L’inchiesta

Mafia, soldi e Caravaggio: storia (non) semplice del furto della «Natività»

L’opera di Michelangelo Merisi fu trafugata dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo nel 1969. Passò per le mani di Cosa Nostra, rischiò di essere bruciata, forse ha varcato il confine. Un complicato intrigo mai chiarito fino in fondo

di Gabriele Cruciata e Davide Lorenzano


Caravaggio, il sacerdote e la lettera della mafia

8' di lettura

A Sciacca, in provincia di Agrigento, c’è un uomo che possiede un dipinto rubato a Palermo e mai più ritrovato. È la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio. In verità, ne possiede una copia perfettamente fedele all’originale. Il suo nome è Calogero Termine ed è ritenuto il più abile e stimato copista vivente di Caravaggio al mondo. La pala campeggia maestosa all’ingresso dell’abitazione. È in dimensioni naturali: tre metri per due all’incirca.

«Per riprodurre un’opera in maniera tale che alla gente non sembri una copia, occorre un’interazione quasi sovrannaturale con l’autore originale che quasi non so spiegare», racconta l’artista, che nel 2010 vi ha trascorso tre mesi nella lavorazione. «Ho molta paura di sapere cosa abbia dovuto passare quella vera», dice accomodandosi su una sedia di legno, al centro del suo laboratorio.

La tela originale fu trafugata nella notte di pioggia tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo, nel cuore di Palermo. Testimoni riferirono che a rubarla furono alcuni uomini incappucciati fuggiti a bordo di un furgone.

Da quel momento le indagini si susseguirono in modo «frenetico e disomogeneo», come ha osservato la Commissione Parlamentare Antimafia, e senza risultati concreti. L’Fbi ha inserito la Natività nella lista dei furti d’arte più clamorosi di sempre, con un valore di mercato che gravita intorno ai 30 milioni di euro.

La «Natività» rubata di Caravaggio: l’originale e la copia

La «Natività» rubata di Caravaggio: l’originale e la copia

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Una storia (non molto) semplice
La Natività di Termine è stata utilizzata come copertina di un importante report del maggio 2018 redatto dalla Commissione Antimafia, allora presieduta da Rosy Bindi. Il testo – il cui capitolo conclusivo è intitolato Una storia semplice in riferimento all’ultimo romanzo di Leonardo Sciascia – è il risultato di un’indagine condotta dalla Commissione con l’obiettivo di ricostruire le vicende attorno al furto della Natività.

Uno dei pentiti più rilevanti tra quelli ascoltati dalla Commissione è Gaetano Grado, arrestato nel 1989 dopo aver preso parte alla sanguinosa strage di viale Lazio. Oggi è un uomo libero e vive sotto altra identità.

Grado ha riferito alla Commissione che quando avvenne il furto, nell’ottobre del 1969, egli aveva il ruolo di mantenere l’ordine tra le strade di Palermo per conto del capo-mandamento Stefano Bontate.

E questo nonostante fosse latitante: «Siccome avevamo deciso che nel centro di Palermo non ci dovevano essere più famiglie mafiose, io allora avevo il compito di tenere ordine nella città, e da latitante io giravo tranquillamente come tutti i latitanti, non c’era problema.

Io avevo il compito di scendere tutte le mattine nel mercato della Vucciria, per avere notizie di sopravvissuti della città, delle famiglie mafiose di Palermo. Tutte le mattine loro avevano il compito di venire da me a rapportarmi tutto quello che succedeva: dalla piccola cosa, dal ladro, al rapinatore o altri fatti di sangue, per riferirmi tutto».

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Il pentito ha raccontato poi di esser stato avvicinato dal boss Gaetano Badalamenti pochi giorni dopo il furto: «Passa Gaetano Badalamenti da questa mia proprietà e mi fa: “Tanino, tu che scendi a Palermo vedi di interessarti a “’U Caravaggiu”, dice che hanno rubato ’sto quadro che ho sentito che ha un valore inestimabile”.

Mi dice: “Vedi tu che sei addetto a tenere ordine nel centro di Palermo, conosci tutti i ladri, conosci i rapinatori, le disgrazie e le carcerazioni...”. Io conoscevo quasi tutto e mi rispettavano tutti quando io chiedevo qualcosa; se succedeva qualcosa, me lo facevano sapere. Ho detto: “Va bene Tanì, ora te lo faccio sapere”». Dopo una breve ricerca, Grado avrebbe appreso che i ladri sarebbero stati alcuni ragazzi bisognosi, a cui Cosa Nostra avrebbe ceduto “quattro o cinque milioni” in cambio della tela, che era custodita in una casa diroccata di un “quartiere malfamato” di Palermo.

