Mafia dei pascoli

Mafia dei pascoli, Antoci: «Maxiprocesso Nebrodi, lezione a chi ha tentato di fermarmi»

L’ex presidente del Parco dei Nebrodi martedì sarà presente a Messina dove si apre il dibattimento: «Li guarderò negli occhi, uno per uno», dice

di Nino Amadore

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(Agf)

5' di lettura

Giuseppe Antoci è un uomo che piange. L’ex presidente del Parco dei Nebrodi oggi presidente onorario della Fondazione Caponnetto, finito nel mirino delle cosche mafiose per la sua attività di contrasto all’infiltrazione criminale in agricoltura, e scampato a un attentato nel maggio del 2016, scopre la sua fragilità: non è paura ma commozione. Avviene, soprattutto, quando parla della moglie e delle figlie e della sua vita blindata da quasi cinque anni. Intercettazioni ed evidenze investigative hanno rivelato che la mafia delle campagne lo odia e si tratta di quella mafia delle campagne con ramificazioni di vario tipo nella politica, tra i colletti bianchi, in certi enti di assistenza. Quella stessa mafia che martedì, a Messina, siederà sui banchi degli imputati in quello che è stato definito un maxiprocesso. Un centinaio di persone alla sbarra: furono 94 gli arrestati nell’operazione Nebrodi voluta dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina guidata da Maurizio De Lucia e condotta dai carabinieri a gennaio dell’anno scorso: «Sarò in aula - dice Antoci - li voglio guardare in faccia, uno per uno».

Processo che è una tappa importante di un percorso avviato con il cosiddetto protocollo Antoci che ha messo paletti ben precisi per evitare infiltrazioni mafiose in agricoltura da parte di quella che ormai è nota in tutto il mondo come mafia dei pascoli. «Da questo processo mi aspetto che venga colpito un sistema che è stato dimostrato rappresenta il mutamento della mafia. Questa inchiesta ha dimostrato che la mafia ha cambiato pelle, i clan hanno smesso di litigare tra loro, hanno capito che non era più il caso di rischiare con le rapine, chiedendo il pizzo come si sente in alcune intercettazioni. Non era il caso di rischiare perchè i soldi, milioni di euro, nei conti correnti di importanti famiglie mafiose arrivavano lo stesso. Questa inchiesta ha affermato e fotografato una cosa che noi avevamo percepito ma non avevamo la certezza anche se avevamo dei segnali: noi abbiamo tentato di arginare quei segnali e poi a poco a poco abbiamo capito. Mi aspetto dunque da questo processo che possa servire definitivamente da esempio per tutte quelle altre attività che anche in altre regioni stanno portando avanti in questo settore».

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Martedì, dunque, sarà presente all’apertura del processo.

Certo, ci sarò e li guarderò negli occhi uno per uno, tutti e 111 gli imputati e farò loro capire che io non abbasserò mai gli occhi. Sono loro che devono abbassare gli occhi davanti a chi fa il proprio dovere e davanti allo Stato. Sarò lì non perché sono un uomo coraggioso ma perché il mio coraggio e la mia forza vengono dallo Stato che io ho sentito al mio fianco. 

Dalle carte dell’inchiesta Nebrodi sono emersi diversi livelli: c’è il dato criminale, quello dei colletti bianchi, la politica. Un’area vasta di consenso attorno agli affari mafiosi. In questi anni cosa è mancato? C’è stato un risveglio vero oppure no?

Noi dobbiamo partire da un dato: questa è una vicenda che dura da tantissimi anni. E in questa vicenda il protagonista è il silenzio. È un sistema oliato all’interno del quale c’erano dentro tutti. Era solo un problema di paura? Sicuramente sì visto il numero di omicidi rimasti senza colpevole. Il silenzio può avere solo due giustificazioni: la paura o la connivenza. La paura potrei anche capirla, non la giustifico ma la capisco. La connivenza no: c’erano colletti bianchi che prestavano le password per le pratiche per accedere ai fondi europei per l’agricoltura, migliaia di fascicoli aziendali e non solo in questa inchiesta di persone che erano stati al 41 bis e che autocertificavano di essere in regola con le norme antimafia. Il consenso quanto ha giocato? Probabilmente ha giocato anche quello, probabilmente parte della politica sapeva e non ha agito. Ma è chiaro che la lotta alla mafia non crea consenso. La marea di interdittive antimafia dimostra che molti dei fondi europei andavano ai mafiosi. Nessuno lo sapeva? Vogliamo pensare che in un piccolo comune non si sappia che il tale con cartellina con autocertificazioni antimafia abbia fatto anche dieci anni di carcere per mafia? Ecco perché il protagonista è stato il silenzio. Un silenzio che io non ho voluto accettare e quando ho capito dove avevo messo le mani ho deciso di gridare a voce alta che questa è una delle vicende più buie e vergognose per questa terra. Da una parte si commemoravano le vittime delle stragi e dall’altro si consentiva che fondi pubblici andassero magari a quelle persone che hanno armato gli stragisti.

