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Mafia, i palermitani alla conquista del Nord: allarme sanità

Operazione antimafia: 91 arresti in tutta Italia. La famiglia Fontana aveva delocalizzato le attività imprenditoriali. Gli inquirenti: «La pandemia opportunità per i clan»

di Nino Amadore

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Nel fermo immagine del video diffuso il 12 maggio 2020, un momento dell'operazione che ha consentito alla Guardia di Finanza di Palermo di arrestare 91 tra boss, gregari, estortori e prestanomi di due storici clan palermitani (Ansa)

Operazione antimafia: 91 arresti in tutta Italia. La famiglia Fontana aveva delocalizzato le attività imprenditoriali. Gli inquirenti: «La pandemia opportunità per i clan»


4' di lettura

Controllo delle attività imprenditoriali a Palermo e iniziative aziendali vecchie e nuove sulla piazza di Milano. E la capacità di approfittare della pandemia per investire ingenti risorse in nuove attività, soprattutto nell’ambito della sanità.

È una mafia palermitana molto attiva sul fronte imprenditoriale quella che emerge dall’operazione giudiziaria che ha portato in carcere 91 soggetti tra la Sicilia e il Nord del Paese e sequestrato un patrimonio immobiliare e mobiliare del valore di circa 15 milioni. Ma soprattutto una mafia che mostra di avere gli strumenti per poter cogliere le opportunità che si presenteranno “grazie” al lockdown e alla crisi che ha provocato. Al centro di tutto la famiglia Fontana dell’Acquasanta, clan storico di Cosa nostra palermitana descritta dal pentito Tommaso Buscetta come una delle più pericolose, e in particolare i tre rampolli del boss defunto: i fratelli Angelo, Giovanni e Gaetano Fontana «sono, da tempo, insediati nella realtà del capoluogo lombardo - scrivono gli inquirenti - dove praticano forme di riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti, conseguiti con le estorsioni, il traffico di stupefacenti e il controllo del gioco d’azzardo».

L’assistenza mafiosa ai tempi del Covid-19

L’epidemia da Covid-19 sembra essere per la cosca un incredibile opportunità per accrescere il consenso sociale e continuare a fare a affari. Sul fronte del consenso sociale gli esponenti del clan hanno dimostrato di essere in grado di mettere in campo forme di “assistenza interessata”, attraverso una rete collaudata di complici: «È emerso - scrive il Gip Piergiorgio Morosini nell’ordinanza di custodia cautelare - come i gestori di un supermercato si siano prestati a sovvenzionare la consorteria attraverso la vendita a credito di prodotti di consumo a persone segnalate dal sodalizio, per poi essere pagati con fondi provenienti dalla società cooperativa Spa.Ve.Sa.Na., società operante presso i Cantieri navali sotto il pieno controllo della famiglia Fontana. Disponendo di ingente liquidità e di complici commercianti, i componenti della famiglia mafiosa e i loro fiancheggiatori sarebbero in grado di soccorrere tanti lavoratori “in nero”, privi di fonti di reddito e difficilmente raggiungibili da ogni forma di sostegno alternativo da parte dello Stato (per esempio i buoni alimentari)».

