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Made in Italy, per l’olio delle star di Hollywood arriva il frantoio 4.0

Per questo Armando Manni, patron dell'azienda maremmana, ha avviato un'operazione di finanziamento da quattro milioni di euro, non comune per il mondo agricolo e tanto meno per quello olivicolo, strutturata dall'advisor finanziario Blue Ocean Finance

di Silvia Pieraccini

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2' di lettura

L'emergenza Covid non ferma l'investimento di Manni Oil, piccola azienda agricola di Seggiano (Grosseto) che produce olio extravergine d'oliva d'alta gamma, venduto soprattutto all'estero e amato da chef, ristoratori, imprenditori e star di Hollywood: uno di quei marchi di nicchia del made in Italy – finora la produzione è stata di duemila litri di olio all'anno – che è diventato sinonimo di qualità e lusso e che ora vuol potenziare i volumi perché “vede” spazi di mercato a livello internazionale.

Per questo Armando Manni, patron dell'azienda maremmana, ha avviato un'operazione di finanziamento da quattro milioni di euro, non comune per il mondo agricolo e tanto meno per quello olivicolo, strutturata dall'advisor finanziario Blue Ocean Finance: un aumento di capitale da 2,55 milioni di euro – sottoscritto, oltre che dallo stesso Manni che rimane socio di riferimento, dall'ex ceo del New York Stock Exchange, Duncan Niederauer e da Keith Stoltz, titolare dell'omonima società americana di real estate – e un mutuo ipotecario da 1,4 milioni.

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Il progetto così finanziato punta ad aumentare di 20 volte la produzione di olio grazie all'acquisizione di altre 20mila piante di olivo in Maremma e alla costruzione di un innovativo frantoio 4.0 che guarda all'economia circolare e al riutilizzo degli scarti di produzione: i noccioli delle olive saranno destinati all'industria cosmetica per fare scrub antiossidanti.
“Siamo sul mercato dal 2001 e produciamo l'olio più costoso al mondo, certificato biologico e Igp Toscano”, spiega Manni che vende in bottiglie da 100 ml, per un prezzo al litro che arriva a 230 euro. Per evitare l'ossidazione dell'olio le confezioni non contengono ossigeno ma un gas inerte, l'argon.

“Grazie alla collaborazione col dipartimento di Scienze farmaceutiche dell'Università di Firenze – aggiunge l'imprenditore – possiamo garantire, e siamo gli unici al mondo, il mantenimento delle caratteristiche organolettiche del nostro olio per tre anni, contro un mercato che di solito assicura questo solo per pochi mesi. Col nuovo frantoio aumenteremo di 20 volte la produzione, con l'obiettivo di arrivare a 40mila litri nel 2021”.

Già oggi la rete commerciale è estesa (mancano solo Africa e Australia), ma la sfida sarà quella di far conoscere l'olio Manni a un pubblico più allargato dei gourmet e degli chef e ristoranti famosi come Thomas Keller in Napa Valley, The French Laundry e Pierre Gagnaire a Parigi, Tetsuya Wakuda a Sidney, Heston Blumethal a The Fat Duck nel Regno Unito, Heinz Beck a La Pergola a Roma.

I lavori del nuovo frantoio hanno subito un rallentamento a causa del lockdown ma ora sono ripresi e dovrebbero concludersi in agosto, in tempo per la frangitura del prossimo autunno. “Manni opera in un mercato di supernicchia con alta capacità di spesa – spiega Giuliano Gigli, fondatore di Blue Ocean Finance che ha strutturato il funding – e sviluppa un business che ha una marginalità enorme”, tanto che a regime l'ebitda è atteso al 26-27%. Anche per questo gli investitori statunitensi hanno creduto nel progetto, che entro l'anno sarà alla prova del mercato col lancio di una nuova linea di oli di qualità prodotta nel nuovo frantoio.

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