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Made in Italy, alimentare e pharma spingono l’export. Al palo solo l’auto

In un anno il valore complessivo dell'export raggiunge i 572 miliardi. Trainante l'effetto cambio euro/dollaro. Bene l'alimentare, che vede il record dei 60 miliardi a fine anno, e il pharma

di Luca Orlando

Made in Italy, le prospettive per l’export e il sistema finanziario

4' di lettura

Cinquantasei miliardi in più, una crescita diffusa in quasi tutti i mercati e che coinvolge, escludendo l’auto, ogni settore della nostra manifattura. Nel primo semestre dell’anno il bilancio del made in Italy è particolarmente positivo, un progresso di oltre il 22% confermato dalla performance di giugno. Mese in rallentamento rispetto al periodo precedente (-2,1%) ma ancora in progresso a doppia cifra su base annua per l’ottavo periodo consecutivo, portando a quota 16 la sequenza di progressi mensili: per trovare l’ultimo segno meno occorre tornare a febbraio 2021.

Corsa delle vendite nel mondo in gran parte legata all’aumento dei prezzi reso necessario per tamponare i rincari di materie prime, energia e componenti, effetto che si traduce nelle rilevazioni Istat di giugno in una crescita di quasi il 24% dei valori unitari con volumi in calo del 2,1%, mentre nel semestre le quantità crescono di due punti percentuali. Traino inflattivo evidente ma comunque mai regalato o automatico, con le imprese italiane a dover fare i conti nei negoziati di aumento dei listini con una concorrenza internazionale sempre più ampia, i cui costi, in primis nell’energia, non lievitano con la stessa forza rispetto a quelli italiani.

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L’export nazionale arriva così nei primi sei mesi a quota 306 miliardi, 56 in più rispetto allo stesso periodo del 2021, che in valori assoluti aveva rappresentato il nuovo record. Se lo scorso anno le vendite erano state pari a 516 miliardi, prendendo come riferimento gli ultimi 12 mesi mobili (luglio 2021 - giugno 2022) l’Italia è già a quota 572: di questo passo la soglia dei 600 miliardi nel 2022 è un target non irragionevole.

Tenendo anche conto di una crescita finora corale, che in termini settoriali non fa registrare nel mese un solo segno negativo: l’unico comparto al palo è rappresentato dalle auto, in crescita solo del 3,3%.

Dal punto di vista geografico i progressi sono altrettanto diffusi, sviluppati in modo quasi paritetico sia sui mercati extra-Ue che in Europa, a partire dai nostri due mercati chiave, Francia e Germania, entrambi in crescita di oltre il 15%.

Qualche segnale di stabilizzazione arriva in effetti dal mercato dell’auto tedesca, dove la produzione cresce a luglio per il terzo mese consecutivo. Nel bilancio dei primi sette mesi dell’anno il calo si riduce così al 2%, a poco meno di due milioni di vetture prodotte. Ne risente, in positivo, la nostra componentistica, con i dati di prodotti in metallo, gomma-plastica ed elettronica a crescere a doppia cifra a giugno verso Berlino.

La forza del dollaro, che offre alle nostre imprese esportatrici ampi margini di manovra sui listini, è tra i motivi alla base della corsa verso gli Stati Uniti i cui acquisti di made in Italy scattano in avanti di oltre il 31%. Il che si traduce in 7,2 miliardi di incassi aggiuntivi, primato nella classifica per paese in valori assoluti, graduatoria che vede sul podio anche Germania e Francia.

Tra i pochi paesi in controtendenza la Russia, anche se dopo il tracollo di marzo e aprile (valori dimezzati) si stabilizza su valori migliori, riducendo il calo nel primo semestre al 17,6%.

LA MAPPA DELLE ESPORTAZIONI
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In termini di valori assoluti si tratta di una “sottrazione” di 636 milioni rispetto al dato 2021, molto inferiore rispetto alle prime stime effettuate all’indomani dell’invasione russa in Ucraina e del varo dei diversi pacchetti di sanzioni.

Altro grande assente da questo percorso corale del made in Italy è la Cina, in ripresa solo a giugno (+9%) ma ancora frenata nei dati del primo semestre (-2%) dalle successive nuove ondate di lockdown. Cali comunque gestibili, alla luce dei risultati raggiunti altrove.

Le note dolenti, come ormai accade da molti mesi, arrivano invece dal lato delle importazioni, il cui forte aumento è dovuto in parte all’inflazione diffusa nella manifattura ma soprattutto all’impennata dei prezzi dell’energia, raddoppiati su base annua.

Solo nel mese di giugno - spiega l’Istat - gli acquisti di gas naturale e di petrolio greggio contribuiscono per 15,7 punti percentuali all’incremento tendenziale dell’import del nostro Paese. Il deficit energetico così si amplia ulteriormente, superando nei primi sei mesi dell’anno i 48 miliardi.

Uno shock senza precedenti, come evidenziato dalla bolletta che sta pagando il Paese: le importazioni di energia dei primi sei mesi, stimate dall’Istat a 62 miliardi (già oltre i valori 2021), in controvalore sono quasi il triplo rispetto a quanto accadeva nell’analogo periodo dello scorso anno.

Così, in sei mesi le importazioni complessive balzano del 44,2%, più del doppio dell’export, mandando al tappeto il nostro saldo commerciale, per il settimo mese consecutivo in “rosso”.

Passivo che nei sei mesi arriva a sfiorare quota 13 miliardi, svolta netta rispetto all’avanzo di quasi 29 miliardi del periodo gennaio-giugno 2021.

Gas e petrolio alle stelle rilanciano come ovvio anche gli incassi di Mosca, con il nostro import di energia a quasi triplicare nel primo semestre a ridosso dei 13 miliardi. Il resto di ciò che importiamo da Mosca, poco cosa al confronto, è in linea con le nostre vendite, ridotte del 17,6% nel primo semestre: il risultato è un passivo commerciale che si quadruplica a oltre 13 miliardi, dieci in più rispetto allo stesso periodo 2021.

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