Interventi

Made in Italy, 4 idee per essere ancora competitivi

di Amedeo Teti


5' di lettura

L'attuale crisi economica, aggravata dalla pandemia, vede l'Italia tra i Paesi più lenti nella ripresa. Molte le motivazioni al riguardo, ma pesa soprattutto l'assetto economico italiano strutturalmente basato sulla polverizzazione di risorse, causato da una fortissima preponderanza di piccole e medie imprese.
La dimensione ridotta potrebbe essere diventato un fattore di debolezza per coloro che non hanno la forza sufficiente per allargare i propri interessi, prima fra tutti quella che dà la possibilità di esportare i propri prodotti e servizi.
Potersi internazionalizzare porta logici benefici alle imprese in quanto così facendo si amplia la clientela potenziale, ma occorre attrezzarsi adeguatamente allo scopo.
Le PMI italiane, avendo scarse risorse disponibili, necessitano pertanto di sistemi incentivanti utili per potersi affacciare in modo concreto all'estero.
L'attuale Governo dovrebbe dedicarsi a questo in modo privilegiato. In un periodo di stagnazione, quale è quello attuale per l'Italia (e a prescindere dalle risorse del Recovery Fund) una robusta iniezione di risorse proveniente dall'estero, come provento dell'export di beni o servizi o grazie all'attrazione di investimenti esteri, potrebbe favorire una ripresa anche di produzione e consumi.
Gli ultimi dati ISTAT mostrano che nel 2020, l'export italiano registra, su base annua, una contrazione del -9,7%: il nostro Paese ha risentito dell'effetto della pandemia, in linea con i dati del commercio mondiale, mentre nel 2019 le nostre esportazioni - unica voce attiva del PIL nazionale dal 2010 - erano cresciute (per il decimo anno consecutivo), attestandosi a 476 mld di euro, con un incremento del 2,3% su base annua.
Secondo il WTO, dopo la debacle del 2020, è atteso un rimbalzo del +7,2% del commercio mondiale nel 2021: è fondamentale che l'Italia arrivi, anzi superi, questi valori di export nel 2021, perché non possiamo permetterci che l'unica componente in attivo del PIL italiano vada ancora in rosso.
Alcune priorità:
Un fondo di garanzia per il credito per l'export. Il primo obiettivo dell'Italia dovrebbe essere quello di concludere nuovi accordi (o rammodernare gli esistenti) per la protezione degli investimenti (e del credito) con tutti i Paesi “clienti” del nostro export, con cui ancora non si siano intrapresi negoziati con l'UE. Questo strumento – che ha reso la Germania la prima potenza esportatrice d'Europa, terzo maggiore esportatore globale (dopo Cina e USA) – sarà utile per fornire alle nostre PMI linee di credito garantite da regole certe stipulate assieme al governo straniero con cui l'accordo è stato concluso. Lo schema – che in Italia viene gestito da coperture assicurative SACE – potrebbe rendere disponibili immense risorse di anticipazioni di credito (da fondi CDP) senza rischi per i nostri esportatori. Questo schema andrebbe fortemente potenziato in Italia in modo da garantire un continuo accesso al credito, in particolare alle PMI, specialmente oggi che il denaro ha interessi ridotti, rendendone più agevole l'export.
Agroalimentare di qualità per la sfida internazionale data dall'emergenza sanitaria. Se il comparto agroalimentare è quello che appare meno colpito dall'emergenza del Covid-19 (il calo del nostro export è dovuto in particolare al minor export di macchinari, -12,6% o di prodotti petroliferi raffinati, -42,1%) ma sicuramente oggi soffre per le perdite derivanti da settori collegati come ad esempio l'HORECA, visto il perdurare del lockdown o il crollo del turismo. La sfida è difficile, ma l'Italia – che è prima assoluta al mondo in termini di qualità agroalimentare – potrebbe sfruttare a suo favore questo difficile momento attraverso il potenziamento delle sue esportazioni nell'agrifood. In altre parole questo è il momento topico nel quale investire in campagne promozionali planetarie che evidenzino il forte parallelismo che esiste tra economia della qualità e cibo Made in Italy. In un tempo come quello attuale dove la salute diventa il primo pensiero, il primo obiettivo di ogni cittadino nel mondo, dobbiamo saper offrire trasparenza, soprattutto sull'origine delle materie prime agricole e su qualità e salubrità con cui esse sono trattate. Questa comprensione della nostra cultura agroalimentare può diventare così fattore vincente di competitività: un più ampio accesso al mercato internazionale per i nostri prodotti agroalimentari. L'obiettivo è pertanto il lancio di una nuova campagna mediatica, nei mercati internazionali potenzialmente più promettenti, che rifletta il rapporto tra benessere e cibo made in Italy.
Rafforzare l'attrazione di investimenti diretti esteri (IDE). Nella confusa modifica legislativa che ha traslocato la gestione delle competenze in materia di commercio estero dal MiSE al MAECI, sembra che non sia stata presa una decisione chiara su un tema strategico: l'attrazione di investimenti dall'estero. Governo e legislatore sono chiamati ad una correzione del gap. L'Italia infatti merita, una volta per tutte, che la politica dell'attrazione di alcuni grandi investimenti sia sfruttata a favore dello sviluppo, e a tutto tondo. Innanzitutto attraverso una approfondita analisi commerciale delle disponibilità esistenti su tutta la Penisola che potrebbero essere oggetto di attenzione da parte straniera. Tenendo presenti le regole della golden share, onde evitare fenomeni di svendita all'estero degli asset nazionali fondamentali. Vi sono settori oggi appetibili dal capitale straniero, si pensi ad esempio alle riconversioni industriali, alla decarbonizzazione, alle imprese in crisi, ecc. In secondo luogo, meriterebbe incentivare le imprese italiane che tornano dopo aver delocalizzato, con premi per il reshoring, così come agevolare quegli investitori stranieri che intendano venire a produrre da noi beni con origine “made in Italy”.
Regolamentare in modo competitivo l'offerta del mercato immobiliare italiano. Non meno importante è il tema della necessità di avviare una nuova tipologia di visto per grandi investitori immobiliari stranieri. Sono stati infatti diversi i Paesi UE che hanno introdotto disposizioni specifiche su tali tipi di visti (cd Golden Visa) evidenziando successi economicamente rilevanti, ad esempio in Spagna, Portogallo, Malta e Grecia. Questi Paesi infatti hanno valorizzato in modo significativo il loro mercato immobiliare con particolare riguardo al segmento delle cd “seconde case” – colpito negativamente dalla crisi del 2008 – favorendo un innalzamento progressivo delle quotazioni degli immobili. Non dimentichiamo che il settore immobiliare è uno dei pilastri della nostra economia, ma mentre le nuove normative fiscali (ad es. il Superbonus 110%) possono essere utili in ambito di ripresa dell'investimento interno (per l'efficientamento energetico e sismico, l'emersione dell'abusivismo e la parziale ripresa del settore delle costruzioni), il flusso di risorse nuove dall'estero che sarebbe garantito da un visto facilitato permetterebbe di riportare i valori degli asset immobiliari nazionali a quelli pre-crisi. Basta una piccola modifica legislativa per favorire l'ingresso di capitali freschi esteri: si tratterebbe in sostanza di garantire agli acquirenti stranieri di immobili di pregio la possibilità di ottenere automaticamente un visto di entrata con diritto di soggiorno per più anni in Italia, lasciando ogni ai soli notai la valutazione di merito sulla bontà delle transazioni immobiliari.

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