Grado afferma dunque davanti alla Commissione Antimafia che Cosa Nostra non fu mandante del furto, ma riuscì a mettere le mani sulla tela nelle ore immediatamente successive. Da qui la conclusione Una storia semplice. Ma non tutti concordano con questa versione.

Il Sole 24 Ore ha parlato con Calogero Mannino, ex ministro della Democrazia Cristiana, coinvolto in procedimenti tra cui concorso esterno in associazione mafiosa e trattativa Stato-mafia e uscitone sempre completamente assolto. Al tempo Mannino era un giovane politico in cerca di una carriera a Palermo.

«L’ultima volta che vidi la Natività, mi chiesi perché non venisse custodita alla Galleria della città», ha rammentato Mannino. «Pochissimi palermitani sapevano che quel quadro fosse un Caravaggio, ecco perché secondo me ci fu un preciso committente. Una cosa del genere non si andava a rubare se il capo del quartiere non lo sapeva, in special modo in un quartiere a cavallo tra Ballarò e la Vucciria, dove il controllo del dominus era assoluto».

La scarsa attenzione riservata alla Natività originale sembra anche essere dimostrata – oltre che da una recente inchiesta del Guardian – da un esclusivo documento fotografico rinvenuto dal Sole 24 Ore all’interno dell’Archivio fotografico dell'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro.

La fotografia rappresenta il dipinto nel 1952, in occasione di una mostra sul restauro allestita nell’Oratorio di San Lorenzo al ritorno a Palermo della Natività dopo un periodo di esposizione al Palazzo Reale di Milano. La ricezione della tela è certificata da una lettera della Soprintendenza del 24 marzo del 1952.

Al ritorno nell'Oratorio, la tela non fu però subito riposta nella cornice in stucco sull'altare, ma “posata” su un ripiano, senza protezione e senza paletti di delimitazione, in una mostra fotografica proprio incentrata sul restauro. Quella rinvenuta dal Sole 24 Ore è probabilmente la foto alla tela originale più antica mai trovata.

Acquirenti o mandanti?
«Con Michelangelo Merisi condivido l’inquietudine, senza cui non ci si pone domande né sull’uomo né sulla sua natura, necessarie in questo mestiere. Ma condivido anche la passione per il vino e le donne».

Appare un sorriso malizioso sul volto di Calogero Termine, mentre raccoglie i suoi lunghi capelli neri in una coda. Ci racconta che l’idea che la tela originale sia stata danneggiata, logorata o addirittura distrutta gli provoca un disturbo del sonno. «Vorrei capire cosa le è successo», dice camminando nel suo studio.

E in effetti un aspetto interessante sollevato dal report della Commissione è la gestione della tela da parte di Cosa nostra. Poco dopo il furto, la Natività sarebbe arrivata a Stefano Bontate e – nel giro di pochi giorni – al boss Gaetano Badalamenti, che la portò a Cinisi, dove abitava.

Secondo quanto spiegato da Grado alla Commissione, Badalamenti avrebbe poi contattato un misterioso mercante d’arte svizzero per vendergli il Caravaggio. Il mercante si recò a Cinisi e ammirò la tela. «Questo, quando ha visto il quadro, si è seduto e ha detto: “Per favore, fatemelo guardare”. Non faceva altro che guardarlo e piangere. E Gaetano Badalamenti lo derideva. L’ha preso per stupido», è il racconto del collaboratore di giustizia.

Il mercante d’arte avrebbe spiegato al boss che sarebbe stato più facile vendere la tela sezionata. Gaetano Grado ha detto alla Commissione che la tela fu effettivamente venduta all’anziano svizzero (il cui nome non è stato reso noto), spedita in Svizzera dentro un camion per la frutta e, infine, tagliata in quattro parti affinché fosse maggiormente remunerativa sul mercato nero. Al termine dell’operazione, Badalamenti avrebbe consegnato a Grado una ricompensa di 50 mila franchi svizzeri in «banconote di grosso taglio messe a fascette».

«Difficile credere che sia stato possibile rendere vendibile un dipinto sezionato», è il parere tecnico di Alessandra Coruzzi, esperta di conservazione dei Beni culturali e consulente d’ufficio del Tribunale di Milano intervistata dal Sole 24 Ore.

