, gli aveva sempre rimproverato la sua durezza con la Colet. «È il solo punto nero tra me e la mamma». Meglio allora le varie donne disponibili con cui intrecciava rapporti senza conseguenze. Flaubert infatti non riusciva a sopportare la segreta complementarità tra l’amore e il sesso, due invasori inquietanti da tenere a bada per proteggere il delicato territorio della scrittura. «Sono stanco delle grandi passioni, dei sentimenti esaltati, degli amori furibondi e delle disperazioni rumorose».

Per Flaubert il sesso senza sentimenti era soltanto un bisogno immaginario, a cui, sosteneva, era possibilissimo rinunciare. Il suo non era un giudizio etico, ma una semplice constatazione: per avere una reale soddisfazione «ci vuole un po’ d’emozione». All’inizio del viaggio in Oriente con l’amico Maxime Du Camp, Gustave aveva resistito al richiamo della prostituzione. Gli sembrava che l’assenza di emozione rendesse insapori quelle esperienze. Malgrado ciò dopo qualche giorno il suo percorso aveva iniziato una serie di frenetiche avventure mercenarie. Quando a tratti emergeva l’inconsistenza di quei rapidi amplessi, cercava di eluderla con la sguaiatezza che punteggia tante lettere di uno degli uomini più raffinati e sensibili dell’epoca. La stessa che si trova negli scambi tra Stendhal e Mérimée. In fondo, riassumeva quel dissipato viaggiatore, «la donna orientale è una macchina e niente di più».

«Forse sono gusti perversi, ma amo la prostituzione di per sé, indipendentemente da quel che c’è sotto... nell’idea di prostituzione c’è un punto di intersezione così complesso - lussuria, amarezza, il nulla dei rapporti umani e il risuonare dell’oro - che guardando fino in fondo viene la vertigine e si imparano tante cose». Cedere al rapporto mercenario diventava un tentativo di ridurre ogni tipo di rapporto con la donna a una forma di prostituzione. Non a caso, quando una donna che aveva tanto amato gli aveva dato l’impressione di volersi finalmente concedere, si era rifugiato in una casa di tolleranza. «Il mio desiderio è troppo universale, troppo permanente e intenso perché abbia dei desideri».

Eppure, dopo tante esperienze, non riusciva a vedere una prostituta senza che il cuore gli battesse più forte. Come non riusciva ad accettare l’opera del tempo. «Ti ho detto che ultimamente ho incrociato per strada la nostra bella Léontine? Adesso è magra, brutta e giallastra... che delusione! E dire che di quella bella creatura rimarrà solo il ricordo di qualche bella scopata: non è stupido? La bellezza dovrebbe essere immutabile e immortale come il sole». Perché tanto stupore se lui stesso ammetteva che incontrando le passeggiatrici aveva l’impressione di vedere spuntare il teschio dai tratti pesantemente imbellettati del loro viso?

L’incontro con George Sand di diciassette anni più anziana di lui gli aveva rivelato una possibilità inedita nel suo controverso rapporto con le donne, l’amicizia. «Non so quali sentimenti nutra verso di lei, ma provo una tenerezza particolare, che finora non ho mai sentito per nessuno».

Gli ultimi anni di Flaubert erano stati avvelenati dal dissesto finanziario di Caroline, l’amatissima, capricciosa nipote. Per aiutarla era arrivato sull’orlo della rovina; lui però sembrava non accorgersi di quanto la giovane donna somigliasse alla sua velleitaria eroina, Emma Bovary. Al suo funerale, in una sorta d’involontario omaggio, Caroline che non aveva mai pianto negli ultimi giorni dello zio, aveva attirato l’attenzione su di sé, scoppiando in lacrime mentre civettava con un poeta. Con un gesto all’epoca carico di significati si era sfilato un guanto lasciando la mano nuda vicino alle labbra dell’uomo. «Ah, mio povero Flaubert - commentò Edmond de Goncourt - ecco intorno al tuo cadavere dei documenti umani con cui avresti potuto fare un bel romanzo sulla provincia!».

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