Made in Italy Summit

Le sfide del Pnrr su energia rinnovabile e innovazione. Sace: investimenti +15%

Giornata conclusiva per l'evento di Sole 24 Ore, Financial Times e Sky Tg24. Sace: gli investimenti cresceranno del 15%. A Ferrovie 28 miliardi dal Recovery

7' di lettura

L’ultima giornata dell’edizione 2021 del Made in Italy Summit, organizzata da Sole 24 Ore, Financial Times e Sky Tg24, è tutta dedicata a come i fondi del Recovery europeo possono sostenere l’innovazione, le energie sostenibili, la ricerca e le infrastrutture dell’Italia.

«Negli ultimi cinque anni l’Università si è aperta alle aziende, ma dobbiamo farlo di più verso le Pmi. I fondi del Pnrr serviranno a questo, a favorire i collegamenti tra le università e le imprese», ha detto la ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa. I fondi del Recovery verranno anche utilizzati per facilitare la parità di genere nel mondo accademico: «Tutti i progetti ammessi al Pnrr dovranno rispettare determinati criteri di pari opportunità - ha detto la ministra - oggi in Italia, nel mondo dell’università. abbiamo solo sette rettrici a fronte di 77 rettori. È una percentuale molto simile in tutti i Paesi europei, ma ciò non toglie che dobbiamo fare di più».

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- La diretta della terza giornata

I laureati italiani sono in calo? «Per essere più attrattivi dobbiamo avere a disposizione più fondi per la ricerca - ha detto Messa - a cui i ricercatori possano attingere con continuità. Dobbiamo rendere l’Italia più attrattiva. Inoltre in Italia i salari dopo una laurea sono molto bassi e non tengono conto delle competenze acquisite con la laurea stessa». Quando alla Dad, la ministra è fermamente convinta che sia necessario tornare in presenza, «anche se la Dad resta uno strumento da incentivare per raggiungere chi non può sportarsi per ragioni di salute, per gli studenti lavoratori, per gli scambi internazionali di studenti e per la formazione permanente degli insegnanti».

Il rilancio del Sud

«Per ripartire è fondamentale che il Patto per il Paese comprenda il Sud: se il Mezzogiorno dovesse raggiungere lo stesso slancio che oggi ha per esempio il Veneto, all'estero l’Italia non avrebbe rivali - ha detto Mara Carfagna, ministra per il Sud e la Coesione Territoriale – con i soldi del Pnrr investiremo oltre 14 miliardi di euro lungo tre pilastri: il primo è quello delle infrastrutture materiali e immateriali. Il secondo è quello di valorizzare la posizione del Mezzogiorno come ponte sul Mediterraneo attraverso i porti, gli interporti e le Zes. E il terzo è il fronte del welfare: non possono più esistere cittadini di serie A e serie B. Dobbiamo garantire per esempio asili nido almeno per il 33% dei bambini al Sud, contro il 13% attuale».

«L’Italia sta mostrando una forte capacità di recupero dalla pandemia - ha ricordato Bruno Tabacci, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri -. Per stimolare la ripresa e renderla duratura, il perno è l’innovazione. Il governo destina 15,7 miliardi di euro all’innovazione, cui si aggiungono i 4,5 miliardi dell fondo Innovazione 4.0. Alla governance del piano ci siamo dedicati in particolar modo: l’esperienza dell’uso disinvolto dei fondi strutturali europei non è riproponibile».

La grande spinta dei trasporti

Per rilanciare il Paese, il Recovery Plan assegna a Ferrovie dello Stato ben 28 miliardi: «Vanno spesi entro il 2026 - ha ricordato Luigi Ferraris, Amministratore Delegato Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane - li utilizzeremo per sviluppare l’alta velocità a cominciare dalla linea tra Genova e Milano, che è anche importante per il trasporto merci. Accelereremo i tempi di trasferimento tra il lato del Tirreno e quello dell’Adriatico, potenzieremo i nodi ferroviari metropolitani e, non ultimo, potenzieremo il trasporto regionale. Dobbiamo guardare questa ossatura anche nel collegamento dell’ultimo miglio con porti, interporti e aeroporti». Per quanto riguarda il Sud, molto verrà speso nel rimodernamento delle stazioni: «Valorizzeremo 54 stazioni del Mezzogiorno - ha aggiunto Ferraris - coin un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale degli edifici».

Inghilterra, Germania, Spagna: le prossime mosse di Ferrovie? «Continueremo a crescere in questi Paesi, Germania soprattutto - ha detto Ferraris - ma guardiamo anche al di fuori dell’Europa. Dal punto di vista della riduzione delle emissioni di CO2, invece, stiamo rinnovando la flotta utilizzando materiali riciclabili, mentre in Olanda, usiamo anche autobus a idrogeno. Lavoriamo, infine, per portare il wi-fi non solo sull’alta velocità, ma su tutti i nostri treni».

«Grazie anche ai progetti sulle ferrovie, dei nostri 62 miliardi del Pnrr ne abbiamo già impegnati circa il 75% e nei prossimi giorni arriveremo al 92% - ha ricordato Enrico Giovannini, ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili - per il fondo complementare abbiamo appena rendicontato l’assegnazione dei 10 miliardi di euro di nostra competenza. In tre mesi, credo che abbiamo fatto una corsa straordinaria».

I nodi della transizione energetica

Sulle rinnovabili Edison ha puntato 3 miliardi di investimenti: «L’Italia si è posta obiettivi ambiziosi, ma gli operatori fanno fatica a raggiungere le autorizzazioni per via della lentezza burocratica - ha detto Giovanni Brianza, executive vice president Strategy & Innovation di Edison - l’altro tema che ci sta a cuore è quello delle regole per lo sviluppo di progetti per l’idrogeno verde».