«Si può effettivamente pensare alla suddivisione in parti affinché venisse nascosta nel tempo. Potrebbe essere stata sezionata lungo il profilo delle cuciture delle tele, in modo da poterla ricostruire. Infatti, per raggiungere le dimensioni desiderate, queste tele venivano cucite tra loro prima di essere montate sui telai.

Non si può escludere che ciò sia accaduto anche per la Natività», ha spiegato Coruzzi. «Tuttavia - ha aggiunto - con il ricongiungimento dei frammenti si potrebbe riportare l'opera assemblata al valore perlopiù originale, come già avvenuto con Partenza degli Argonauti di De Chirico».

Le dichiarazioni di Grado sono peraltro in contrasto con quanto affermato negli anni da un altro pentito di mafia, Francesco Marino Mannoia, appartenente alla batteria criminale che sottrasse la Natività. Mannoia ha sempre affermato che – nonostante il quadro fosse stato portato al sicuro – notò dei danni irreparabili che lo rendevano invendibile e perciò lo distrusse dandolo alle fiamme.

Lo scorso anno Mannoia ha però ritrattato questa versione, sostenendo di fronte alla Commissione Antimafia che il quadro, nonostante i danni e la volontà effettiva da parte di Cosa Nostra di distruggerlo, non fu mai dato alle fiamme. Mannoia ha anche raccontato che anni dopo venne a sapere che la tela era custodita in via Mario Benso, a Palermo. Una recente perquisizione dei Carabinieri non ha però restituito alcuna traccia dell’opera.

La traccia svizzera
Secondo il report della Commissione, il dipinto di Caravaggio – o almeno alcune delle sue parti – potrebbero trovarsi oggi in Svizzera. L’Ufficiale superiore della Guardia di Finanza Pietro Sorbello, specializzato in crimini d’arte, ci spiega che «la Svizzera ha creato una rete di porti franchi dove beni di lusso e opere d'arte possono essere depositate con tassazione molto bassa, affiancando a ciò un sistema di confidenzialità delle informazioni che spesso ostacola o impedisce indagini internazionali».

Con precedenti inchieste, il Sole 24 Ore ha già svelato il ruolo oscuro che giocano i porti franchi svizzeri nella partita contro il riciclaggio di denaro e il mercato nero dell’arte e dei beni di lusso.

Del resto anche il Parlamento Europeo ha scritto nero su bianco che questi edifici - nati come depositi temporanei di derrate alimentari e oggi divenuti magazzini esentasse di beni di lusso - «operano a favore di segretezza». Le stesse autorità svizzere hanno evidenziato il pericolo di «contrabbando e altre attività illegali» all’interno dei porti franchi dovuto al fatto che «l’attuale sistema di controllo è carente e incapace di assicurare che le attività illegali siano messe al bando».

L’ipotesi che la Natività sia stata trasferita al di là delle Alpi appare dunque verosimile.

Sorbello spiega che un’opera d'arte è come fosse una valuta che quando viene scambiata tra Paesi diversi fa aumentare il rischio di riciclaggio di denaro. A conferma delle sue parole, un recente studio effettuato da Art Basel & Ubs Global Art Market ha evidenziato una crescita progressiva del mercato dell'arte internazionale, il cui valore si attesta sopra i 63 miliardi di dollari. Cifre da capogiro che attraggono speculatori e criminali che possono investire e disinvestire ampie somme di denaro senza alcuna tracciabilità. Del resto, anche il superlatitante Matteo Messina Denaro scrisse in un pizzino: «Con il traffico di opere ci manteniamo la famiglia».

«Io non posso sapere cosa sia successo la notte del furto, né chi sia coinvolto in questa storia; quel che so è che l’arte sta pagando il prezzo più alto», dice affranto Calogero Termine. Per l’artista lavorare a contatto con Caravaggio è più di essere un semplice copista.

«Non è solo una questione di arte, ho spesso delle visioni. Una mia amica esperta di filosofia orientale si è rivolta al suo guru, e sostiene che in una vita precedente io sia stato allievo e amante di Michelangelo Merisi», ci racconta. «Il furto della Natività è il simbolo del crimine e della violenza che vincono su uno Stato fallito», sospira Termine, puntando lo sguardo sulla sua Natività. «Guardare un’opera d’arte è un’esperienza mistica, libera la mente dai problemi quotidiani. Credo che ognuno di noi sia collegato a tutto e a tutti e che ohe ognuno di noi abbia memoria di storie mai vissute. Non so come né quando ma ho vissuto la vita di Caravaggio».

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