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Madri “contro”: la rivoluzione silenziosa delle donne contro le ’ndrine

E se a provocare l’implosione dall’interno di una organizzazione criminale fosse ciò che ne costituisce la sua stessa forza? Ovvero la famiglia grazie alla ribellione delle donne? Delle madri e delle figlie. Di questo scrive magistralmente Dina Lauricella nel saggio da poco in libreria dal titolo “Il codice del disonore - Donne che fanno tremare la ’Ndrangheta”

di Serena Uccello


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4' di lettura

Giuseppina e Giusi, Maria Concetta e Simona. A loro in qualche caso un trafiletto, una citazione, un riferimento. In altri centinaia di pagine, ordinanze o articoli, saggi. Negli ultimi anni, possiamo dire negli ultimi dieci anni, in Calabria, dentro la ’ndrangheta - che ricordiamo è l’organizzazione criminale italiana più pericolosa e ricca e potente - è cambiato qualcosa. Una rivoluzione, decisamente sottotraccia, in qualche caso ignorata scientemente in altri enfatizzata a sproposito: di fatto il primo vero segno di vulnerabilità dell’organizzazione.

La “famiglia” che, come in tutte le organizzazioni criminali, anche nel caso della ’ndrangheta è punto di forza, cemento e fondamenta, si scopre il luogo della ribellione, della sovversione. A muoverla le donne, che da custodi delle “non-cultura” mafiosa, diventano forza disgregante. E se l’azione delle madri un tempo è stata di straordinaria efficacia nel trasferimento della mentalità dai padri ai figli, nella trasmissione di una sorta di pedagogia del male, ora la medesima azione può sancire lo strappo, sentenziare l’orrore di quella pedagogia e quindi strappare alla ’ndrangheta il suo maggior capitale, ovvero i figli e la successione generazionale.

Questo processo complesso e pieno di sfumature e ottimamente ricostruito nel bel libro di Dina Lauricella, dal titolo Il codice del disonore - Donne che fanno tremare la ’ndrangheta, da qualche settimana in libreria per Einaudi. Dina Lauricella, che è una giornalista di grande esperienza, conosce benissimo la materia di cui tratta e questo è evidente nella cura del suo racconto e nella limpidezza della sua scrittura. Ora vi risparmiamo la frase “è un saggio ma si legge come un romanzo”, ma queste pagine hanno il ritmo tipico della fiction, la capacità delle narrazioni meglio riuscire di avvolgere i pensieri, staccare dalla realtà, far entrare con la “pancia” dentro una storia.

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Lauricella ad esempio è giustamente misurata nella spiegazione - necessaria - su cosa sia la ’ndrangheta, va infatti subito a fuoco nello spiegarne il ruolo economico e nel tracciare i contorni della sua mistificazione sociale e culturale. Il cuore pulsante del libro però sono le storie delle donne che hanno avuto il coraggio di agire la ribellione. Quello di Lauricella è un reportage che riesce ad affiancare la precisione della documentazione al coinvolgimento emotivo. Lo “specchio” di Lauricella è Alba, l’unica di queste donne di cui per evidenti ragioni Lauricella sceglie di camuffarne il nome. Lauricella diventa così Dina, la giornalista cioè a cui viene affidato un messaggio o meglio una richiesta diventa la donna che vuole capire chi sia, cosa sia Alba. Prima la aspetta, la studia grazie alle carte ricevute dal magistrato che ne ha raccolto le dichiarazioni, poi si avvicina al suo mondo. Ed è a questo punto che “Dina” torna “Lauricella” che per conoscere appunto il mondo di Alba cerca riferimenti, va nei luoghi, incontra testimonia, cerca i documenti.

    «Qui ci interessa esaminare il concetto di libero arbitrio, del tutto sconosciuto alla ’ndrangheta. Un codice comportamentale, un sistema pedagogico, che svuota il senso dell’”individualità” al fine di nutrire solo e sempre i “valori della Santa”. Le inchieste giudiziarie sono solo lo sfondo delle singole storie raccontate, l’obiettivo è esplorare soprattutto la cultura domestica della mafia calabrese di oggi. Cosa avviene fra le mura di una famiglia di ’ndrangheta? Quali sono i rapporti e i valori di riferimenti di un nucleo di consaguinei che, come abbiamo già notato, prima ancora di sentirsi famiglia sono un’associazione criminale? Nutrire l’individuo, dotarlo di armi culturali, metterlo nelle condizioni di “scegliere» è il lavoro pionieristico che da quasi quattro anni sta portando aventi il Tribunale dei minori di Reggio Calabria, per fronteggiare la ’ndrangheta», scrive.

    Così Lauricella va a Reggio Calabria per raccontare l’esperienza di “Liberi di scegliere”, esperienza voluta dal presidente del Tribunale dei Minori Roberto di Bella , che in questi anni ha visto l’allontanamento dei figli minori dalle famiglie affiliate e, sempre più spesso, su richiesta della madri. Per salvarli certo da un destino di morte, ma anche per lasciare loro intravedete la possibilità di una vita diversa.

    Fino al giorno in cui arriva la prima telefonata di Alba: Lauricella torna Dina, la donna che ascolta l’altra donna. Ne intuisce le fragilità (il rapporto controverso di Alba con la figlia che fatica ad accettare la sua scelta di collaborare con la giustizia) e soprattutto l’ambiguità. Allora cerca di capire, Dina, quanto questa ambiguità sia propria di Alba e quanto della cultura a cui appartiene . Una sorta di deformazione, di tensione all’essere sfuggente.

    Dina insegue Alba. Alba cerca Dina e poi fugge. E in questa rincorsa, che dura circa tre anni e che avrà un esito tanto sorprendente quanto inevitabile (forse), Lauricella ci racconta di Maria Stefanelli e con lei della vita di una donna di ’ndrangheta in un contesto territoriale che non è la Calabria ma la Liguria (nulla cambia, tuttavia): le violenza subite, la sopraffazione, la limitazione della libertà, la segregazione, e poi la lotta per la libertà.

    E poi della morte. Tra tutta la più drammatica, quella di Maria Concetta Cacciola. E la storia di Giuseppina Multari che entra per amore in una famiglia di ’ndrangheta e poi capisce l’errore. Un errore che consterà la vita del fratello. E il matricidio di Franca Bellocco: il figlio che uccide la madre. E la storia di Simona Napoli, per il suo amore “sbagliato” , l’uomo di cui si è innamorata, ricambiata, perderà - lui che non appartiene alle ’ndrine - la vita.

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