mestieri d’eccellenza

Made in Italy, per sarti e orafi il lavoro è assicurato

di Chiara Beghelli


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Lavoro al telaio alla Fondazione Lisio di Firenze

3' di lettura

«La mostra è stata un successo oltre le nostre aspettative. Ma quello che mi ha colpito di più è stato l’interesse dei giovani, il loro entusiasmo nel vedere gli artigiani al lavoro. Credo che oggi considerino il saper fare qualcosa con le mani una cosa cool»: Alberto Cavalli ha impiegato due anni a organizzare Homo Faber, la grande mostra sui mestieri d’arte appena conclusa alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dove ha accolto oltre 62mila visitatori in 17 giorni. Tanto che si sta già lavorando alla prossima edizione, nel 2020.

Cavalli è anche il direttore generale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte che dal 1995 ne promuove la tutela, non con un approccio museale, ma mossa dall’intenzione di renderli lavori adatti alle esigenze del presente e appetibili per il futuro.

I numeri del made in Italy d’eccellenza sostengono questo impegno: secondo il più recente rapporto “Esportare la Dolce Vita” del centro studi di Confindustria e Prometeia, l’export dei prodotti del “bello e ben fatto” potrebbe crescere del 75% entro i prossimi sei anni. E per farlo ha bisogno di mani che li facciano. Mani che però, oggi, sono ancora troppo poche. «Di scuole ce ne sono poche, distribuite in modo disomogeneo e con un’offerta poco varia», nota Cavalli. Anche per questo, specie negli ultimi anni, si stanno moltiplicando le aziende del made in Italy che organizzano la formazione interna, assicurandosi così un ricambio generazionale adeguato.

«Si noti un aspetto – aggiunge –: nella moda, per esempio, le aziende non aprono scuole per stilisti, ma per sarti, perché è di loro che hanno più bisogno. Se nei rating internazionali le università italiane non brillano, nella formazione dei mestieri delle eccellenze l’Italia è molto più competitiva e capace di attrarre talenti da tutto il mondo – prosegue Cavalli –. Oggi, però, il saper fare non basta più: per questo la nostra Fondazione propone ai diplomati un percorso speciale che offre anche competenze di comunicazione e gestione di una microimpresa come può essere una bottega».

In virtù di tutto questo, il tasso di placement di alcune professioni, legate soprattutto alla manifattura calzaturiera e alla sartoria, supera l'80% in molte scuole d’eccellenza. Nel campione di istituti che abbiamo selezionato, è proprio questa la percentuale raggiunta, entro sei mesi dal diploma, dagli studenti dell’Istituto Secoli di Milano, fondato nel 1934 e da sempre vicino al cuore manifatturiero della città. Oggi offre 15 corsi legati al confezionamento, per i quali negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono cresciute del 10%. Per accogliere un aumentato interesse, la Scuola Orafa Ambrosiana fondata nel 1995 a novembre inaugurerà un’altra sede a Milano, in via Tortona 26; sempre nel settore orafo, negli ultimi quattro anni il placement dei diplomati al Lao di Firenze ha toccato quasi il 100%.

Le scuole nate e cresciute nei distretti, a stretto contatto con le aziende e partecipate da istituzioni locali e associazioni di categoria, come l’Alta Scuola di Pelletteria di Scandicci e Pontassieve e il Politecnico Calzaturiero di Capriccio di Vigonza, rispettivamente nel cuore del distretto della pelle toscano e delle calzature veneto: nella prima la percentuale dei ragazzi che trova lavoro nel 217 ha sfiorato il 91% e ha coinvolto soprattutto operatori di banco e macchina e modellisti e operatori Cad.

Iscrizioni in aumento anche per lo storico “Setificio”, l’Itis Paolo Carcano di Como, fondato un secolo e mezzo fa proprio per formare le maestranze del distretto e dove in tre anni le iscrizioni al corso quadriennale in Chimica e materiali per le tecnologie tessili sono raddoppiate. Fra cultura del passato e tecnologia, «i giovani stanno capendo sempre di più che è bello trasformare il proprio talento in professione», conclude Cavalli. Tanto più se per averli con loro le aziende fanno la fila.

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