La rete di potere della famiglia Fontana

Dalle indagini condotte dal Nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza di Palermo e coordinate dalla Procura antimafia del capoluogo siciliano guidata da Francesco Lo Voi emerge uno spaccato di continua infiltrazione nel sistema imprenditoriale siciliano da parte della famiglia mafiosa dell’Acquasanta e dell’Arenella ma anche una stabile presenza a Milano dove la famiglia aveva delocalizzato le attività. Per gli inquirenti il ruolo di vertice sarebbe stato ricoperto da Gaetano Fontana, scarcerato nel 2017 dopo aver scontato la pena. Ora sono stati arrestati anche i fratelli: Giovanni, un lungo elenco di precedenti per ricettazione, omicidio, porto abusivo di armi e resistenza a pubblico ufficiale, e Angelo, dal 2012 sottoposto all’obbligo di soggiorno a Milano. I Fontana gestivano le imprese che operano nella cantieristica navale, nella produzione e commercializzazione di caffè, e avrebbero il controllo di decine di supermercati, bar e macellerie e del mercato ortofrutticolo, delle scommesse on-line e delle slot machine. Personaggio di rilievo dell’indagine è Giovanni Ferrante, braccio operativo del clan Fontana: Ferrante, già condannato per mafia nel 2016 e poi ammesso in prova ai servizi sociali, usava attività commerciali del quartiere per riciclare i soldi sporchi, ordinava estorsioni e imponeva l’acquisto di materie prime e generi di consumo scelti dall’organizzazione. Altro personaggio di spicco è Domenico Passarello, cui era stata delegata la gestione dei giochi e delle scommesse a distanza, del traffico di stupefacenti, della gestione della cassa e della successiva consegna del denaro ai vertici della famiglia per versamento nella cassa comune. «La volontà di impadronirsi delle attività del territorio o di addomesticarle ai propri desiderata, attraverso l'intimidazione, l’imposizione di prodotti o la cogestione, è emersa nel settore del commercio di prodotti agro-alimentari, nell’ambito del mercato ortofrutticolo, nella torrefazione e nella vendita del caffè, nelle agenzie di scommesse e gioco d’azzardo, nelle attività collegate ai cantieri navali» scrive il Gip.

Le infiltrazioni mafiose al Nord: allarme sanità

Morosini mette in guardia sulle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata in tempi di crisi da pandemia focalizzandosi soprattutto sull’attività mafiosa al Nord. «In passato i settori tradizionalmente colpiti al centro-nord dal “contagio mafioso” sono stati il ciclo dell’edilizia e del cemento, nonché lo smaltimento dei rifiuti e la filiera del turismo - scrive il Gip -. La crisi determinata dal coronavirus, potrebbe portare certi gruppi criminali particolarmente duttili ad esplorare anche comparti meno battuti che possono ora diventare molto redditizi, quali ad esempio la sanità, peraltro già interessata in Lombardia da indagini giudiziarie. «È prevedibile - insiste il Gip - che, nelle prossime settimane, certi “avamposti criminali” apriranno la caccia alle tante aziende in stato di necessità anche nel nord dell’Italia, dal momento che non è previsto un ritorno alla normalità in tempi brevi».

Colletti bianchi e prestanome, gli affari silenziosi del clan a Milano

I fratelli Fontana sono, da tempo, insediati nella realtà del capoluogo lombardo dove praticano forme di riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti, conseguiti con le estorsioni, il traffico di stupefacenti e il controllo del gioco d’azzardo: anche il clan dell’Acquasanta sta delocalizzando le sue attività al nord, grazie ad una rete di complici su quei territori e ai patrimoni accumulati. «Tali affari, peraltro, vengono realizzati senza intimidazioni, con una contaminazione silente ma non meno insidiosa per il tessuto connettivo dell’economia nazionale, in termini di alterazione della libera concorrenza, indebolimento delle tutele per i lavoratori ed esposizione delle istituzioni alla corruzione.A Milano la famiglia Fontana ha saputo sviluppare, innanzitutto, una fiorente attività imprenditoriale nel settore del commercio di orologi di lusso, attraverso società – gestite direttamente, in Italia, o per interposta persona, all’estero, – fondamentale strumento per ripulire e far transitare l’enorme quantitativo di denaro contante frutto dell’esercizio del potere mafioso, ancora una volta con l’ausilio di compiacenti soggetti a disposizione, tra cui il commercialista milanese Paolo Attilio Remo Cotini». A Milano i Fontana possono contare, sostengono gli inquirenti, su una rete collaudata di prestanome e imprenditori: ne è la prova l’operazione di delocalizzazione delle attività di produzione e commercio del caffè, con un trasferimento delle aziende da Palermo a Milano, che ha coinvolto le complicità di alcuni imprenditori lombardi . E sarebbe chiara l’esistenza di collaudati presidi in una realtà del nord Italia spesso costruiti con dei prestanome.

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