La questione però non è solo siciliana. Che bilancio si può fare dell’applicazione del cosiddetto protocollo Antoci e della successiva legge?

Intanto l’applicazione all’interno di Agea, anche grazie a una convenzione con il ministero dell’Interno, ha consentito di velocizzare gli scambi di informazioni antimafia e sono state bloccate parecchie operazioni. Il protocollo ha creato un effetto: il tentativo di aggirare la norma e lo si è visto nelle inchieste di molte procure come quella di Caltanissetta.  E abbiamo visto quanta influenza ha avuto in Abruzzo piuttosto che in Calabria. Oggi il fatto nuovo è che quando tentano di aggirare la norma vengono bloccati. 

Quest’anno ricorre il quinto anniversario dell’attentato nei suoi confronti. Che idea si è fatto in questi anni della politica regionale?

Io parto dal dato delle competenze. Ognuno deve rimanere nell’ambito delle proprie competenze. La cosa che mi ha lasciato più perplesso in questi anni è che mi sarei aspettato che qualcuno andasse a vedere all’interno della macchina regionale chi faceva passare pratiche di esponenti di spicco di famiglie mafiose ed erogazioni di fondi europei. Ricordiamoci che è proprio competenza della commissione antimafia regionale di fare queste verifiche e non di andarsi a sovrapporre senza averne gli strumenti ad altri. Ognuno deve fare il proprio lavoro. Oggi sarebbe facile entrare in questo sistema, sarebbe stato utile se questo fosse stato fatto prima. Non è stato fatto ma è stato fatto dalla magistratura che ha messo i puntini sulle ì su tutta una serie di vicende. Il 18 di maggio ricorrono i 5 anni dall’attentato e i magistrati scrivono che i mafiosi volevano fermarmi quella notte perché non volevano che accadesse quello che poi è accaduto, non volevano che qualcuno gli mettesse le mani in tasca. Volevano fermarci e oggi è chiaro ed evidente perché.

Nell’audizione in commissione nazionale Antimafia ha detto: «Scusate se non sono morto». Il tema sembra essere questo: invece di indagare sui criminali si indaga sulla vittima. Ha avuto questa sensazione?

Oggi sorrido davanti a questa vicenda perché imbarazza chi l’ha ideata. Qualcuno mi ha detto: tu pensavi di rimanere fuori dalla macchina del fango? Ricordiamoci che in altre vicende ci sono i mafiosi che inquinano volontariamente, che dicono che i candelotti all’Addaura se li è messi lui, vengono trovati nelle carte d’indagine sul mio attentato, identiche, spesso uguali. La storia che si ripete. Ma questa volta interviene lo Stato e questo Stato risponde con le carte, le indagini e mette all’angolo chi ha tentato di fare sempre il solito gioco.  Ho sentito al mio fianco il presidente Sergio Mattarella e quella frase «Vai avanti» mi ha dato una forza enorme e mi ha dato la forza di combattere quando qualcuno si aspettava che gettassi la spugna. Questo Stato che mi ha abbracciato nelle sue varie forme e ha messo all’angolo coloro che hanno tentato di fermarmi quella notte e anche dopo. Nell’aula bunker vedrò un pezzo della mia vita: questa cosa nasce perché abbiamo acceso dei fari, abbiamo fatto una norma e loro hanno tentato di aggirala. E per quello dovevo morire e invece sono là, sono vivo e li guarderò negli occhi.

A che punto sono le indagini sull’attentato. Ci sono novità, avete notizie?

Quella è una vicenda che io non considero chiusa, ci sono elementi indiziari fortissimi, ed è anche chiaro che, come dice la magistratura, per andare a processo occorrono prove forti. Io sogno spesso. Due sogni mi accompagnano: uno è quello che riguarda la notte dell’attentato; l’altro è invece bello: una telefonata che mi arriva alle prime luci dell’alba e mi dice «Li abbiamo presi». (piange ndr)Io li vado a vedere: li devo vedere e loro mi devono vedere vivo. E devono capire che anche grazie al mio piccolo lavoro loro sono lì, dietro le sbarre per essere giudicati dallo Stato.

Lo Stato ha vinto, intanto.

Scusami ma non potrò più essere la stessa persona che ero. Non lo potrò più essere. E non è giusto: ho fatto solo il mio dovere. Quando si parla di queste cose non riesco a distaccarmi.

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