Nelle nuove frontiere dell’energia l’idrogeno rappresenta una grandissima scommessa, «ma per partire è fondamentale che si riduca il suo costo dagli attuali 5 a 2 dollari al chilo, anche grazie all’abbassamento del prezzo delle tecnologie necessarie a produrlo», ha detto Alessandra Pasini, Chief Financial Officer e Chief International & Business Development Officer di Snam.

L’Italia sull’idrogeno ha una strategia al 2030: «Siamo ben posizionati geograficamente vicino a territori che possono sviluppare queste fonti energetiche, abbiamo anche infrastrutture di stoccaggio e di trasporto elevate e abbiamo aziende energetiche di primo piano per farlo». Per allinearsi al resto dell’Europa sul fronte dell’idrogeno, però, «l’Italia deve alleggerire la burocrazia e avere dietro un sistema di incentivi da parte del Sistema Paese», ha aggiunto Laura Alice Villani, managing director & partner di Boston Consulting Group.

«Le infrastrutture energetiche sono fondamentali se si vuole procedere nel percorso di transizione energetica - ha detto Massimo Battaini, Chief Operating Officer di Prysmian Group - l’energia eolica, per esempio, sta crescendo rapidamente, ma è necessario che le infrastrutture di rete stiano dietro a questi ritmi. Noi stiamo per esempio producendo cavi con lunghezza sempre maggiore per posizionarli su fondali sempre più profondi e avere capacità sempre più alta».

A Catania, invece, Enel sta realizzando uno degli impianti più innovativi al mondo per la produzione di pannelli solari: «Il fotovoltaico è quello che crescerà di più tra le rinnovabili - ha detto Salvatore Bernabei, Ceo di Enel Green Power e direttore Global Power Generation di Enel - ma non c’è dicotomia con l’agricoltura: se anche volessimo realizzare tutto il piano nazionale delle rinnovabili con il fotovoltaico, occuperemmo al massimo lo 0,5% del territorio italiano. I campi coltivabili non ne risentirebbero. In Sicilia oggi abbiamo la leadership tecnologica, ma non abbiamo ancora l’economia di scala necessaria. Ci stiamo lavorando».

Unicredit cerca di agevolare questa transizione verde con gli strumenti della finanza sostenibile: «Nel settore delle rinnovabili abbiamo un'esposizione di 6 miliardi di euro e sul mercato abbiamo raccolto 55 miliardi di euro con l’emissione di gree bond - ha ricordato Alfredo De Falco, Deputy Head of CIB e Head of CIB Italy UniCredit - oggi siamo terzi in Europa nelle classifiche di finanziamenti sostenibili».

L’innovazione industriale

«La nostra economia è in ripresa, quest’ano cresceremo del 6% e anche gli investimenti dovrebbero crescere del 15%, superando la perdita dello scorso anno - ha detto Pierfrancesco Latini, amministratore delegato di Sace - e questo evidenzia il clima di fiducia di cui sta godendo il nostro Paese. Anche l’export chiuderà l’anno con una crescita a doppia cifra, pari al 11,3%. La spesa italiana in R&D era 26 miliardi fino a prima della crisi: siamo sotto la media europea, dobbiamo fare di più per l’innovazione». Dall’inizio della pandemia a oggi, la Sace ha mobilitato risorse per 67 miliardi di euro: «Le garanzie di Sace potranno essere utilizzate a integrazione delle risorse pubbliche e private», ha ricordato Latini.

«L’Italia è ai primi posti nella capacità di innovare, soprattutto in alcune nicchie di business - ha ricordato Luca Manzoni, responsabile corporate Banco BPM - per accompagnare le imprese, nonostante il Pnrr le banche restano il più importante sistema di supporto finanziario. Le aziende italiane, per esempio, devono poter andare a comprare tecnologie innovative in giro per il mondo tramite operazioni di M&A».

«Anche le piccole e medie imprese possono fare innovazione, facendo rete oppure partecipando ai centri di ricerca», ha detto Gianna Martinengo, presidente e fondatrice di Women&Tech . Da tempo la sua associzione di batte per la parità di genere: «L’uguaglianza è ancora lontana ma le competenze no, sono le stesse», ha detto Martinengo.

«Negli ultimi 18 mesi abbiamo visto una ripartenza, più che una ripresa economica - ha detto Bruno Rovelli, Chief Investment Strategist BlackRock Italy - per far ripartire l’economia l’innovazione è stata fondamentale, così come la disponibilità di finanziamenti per sostenerla. Paradossalemnte, l’inflazione è la dimostrazione di questo successo. Le catene produttive globali ora si stanno regionalizzando, tra Usa da una parte e Cina dall’altra l’Europa deve trovare il proprio ruolo».

Le start-up che resistono

Un’idea di successo non basta, per creare un’azienda vincente: serve un team che funziona, finanziatori presenti e una giusta comprensione di cosa vuole il cliente. Insomma, serve tempo: per Thomas Eisenmann, che insegna Entrepreneurship all’Harvard Business School, è questa la chiave del successo delle start-up.

«Due su tre aziende, poi, non riescono ad ottenere ritorno sugli investimenti iniziali - ha ricordato il professor Eisenmann - usa, Gran Bretagna e Germania sono un pessimo posto dove fallire, così come il Giappone: il peso sulle spalle degli imprenditori è troppo alto in questi Paesi». In Italia, per migliorare la cultura imprenditoriale, «il Governo dovrebbe sostenere di più le università, in modo da trasformare un laboratorio in una start-up e un professore in un imprenditore - sostiene Eisenmann - dalla moda al design industriale Milano per esempio ha molto da dire, e potrebbe diventare una capitale europea di questo».

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