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Made In Italy, una serie per capire come è nata la moda italiana

In otto puntate si raccontano i primi passi dei nostri stilisti più celebri e il rapporto fra industria e creatività che caratterizza il sistema moda in Italia. Non mancano ingenuità, ma gli appassionati di moda potranno anche commuoversi

di Chiara Beghelli


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4' di lettura

Spoiler sul giudizio finale: ci è piaciuta. Soprattutto perché “Made in Italy”, la serie prodotta dalla Taodue di Camilla Nesbitt e da The Family e disponibile su Amazon Prime Video, ha un primato: quello di raccontare un mondo e una storia, quelli della moda italiana per come oggi la intendiamo, che da troppo tempo aspettavano di essere rivelati anche ai non addetti ai lavori.

Con otto puntate (che saranno trasmesse su Mediaset la prossima primavera e che non vogliono provare a essere grande cinema, ma non finiscono nella banalità che pur a tratti rischiano), “Made in Italy” spiega cosa e perché portò alla nascita del “sistema moda” che ebbe come culla la Milano degli anni Settanta e come genitore il senso di innovazione, anche commerciale, delle industrie tessili. Ed è a tratti persino commovente, almeno agli occhi degli appassionati, cogliere la sperimentazione, il coraggio, la temerarietà delle aziende e dei primi “stilisti”, neologismo dell’epoca che definiva un lavoro che richiedeva senso artistico, cultura, curiosità, velocità, ma anche con spiccato senso commerciale.

La trama si sviluppa intorno alla vicenda di Irene Mastrangelo, che ha il volto della modella Greta Ferro (23 anni, già volto di Armani Beauty): figlia di operai che vivono nei palazzoni di periferia e studentessa di storia dell’arte, approda per puro caso nella redazione di “Appeal”, magazine di moda, dove fra i vari giornalisti incontra Rita Pasini. Interpretata da Margherita Buy, Rita è una bionda, sofisticata e influente giornalista che «conosce tutti» e da tutti è apprezzata nel settore, e che ricorda un po’ Anna Piaggi ma soprattutto Franca Sozzani (alla quale la serie è dedicata).

In uno dei primi episodi Rita fa notare a Irene come sia vestita in modo inadeguato per una giornalista di moda, seppur agli inizi. Gli occhi grandi e quasi perennemente stupiti di Greta/Irene, che evocano subito quelli di Anne Hathaway/Andrea Sachs in «Il diavolo veste Prada», film del 2006, rivelano i molteplici (forse troppi) punti di contatto fra le due produzioni: “Appeal” è il magazine “Runway”, Rita è la tremenda direttrice Miranda e le somiglianze non si fermano qui.

Allo stesso modo (non faremo spoiler, proseguite pure la lettura), Irene scopre e impara ad amare la moda, rivelandosi persino un talento naturale. Ma non è la storia della giovane Irene che ci ha fatto amare “Made In Italy”: sono gli incontri,uno per ogni puntata , con gli stilisti che hanno scritto questa pagina cruciale per la moda italiana, a partire dal primo, quello con Walter Albini. Una scelta perfetta, perché fu lui a inaugurare sia il rapporto fra creatività e produzione “in serie”, sia a proporre per primo il concetto di “total look” aprendosi anche all’arredamento. Sorprendente e colto, per una serie che non punta solo a una nicchia di appassionati, è poi l’accenno alla collaborazione con un giovane e timido Gianfranco Ferré, che per Albini disegnò accessori.

Si vedono le pellicce di Fendi associate ai gioielli di Bulgari, tutti d’epoca, ricostruita con dovizia è l’innovatività di Krizia (che ha il volto di Stefania Rocca), e amabile la scelta di organizzare una sua sfilata alla Triennale di Milano, che le dedicò un’importante mostra nel 1995; l’ascesa di Giorgio Armani (interpretato con efficacia da Raoul Bova, amico personale dello stilista piacentino), è opportunamente accompagnata dal partner Sergio Galeotti, anima commerciale del marchio.

Raoul Bova, interprete di Giorgio Armani, con Margherita Buy (Rita Pasini)

E divertente è incontrare un giovane Gianni Versace nei panni di stilista di Callaghan (successore in questo di Walter Albini) e che racconta della mamma sarta in Calabria dalla quale ha imparato i segreti del mestiere, come Raffaella Curiel (lasciata più sullo sfondo, e interpretata da Nicoletta Romanoff), mentre particolarmente riuscito è l’episodio che ha come protagonisti Ottavio “Tai” e Rosita Missoni, che accolgono Irene nella loro manifattura di Sumirago, dove si vedono maglieriste al lavoro e telai in movimento.

Valentino, invece, c’è ma non si vede. A chi seguirà la puntata lasciamo le considerazioni del caso, ma tale scelta potrebbe essere stata dettata dalla volontà di rendere l’inaccessibilità di colui che restava soprattutto un couturier, o dalla difficoltà di trovare interpreti adatti a esprimere una personalità già all’epoca così potente e influente. Da parte sua, Miuccia Prada (Caterina Carpio) fa una brevissima apparizione, studentessa di Scienze Politiche, nello spazio di un collettivo. Si chiude con Elio Fiorucci (interpretato da Stefano Fregni), simbolo della “nuova” moda.

Greta Ferro interpreta Irene Mastrangelo

Al di là dei grandi nomi, o che negli anni successivi lo diventeranno, a un tratto appare Beppe Modenese, che nel 1983 sarebbe stato definitio «Italy’s Prime Minister of Fashion» da Wwd. È lui il vero e primo «stratega del made in Italy», come lo definisce Sofia Gnoli nel suo suo libro “Moda”: «Quest’ultimo, public relation man con una grande esperienza di organizztore di eventi di moda - si legge nel testo - nel 1978 contribuì in maniera determinante alla creazione del Modit, rassegna di pret-a-porter che avrebbe consacrato il capoluogo lombardo come nuovo polo della moda internazionale».

“Made in Italy” non è un capolavoro di originalità cinematografico, ma non perdetelo e siate pronti anche a emozionarvi di fronte a questi primi passi, così coraggiosi e lungimiranti, della moda italiana. Senza rimpianti, senza nostalgie per un tempo che indubbiamente fu e per molti versi non è più. Ma tendendo ben presente, e in questo la scrittura di “Made in Italy” aiuta, quale peculiare energia creativa, scaturita dall’incontro fra idee, innovazione e filiera manifatturiera, ci caratterizza ancora oggi ed è il primo punto di forza di un sistema (quello del tessile-moda) da quasi 67 miliardi di euro.

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