Industria

Made in Italy, export da record ma sulla meccanica pesa l’auto

In nove mesi vendite estere oltre 93 miliardi nonostante la frenata internazionale. Boom dei distretti di Firenze, Empoli e Bari Frenano Brescia e Lecco

di Luca Orlando


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(Marka)

4' di lettura

Bicchiere mezzo pieno. Con il nuovo record assoluto di vendite e l’ennesimo progresso dell’avanzo commerciale. Oppure mezzo vuoto, con la maggioranza delle aree in calo e le medie globali sostenute da un piccolo numero di “star”.

Il monitor dei distretti industriali di Intesa Sanpaolo descrive un quadro misto, pur confermando in termini complessivi ciò che si verifica sul piano macro: la tenuta del made in Italy anche in un contesto di grande difficoltà.

Nel terzo trimestre dell’anno, comunque in frenata, l’export dei distretti industriali italiani continua a crescere (+1,4%), arrotondando il bilancio dei primi nove mesi e toccando la cifra record di 93,2 miliardi, quasi 1,8 in più rispetto al corrispondente periodo. Il che, in presenza di importazioni deboli, si è tradotto in un deciso rafforzamento dell'avanzo commerciale, salito a 57,6 miliardi di euro (+3,2%).

«Si tratta di numeri ancora relativamente buoni - spiega il responsabile Industry di Intesa Sanpaolo Fabrizio Guelpa - perché realizzati in una fase di incertezza e di tensioni internazionali che coinvolgono i maggiori mercati. Per effetto di questo quadro, appesantito dal rallentamento di molte economie e dalle difficoltà dell’auto, la crescita del commercio mondiale nel 2019 è stimata prossima allo zero. Il che significa che non solo abbiamo resistito ma che le nostre merci hanno guadagnato quote di mercato nel mondo, confermando la competitività del sistema».

Se le medie sono favorevoli lo si deve tuttavia soprattutto a balzi in avanti singoli, perché nel complesso si conferma la fase di ripiegamento: da tre trimestri ormai il numero di distretti in calo (ora 92), supera ampiamente quelli che invece crescono, in discesa costante da molte rilevazioni e ora arrivati a quota 65. La performance favorevole delle esportazioni distrettuali è dunque influenzata da eventi singoli, conseguenza di condizioni di domanda estera particolarmente difficili. Al venire meno della spinta di due importanti motori di crescita come Germania e Cina (e prima ancora della Russia), si registrano infatti rilevanti cali in Turchia e Iran, dove pesano le tensioni geo-politiche, e in Polonia, dove la frenata tedesca condiziona in negativo la nostra meccanica.

Tra i casi di successo assoluto spicca ancora una volta l’area di Firenze, dove pelletteria e calzature continuano a macinare nuovi massimi: qui in nove mesi l’export è arrivato a 4,7 miliardi di euro: si tratta di un robusto +50% rispetto alla performance del 2018.

Esito di un percorso non episodico che vede i maggiori produttori mondiali e italiani di pelletteria ed accessori posizionarsi in questo distretto allargando progressivamente la propria base produttiva, l’organico e i volumi realizzati. Sia per la pelle che per le calzature si tratta inoltre di volumi aggiuntivi, non semplicemente di trasferimenti interni di hub di export:  nella pelle l’Italia rispetto ai primi 9 mesi 2018 guadagna 1,1 miliardi (Firenze 1,2), nelle calzature la crescita è di 400 milioni, Firenze è in progresso di 300.

Altro distretto correlato è quello dell’abbigliamento di Empoli (+788 milioni) e anche in questo caso, come per Firenze, si registra un balzo dell’export verso la Svizzera, dove sono presenti importanti basi logistiche e commerciali di multinazionali.

Il terzo balzo in avanti più cospicuo in valore assoluto è quello della meccatronica barese, che progredisce del 27,5% e guadagna in nove mesi 256 milioni di euro. Bari che rappresenta un’eccezione interessante anche in termini di mercato di sbocco, in grado di quasi triplicare le proprie vendite in Germania a dispetto del rallentamento tedesco.

Germania che in generale agisce da freno, penalizzando in particolare le filiere dei metalli e della componentistica che gravitano attorno al business dell’auto.

Uno sguardo alla classifica è eloquente: i metalli di Brescia in termini assoluti rappresentano il distretto peggiore, cedendo in nove mesi 177 milioni di euro, 45 di questi sono sottratti proprio dalla Germania. Ancora più eclatante il caso della metalmeccanica di Lecco, che nel periodo cede 112 milioni, bilancio che senza Berlino (-105 milioni) tornerebbe invece quasi in pareggio.

Se Turchia, Polonia e Germania sono i tre mercati più problematici, in grado insieme di sottrarre oltre 600 milioni di vendite in nove mesi, all’estremo opposto vi è anzitutto il traino della Svizzera (spinta in particolare dalle pelletteria), che aggiunge 1,9 miliardi di vendite, seguita dagli Stati Uniti, dove gli acquisti di Made in Italy distrettuale crescono dell’8,9%, un progresso di 742 milioni in nove mesi. L’ipotesi di lavoro degli analisti à che anche in prospettiva l'andamento dell'export continuerà a presentare una notevole dispersione di risultati. Anche se all’interno di un orizzonte che mediamente pare meno cupo. «Il rallentamento della manifattura nel 2019 è stato un serio problema - aggiunge Guelpa -, così come la crisi dei dazi, che ora pare avviarsi verso un confronto meno teso. Le stime per il 2020 vedono una domanda mondiale in crescita del 2% e credo si possa essere moderatamente ottimisti: la parte bassa del ciclo forse è stata raggiunta e le ultime rilevazioni qualitative indicano qualche miglioramento».

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