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Mafia, ex amministratori «compiacenti» non più eleggibili

L’ex sindaco e gli assessori di un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose possono essere incandidabili anche in assenza di condanne penali

di Patrizia Maciocchi


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Corte di Cassazione

2' di lettura

Per far scattare l’incandidabilità a carico di sindaci e assessori di un Comune sciolto per mafia, non serve verificare che questi abbiano commesso degli illeciti penali, basta che siano stati “compiacenti” con i boss locali senza mai dissociarsi. La Cassazione (sentenza 28259) ricorda infatti che la misura, non di tipo penale, ha lo scopo di ristabilire la fiducia tra cittadini e istituzioni: un passo indispensabile perché gli enti locali possano svolgere correttamente i loro compiti.

Con queste motivazioni, la Suprema corte respinge i ricorsi dell’ex sindaco e di alcuni assessori di un comune calabrese sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2017. Per gli ex componenti del Consiglio comunale, con la dichiarazione di non candidabilità per le nuove elezioni locali, pronunciata nei loro confronti, in assenza di condanne in sede penale, era stato violato il diritto fondamentale all’elettorato.

Secondo la difesa i giudici avrebbero sottovalutato la portata afflittiva della misura adottata, ricondotta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel concetto di sanzione penale. In più, si sarebbe messo in atto una sorta di automatismo, facendo coincidere la “sanzione” con lo scioglimento del consiglio comunale.

La compiacenza degli amministratori
La Cassazione respinge il ricorso e nega l’automatismo: c’erano elementi per parlare di cattiva gestione della cosa pubblica. La scelta di smantellare l’amministrazione era arrivata nell’ambito di un’operazione che aveva portato la direzione distrettuale antimafia a fare 68 arresti e ad emettere provvedimenti cautelari nei confronti di molti esponenti della cosca di ’ndrangheta che faceva capo alla storica e potente famiglia Arena.

In questo contesto c’erano stati anche dei controlli sul Comune. Indagini che hanno portato alla luce una mala gestio, in particolare nel settore degli appalti, con gare aggiudicate sempre alle stese ditte, grazie anche poco trasparenti giochi al ribasso. Amministratori passivi anche per quanto riguardava la gestione dei beni confiscati alla mafia.

La processione con i boss locali
I membri del consiglio non facevano, infatti, troppa attenzione alla titolarità dei possedimenti, tanto che gli Arena continuavano a utilizzare i beni confiscati «con larga acquiescenza dell’apparato comunale».

Un quadro dal quale erano emerse «criticità ammnistrative determinanti ai fini del collegamento amministratori, attività amministrativa e connotazioni mafiose».

Che i rapporti con la cosca fossero buoni è dimostrato anche da una processione mare , dove su un gommone, accanto al quadro della Madonna della Misericordia, c’era un assessore in “compagnia” di un esponente di un boss della famiglia Arena.

Per i giudici è abbastanza per evitare, nell’interesse dei cittadini, che gli stessi amministratori si trovino di nuovo a gestire la cosa pubblica.

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